La verità sul Talmud

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul nostro sito ritornoallatorah.it
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Tra tutti i libri odiati e criticati nella storia dell’Europa, quello che è stato più volte censurato e bruciato è sicuramente il Talmud.
Ancora oggi questo testo ampissimo e fondamentale per l’Ebraismo non cessa di essere oggetto di profondo disprezzo da parte di molti. Basta infatti effettuare una rapida ricerca su Internet digitando la parola Talmud su Google per trovarsi davanti ad un gran numero di siti che si propongono di rivelare la terribile verità sul libro sacro degli assassini di Cristo.
Ai vecchi miti sulle abitudini sanguinare degli Ebrei e sui complotti giudaici per il dominio del mondo si accompagnano accuse più moderne: Il Talmud viene descritto dal alcuni come l’arma segreta degli Israeliani, che lo utilizzerebbero per imparare l’arte dello sterminio.La principale fonte da cui molti fondamentalisti cattolici (e non solo) traggono le loro menzogne antisemite è un testo intitolato“Il Talmud smascherato”, di Justinas Pranaitis (1861 – 1917), un prete lituano che odiava l’Ebraismo e se ne proclamava esperto.
Nel 1912, in Russia, Pranatis fu chiamato a prendere parte al processo contro Menachem Mendel Beilis, un ebreo accusato di aver ucciso un bambino cristiano per scopi rituali. Al prete venne richiesto di testimoniare parlando dell’odio giudaico e delle pratiche brutali insegnate nel Talmud.
Durante il processo, tuttavia, Pranatis dimostrò di essere in realtà molto ignorante in materia poichè non seppe spiegare il significato di alcuni termini elementari della letteratura ebraica, provocando addirittura le risate dei presenti (vedi Wikipedia).
Egli non conosceva affatto il Talmud, come non lo conoscono coloro che lo criticano su Internet riportando citazioni errate, tradotte male, estrapolate dal contesto e a volte persino inventate totalmente.Ci appresteremo ora ad esaminare le menzogne più comuni sul Talmud e a chiarire il significato di alcune espressioni rabbiniche che generalmente non vengono comprese.
E’ bene precisare che questo articolo non è rivolto agli antisemiti, perchè è molto difficile che una persona dominata dall’odio e dal razzismo possa abbandonare i suoi pregiudizi. L’obiettivo è invece quello di fornire a chi vuole davvero conoscere l’Ebraismo (studiandolo senza chiusure mentali) delle informazioni serie ed affidabili sulla vera natura del Talmud. In breve, poiché i miti e le falsità abbondano sul web, è necessario che sia reperibile anche un pò di verità per coloro che vogliono apprenderla.
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Le basi del discorso: Cos’è il Talmud?

Molti sanno parlare male del Talmud e diffondere calunnie, ma pochi riescono a darne una definizione corretta o almeno accettabile.
Il Talmud non è simile alla Bibbia, al Corano o ad ogni altro libro sacro. Si tratta infatti di un testo basato principalmente sul dibattito, sull’interpretazione, sul discorso volto ad analizzare le controversie; dunque non esprime un punto di vista unico, ma raccoglie pareri diversi e li accosta continuamente.

Il Talmud si fonda sulla Mishnah, cioè l’esposizione della Legge Orale messa per iscritto da Rabbi Yehudah HaNassi dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Si ritiene che questa Legge sia indispensabile per chiarire il significato dei precetti biblici che altrimenti non sarebbe possibile comprendere e osservare.
Accanto alla Mishnah, il Talmud riporta la Gemarah, ovvero l’insieme dei commenti sulla Legge Orale e delle discussioni dei rabbini.
Esistono due redazioni diverse del Talmud. La prima è detta “Talmud di Gerusalemme” e fu composta nella Terra d’Israele nel III secolo, mentre la seconda, chiamata “Talmud di Babilonia”, è molto più ampia e venne completata circa duecento anni dopo per poi diventare la versione maggiormente autorevole e canonica.

Il Talmud appare quindi essenzialmente come una raccolta di opinioni e interpretazioni differenti espresse dai singoli rabbini.
Nella codificazione della norma da seguire (Halachah) solo alcune di queste interpretazioni diventano vincolanti, altre inevitabilmente devono essere scartate. Ad esempio, nelle discussioni tra la scuola rabbinica di Shammai e quella di Hillel, la Legge viene decretata secondo il parere di Hillel.
Per stabilire la norma si segue generalmente la maggioranza dei pareri, e in alcuni casi si è tentata una conciliazione tra opinioni apparentemente opposte.
E’ fondamentale sottolineare questo aspetto poiché non tutto ciò che è scritto nel Talmud viene osservato e accettato, eppure gli antisemiti che diffamano l’Ebraismo non tengono conto di ciò.

L’idea che un testo sacro contenga pareri contrastanti e soggettivi è inconcepibile per molti, ma nella mentalità ebraica si tratta di un concetto del tutto normale. La Torah può avere tantissimi significati e molti livelli di interpretazione, per cui è giusto che ogni studioso la comprenda in modo diverso. Nell’Ebraismo la divergenza di opinioni è considerata una ricchezza, non una problematica da eliminare, anche se nell’ambito strettamente legale è comunque necessario che venga stabilita una norma precisa e univoca.

Oltre alle parti giuridiche, nel Talmud troviamo anche racconti, cronache di avvenimenti storici, aforismi di natura morale, parabole e speculazioni scientifiche.
Si tratta perciò di una vera e propria enciclopedia dell’Ebraismo e del sapere dell’epoca di inestimabile valore.

Il Talmud è più sacro della Bibbia? 

Su internet, come in molte pubblicazioni dedicate a questo argomento, si trova spesso l’affermazione secondo cui nella religione ebraica le Scritture non abbiano un ruolo centrale, mentre il Talmud sarebbe ritenuto più importante e sacro della Bibbia.
Ogni Ebreo osservante sa perfettamente che tutto ciò non corrisponde al vero.
La Torah (ovvero i primi cinque libri della Bibbia) è da sempre considerata il testo sacro con il livello di ispirazione Divina più elevato, in quanto si crede che sia stata trasmessa direttamente da Dio a Mosè. Seguono poi, con un livello di ispirazione inferiore, i libri biblici dei Profeti e i Ketuvim (scritti sapienzali), a cui è comunque riconosciuto un valore altissimo.

Un passo del Kitzur Shulchan Aruch mostra il sommo rispetto che nell’Ebraismo è riservato esclusivamente alla Torah:

“Una persona è obbligata a trattare un rotolo della Torah con grande rispetto ed è lodevole porlo in un luogo speciale, rispettare quel luogo e abbellirlo.
Chi vede qualcuno che trasporta un rotolo della Torah dovrebbe alzarsi in piedi fino a quando il rotolo della Torah viene riposto o finchè non lo si può più vedere” 
(Kitzur Shulchan Aruch 28:3).

Sarebbe assurdo credere che un libro dettato dal Creatore dell’universo sia meno sacro di un altro che invece riporta le discussioni dei rabbini e la loro esposizione della Legge Orale.

In un suo scritto contro gli Ebrei pubblicato nel 1543, Martin Lutero dichiara:
“La dottrina degli Ebrei non è altro che glosse di rabbini e idolatria della disobbedienza, cosicché Mosè è diventato del tutto sconosciuto presso di loro”

Questa convinzione, secondo cui gli Ebrei osservino le direttive dei rabbini più che le leggi bibliche, è ancora molto diffusa.
In realtà, i precetti rabbinici furono istituiti fin dai tempi antichi per salvaguardare la Torah, rendendo più difficile la violazione dei Comandamenti Divini attraverso restrizioni più ampie. Di conseguenza non è concepibile che uno di questi precetti contraddica la Torah, soprattutto se si considera che, secondo l’Ebraismo, le leggi bibliche hanno comunque sempre la precedenza su quelle rabbiniche.

Razzismo nei confronti degli altri popoli

L’accusa più comune che viene rivolta contro l’Ebraismo è quella di essere una religione esclusivista che predica il disprezzo per tutti coloro che non sono Ebrei. Le basi di questo presunto razzismo sarebbero da individuare proprio nel Talmud.

Molti sostengono che la parola ebraica Goyim (al singolare Goy), usata per indicare i non-Ebrei, sia un dispregiativo o un termine denigratorio. Alcuni asseriscono addirittura che esso significhi “bestie” o “cani”, e che sia utilizzato per sottolineare l’inferiorità degli altri popoli.
Goyim significa in realtà “nazioni“, e viene tradotto spesso con “genti” o “Gentili” (dal latino gentes, cioè stirpi).
Il fatto che non sia un dispregiativo è dimostrato, tra l’altro, dal verso biblico di Esodo 19:6, in cui questo termine viene applicato ad Israele che viene definito “Goy kadosh” ovvero “nazione santa”.

Uno dei brandi talmudici citati in relazione al presunto razzismo ebraico è quello di Bava Metzia 114b:
“Gli Israeliti sono chiamati Uomo (Adam), e i Goyim non sono chiamati Uomo (Adam)”.

Qual è il significato di questo passo? I Goyim sono davvero considerati non umani?
Analizzando il contesto del brano appena citato, si scopre che si tratta di un commento al verso di Ezechiele 34:31: “Voi siete le mie pecore, le pecore del mio pascolo; siete Adam (Uomo) e io sono il vostro Dio”. 
In riferimento a questa verso biblico, il Talmud afferma che gli Ebrei sono chiamati Adam, una parola al singolare che di solito non viene applicata a una collettività. Tutto ciò però non implica assolutamente che i Goyim non siano esseri umani. Infatti altrove è scritto:

“Un non-Ebreo ha il diritto di comprare territori in Israele perchè è scritto: «I cieli sono i cieli di Hashem, ma la terra Egli l’ha data agli esseri umani»” (Ghittin 47a).
Qui il termine usato non è Adam, ma Bnei Adam (esseri umani, letteralmente “figli dell’uomo”).
In Avodah Zarah 3a il Talmud applica ai Goyim anche la parola HaAdam (L’umanità).
Risulta dunque chiaro che, nonostante la sottile questione terminologica, l’appartenenza dei non-Ebrei alla razza umana non è mai messa in dubbio.

Al contrario, nel Talmud troviamo affermazioni autorevoli che tolgono ogni legittimità alla discriminazione razziale:
“Perchè fu creato un solo uomo? Per propagare la pace tra le nazioni, cioè affinchénessuno potesse dire agli altri: i miei antenati erano più grandi dei tuoi!” (trattato Sanhedrin).

“Non disprezzare alcun uomo e non svalutare nessun oggetto” (Pirkè Avot 4:3).

“Dio non rifiuta di premiare i Goyim che osservano i Suoi precetti” (Yerushalmi, Petah 1:1).

“I giusti tra tutte le nazioni avranno una parte nel Mondo Avvenire” (Sanhedrin 105a).

Infine, facendosi portavoce dell’insegnamento dei Saggi del Talmud, Maimonide scrive: “I nostri Saggi ci hanno comandato di visitare i Goyim quando sono ammalati, di seppellire i loro morti oltre ai morti degli Ebrei, e di aiutare i loro poveri assieme ai poveri degli Ebrei, per amore di pace. Nei Salmi infatti è scritto: «Dio è buono verso tutti e la Sua misericordia è per tutte le sue opere», e nei Proverbi è scritto: «Le vie della Torah sono dilettevoli e tutti i suoi sentieri sono di pace” (Hilchot Melachim 10, 12).

 Lo sterminio dei non-Ebrei

“Uccidi [anche] i buoni fra i Goyim” (Sofrim 15:10). Questa frase molto conosciuta tra gli odiatori del Talmud può apparire come un’incitazione al genocidio di tutti i non-Ebrei. Prima di ragionare sulla sua corretta interpretazione è bene prendere in esame le frasi che la precedono:

“Dunque comprendiamo che il bestiame degli Egiziani timorati di Dio che sfuggirono alle piaghe causò grandi problemi gli Ebrei [poiché fu utilizzato per trainare i carri del Faraone]. Perciò Rabbi Shimon ha detto: uccidi [anche] i buoni tra i Goyim” .

Secondo questa riflessione rabbinica basata su Esodo 14:5-7, gli animali di cui il Faraone si servì per trainare i suoi carri durante l’inseguimento degli Ebrei appartenevano agli Egiziani timorati di Dio. Costoro infatti erano gli unici a conservare ancora il proprio bestiame in quanto non erano stati colpiti dalle dieci piaghe. Da qui si deduce che persino i buoni possono diventare la causa di grandi sofferenze.
Ai fini del nostro discorso è importante notare che nella letteratura giuridica post-talmudca la frase di Rabbi Shimon non è stata interpretata come un inno allo sterminio, ma come un’affermazione volta a insegnare che durante una battaglia non è possibile fare distinzione tra i nemici “giusti” e quelli malvagi (vedi Tosfot, Avodah Zarah 26b; Maimonide, Mishneh Torah, Hilchot Avodah Zarah 10:1).
Non bisogna inoltre ignorare che l’autore della sentenza è Shimon Bar Yochai, un celebre rabbino vissuto nel II secolo, discepolo del grande Rabbi Akiva. Il suo amato maestro venne arrestato dai Romani durante una persecuzione e fu poi torturato e ucciso davanti ai suoi occhi.
Per sfuggire ai persecutori, Rabbi Shimon fu costretto a nascondersi con suo figlio in una grotta dove rimase per tredici anni.
Se davvero Shimon Bar Yochai intendeva inneggiare alla morte dei Goyim, un tale sfogo sarebbe da ricondurre alle sue dolorose esperienze personali, e di certo non andrebbe citato come esempio della morale di tutti i rabbini.  Ciò che importa è che le sue parole non furono utilizzate dagli studiosi successivi e dalle autorità rabbiniche per legittimare l’uccisione dei non-Ebrei.

La Torah condanna l’assassinio di qualsiasi essere umano:
“Chiunque spargerà il sangue di un uomo, il suo sangue sarà sparso per mezzo dell’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine”  (Genesi 9:6).

Quando un Ebreo commette un crimine nei confronti dei Goyim, tale atto diffama il popolo eletto agli occhi delle nazioni e di conseguenza produce una profanazione del Nome di Dio. A questo principio si riferisce il seguente detto:
“Per la profanazione del Nome è più grave danneggiare un non-Ebreo che un fratello israelita”(Tosifta Bava Kamma 10:15).

Invece di immaginare presunti progetti di sterminio da parte dei rabbini, i detrattori del Talmud farebbero meglio a riflettere sugli innumerevoli massacri che gli Ebrei hanno subito nel corso della storia a causa dei sovrani cristiani e degli Stati europei.

Comportamenti disonesti

Oltre alla proibizione di assassinare un non-Ebreo, esiste anche quella di mentire, imbrogliare e rubare a qualsiasi persona:
“E’ proibito ingannare chiunque, anche un pagano idolatra” (Chullin 94a).

Il furto ai danni dei Goyim è esplicitamente condannato nel Talmud in Bava Kamma 113a-b, e lo Shulchan Aruch (Choshen Mishpat 359:1) dichiara:
“E’ proibito truffare o rubare anche una piccola somma da un Ebreo o da un Goy”.

Il Talmud di Gerusalemme riporta anche un racconto che esalta il valore dell’onestà:
“Rabbi Chaninah raccontò questa storia: Alcuni studenti comprarono un mucchio di grano da alcuni soldati goyim. Gli studenti trovarono in esso un pacchetto di monete e lo restituirono. I soldati dissero: «Benedetto il Dio degli Ebrei»” (Bava Metzia 7a).

Eppure tutti questi brani vengono totalmente ignorati dai calunniatori dell’Ebraismo, che preferiscono invece diffondere il mito dei Giudei ingannatori e desiderosi di sottrarre denaro ai Cristiani.

Un passo che viene spesso estrapolato per dimostrare la disonestà degli Ebrei nei confronti dei Goyim è il seguente:
“Rav Yehuda disse a nome di Shmuel: La proprietà di uno straniero è nella stessa condizione di una terra deserta; chiunque la occupa per primo ne acquisisce il possesso” (Bava Batra 54b).
Tuttavia, leggendo il contesto, si comprende in modo estremamente chiaro che la proprietà di cui si parla è un terreno regolarmente acquistato da un Ebreo, il quale però non ha ancora ricevuto il contratto di vendita da parte del non-Ebreo:

“Rav Yehuda disse a nome di Shmuel: La proprietà di uno straniero è nella stessa condizione di una terra deserta; chiunque la occupa per primo ne acquisisce il possesso. Il motivo è che appena lo straniero riceve il denaro egli cessa di esserne il proprietario, mentre l’Ebreo non ne acquisisce il possesso fino a quando non ottiene l’atto della vendita. Quindi [in questo intervallo di tempo] il terreno è come un deserto e chi lo occupa per primo diventa il proprietario. Abaye disse a R. Yosef: Shmuel ha davvero detto questo? Shmuel non ha forse stabilito che la legge del Governo è valida, e che il re ha ordinato che la terra non si acquista tranne che attraverso l’atto di vendita?”

Il furto ai danni del non-Ebreo non ha nulla a che fare con questo dibattito. Nella situazione delineata dal brano talmudico, a correre dei rischi può essere semmai l’Ebreo, nel caso in cui non gli venga concesso immediatamente il contratto di vendita, poiché altre persone potrebbero insediarsi sul terreno mentre questo rimane senza un proprietario legalmente definito.

Il Talmud e la pedofilia

Una delle menzogne più infamanti sul Talmud è quella secondo cui gli antichi rabbini permettessero o addirittura incoraggiassero la violenza sessuale sui bambini.
Prima di addentrarci nell’analisi dettagliata dei brani controversi, è bene chiarire innanzitutto che i Maestri dell’Ebraismo non approvavano affatto queste pratiche perverse e immorali. Al contrario, il Talmud afferma espressamente che la pederastia è un crimine per il quale è prevista la pena di morte (vedi Niddah 13b e le spiegazioni di Rabbi Akiva e R. Abbahu in Sanhedrin 54b).

Il principale passo incriminato si trova in Ketubot 11b:

“Rav Yehuda ha detto nel nome di Rav: un bambino maschio che ha un rapporto con una femmina adulta la rende come una che è stata ferita con un pezzo di legno. […] Rava ha detto: ciò significa che quando un maschio adulto ha un rapporto con una bambina non c’è nulla, poichè quando ella ha meno di tre anni è come ficcarle un dito in un occhio”. 

Come sempre, per giungere alla corretta comprensione la prima domanda che bisogna porsi è: Qual è esattamente l’argomento del dibattito?
Il trattato del Talmud da cui è stata estrapolata la citazione si occupa del tema della Ketubah.
Nell’Ebraismo la Ketubah è il contratto di matrimonio per mezzo del quale il marito si impegna a provvedere ai bisogni materiali della moglie e a versarle una somma di denaro ben definita in caso di divorzio. Lo scopo di questo contratto è di obbligare l’uomo a tutelare e a rispettare i diritti della donna.
Nel dibattito si parla in particolare del valore della dote della vergine (vedi Esodo 22:16-17), che biblicamente è diverso da quello di una donna che ha già avuto rapporti sessuali, come ad esempio una vedova o una divorziata.

La Mishnah spiega: “La Ketubah della vergine ha un valore di duecento zuz” (Ketubot 10b).
Più avanti nel testo vengono considerati i casi controversi in cui l’imene della donna viene rotto prima nel matrimonio attraverso un rapporto di pedofila o a causa di una ferita. Secondo la Mishnah, in questi casi il prezzo della dote nuziale non è soggetto a variazioni:

“Quando un uomo adulto ha una rapporto sessuale con una bambina, o quando un bambino ha un rapporto con una donna adulta [vergine], o quando una ragazza [vergine] si ferisce con un pezzo di legno, la Ketubah ha un valore di duecento zuz” (Ketubot 11a).

Primo caso: “Quando un uomo adulto ha un rapporto sessuale con una bambina”. In questa situazione la bambina non ha ancora raggiunto la maturità fisica e mentale e quindi non viene ritenuta come se avesse avuto un vero e proprio rapporto sessuale. Di conseguenza, anche se l’imene viene rotto, la bambina è considerata legalmente ancora vergine, e il valore del suo futuro contratto di matrimonio resta invariato.
E’ questo il motivo per cui nel passo “incriminato” si afferma: “quando un maschio adulto che ha un rapporto con una bambina non c’è nulla [in relazione al contratto nuziale], poichè quando ella ha meno di tre anni è come ficcarle un dito in un occhio”. Non si sta parlando della violenza sessuale sui bambini, ma solo del valore della Ketubah!

Secondo caso: “Quando un bambino ha un rapporto con una donna adulta [vergine]”. In questa seconda circostanza è invece il maschio a non aver raggiunto la maturità sessuale. Perciò, indipendentemente dall’atto immorale compiuto, dal punto di vista legale la donna non ha perso la verginità.

Terzo caso: “Quando una ragazza [vergine] si ferisce con un pezzo di legno”. Come abbiamo visto, l’ultimo caso preso in analisi è paragonato da Rav Yehuda a quello di un bambino che ha un rapporto con una femmina adulta. Infatti, come il pezzo di legno è un oggetto non predisposto naturalmente ad essere utilizzato in un atto sessuale, allo stesso modo il bambino non può essere ritenuto un partner attivo nel rapporto.

Un uomo della società moderna, privo di una mentalità ebraica e della conoscenza del Talmud, troverà probabilmente strana e bizzarra questa discussione rabbinica, ma una volta chiarito adeguatamente il suo significato non potrà certo affermare che si tratti di una legittimazione della pedofilia!
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Il Talmud e il Cristianesimo

Gli scritti cristiani, a cominciare da alcune interpretazioni dei Vangeli e dai testi dei Padri della Chiesa, contengono gravi offese e denigrazioni nei confronti degli Ebrei che hanno portato allo sviluppo dei miti negativi dell’antisemitismo europeo.
Nonostante questo, molti accusano i rabbini di parlare male del Cristianesimo nei loro libri, quasi come se fosse stato un loro dovere quello di lodare le azioni e le credenze di coloro che odiavano gli Ebrei in nome della propria fede.
Indubbiamente, i Maestri di epoca medievale e quelli successivi espressero i loro commenti (spesso negativi, ma non sempre) sulla religione cristiana, come nel caso di Maimonide, che la definisce un’idolatria non dissimile dal paganesimo antico, o come Rabbenu Tam, che la considera una forma di “monoteismo imperfetto” che può essere concessa ai Goyim, fino ad arrivare alle considerazioni più recenti di Rabbi Jonathan Eybeschutz (1690 – 1764), secondo cui i cristiani sono degli adoratori del Vero Dio che meritano benedizione, e di Rabbi Kook  (1865 – 1935), che invece critica il Cristianesimo in modo molto aspro.

Ma qual è il punto di vista del Talmud sul Cristianesimo?
Di solito gli antisemiti interpretano ogni generico riferimento a “stranieri”, “popoli”, “eretici” e “idolatri” come precise allusioni ai cristiani. In realtà ci sono validi motivi per credere che in tutto il Talmud il tema specifico del Cristianesimo non sia affatto trattato.
Il termine minim, che è traducibile con “eretici” o “settari”, è piuttosto vago e nel Talmud può riferirsi a qualsiasi gruppo religioso in contrapposizione all’ortodossia dei rabbini. Potrebbe quindi comprendere gli Esseni, gli apostati, gli Ebrei ellenizzati in genere e anche i Giudeo-Cristiani del I secolo.
Soltanto in epoca più tarda i Maestri dell’Ebraismo avvertirono la necessità di esprimere riflessioni elaborate sulla dottrina cristiana che ormai si era largamente diffusa e che rappresentava sempre più una minaccia per il popolo ebraico poiché proclamava una concezione trinitaria di Dio, l’elezione di un nuovo popolo eletto e l’abolizione della Torah.

Le maggiori controversie riguardano la figura di Gesù il Nazareno. Tra i principali motivi della censura del Talmud ci furono infatti le presunte allusioni negative al Messia dei cristiani che la Chiesa ritenne di aver individuato all’interno del testo.
Ancora oggi alcuni studiosi affermano che il nome Yeshu menzionato nel Talmud sia un riferimento alla persona di Gesù.
Non si tratta in realtà di un nome proprio, ma dell’acronimo della frase “Sia cancellato il suo nome e il suo ricordo” :
Y (ymach = sia cancellato) Sh (shemò = il suo nome) U (U’Zichrò = e il suo ricordo).

Nel Talmud troviamo diversi individui chiamati Yeshu:

  • Manasse, figlio del re Ezechia, citato in Sanhedrin 103a e Berachot 17b come un esempio negativo.
  • Yeshu Ben Pandira, vissuto nel I secolo a.E.V. (molto prima del Gesù dei Vangeli), allievo di R. Yehoshua Ben Perachiah, poi decaduto nell’idolatria. Aveva un rapporto stretto con il governo romano e fu giustiziato alla vigilia di Pesach. E’ citato anche come anonimo nel Talmud di Gerusalemme.
  • Yeshu Ben Stada, a volte chiamato anche lui Ben Pandira, vissuto nel II secolo E.V., dopo la distruzione del Tempio. Era figlio di una parrucchiera chiamata Miriam e conosciuta come Stada, e il suo patrigno era Pappos Ben Yehuda. Imparò la stregoneria in Egitto e fu giustiziato anch’egli alla vigilia di Pesach.

Anche se gli ultimi due personaggi risultano abbastanza simili per alcuni aspetti, secondo i racconti talmudici vissero in epoche molto diverse.
Le somiglianze con Gesù il Nazareno non sono comunque tanto rilevanti da poter dissolvere i dubbi sull’identificazione del personaggio.

In Sanhedrin 43a è riportato: “Si insegna che Yeshu [Ben Pandira] aveva cinque discepoli: Mattai, Nekai, Netzer, Buni e Todah”.
Secondo i Vangeli Gesù aveva invece notoriamente dodici discepoli, e i loro nomi non coincidono con quelli riportati nel Talmud, ad eccezione di Mattai che corrisponderebbe all’apostolo Matteo.
Il testo continua: “Si insegna che alla vigilia di Pesach Yeshu fu appeso e il banditore andò in giro per 40 giorni prima dichiarando: [Yeshu] verrà lapidato per aver praticato la stregoneria, per aver sedotto e condotto fuori strada Israele. Chiunque sappia qualcosa in suo favore, venga e lo dichiari. Ma non trovarono alcuno in suo favore e lo appesero alla vigilia di Pesach” (Sanhedrin 43a).
Dunque quest’uomo fu lapidato, non crocifisso, e il suo cadavere fu appeso dopo l’esecuzione della condanna per essere mostrato come monito al popolo secondo l’uso dell’epoca.

Nell’ambito dell’Ebraismo, l’identificazione di Ben Pandira o di Ben Stada con Gesù viene da molti rifiutata. L’unico commentatore classico che la accoglie è Abraham Ibn Daud (1110 – 1180), il quale sostiene che la figura del Gesù cristiano sarebbe stata costruita sulla base di Yeshu Ben Pandira, e che gli autori dei Vangeli avrebbero quindi scritto i loro racconti ispirandosi a questo personaggio storico. Simili teorie sono state riprese anche da alcuni studiosi contemporanei, mentre altri ritengono che i nomi Ben Pandira e Ben Stada siano stati inseriti nel testo per eludere la censura della Chiesa. Queste rimangono tuttavia solo ipotesi e dovrebbero essere considerate appunto come tali.

Conclusione

Nel terminare questa breve trattazione, ci auguriamo che la verità sulla natura del Talmud e sull’etica ebraica si diffonda sempre di più, fino a sovrastare i vecchi luoghi comuni e le le innumerevoli falsità che trovano ancora molto credito.
Ci sarebbero altre questioni complesse da esporre e altre espressioni da chiarire, ma gli argomenti affrontati sono già sufficienti a far comprendere quale metodo sia necessario utilizzare se si vuole davvero apprendere qualcosa nell’universo della letteratura ebraica. Il significato di ogni termine deve essere approfondito, il contesto di un brano non va mai trascurato, e quando nasce una controversia o una difficoltà di interpretazione diventa necessario valutare diverse ipotesi seriamente e con onestà, proprio come insegnano gli sconfinati dibattiti del Talmud, condotti da quei grandi Maestri che sapevano perfettamente arricchire lo studio dei testi sacri grazie al confronto con le opinioni altrui.

“Le parole dei saggi pronunciate con calma si ascoltano meglio
delle grida di chi domina fra gli stolti.
La sapienza vale più delle armi da guerra, ma un solo peccatore distrugge un gran bene” 

(Ecclesiaste 9:17).
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