Il “doppio rapimento” di Sarah

Avram scese in Egitto per soggiornarvi, perché nel paese vi era una grande carestia. E avvenne che, come stava per entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: «Ecco, io so che tu sei una donna di bell’aspetto; così avverrà che, quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: “Costei è sua moglie”, uccideranno me, mentre lasceranno te in vita. Ti prego, dì che sei mia sorella, perché io sia trattato bene a motivo di te, e la mia vita sia salva per amor tuo» (Genesi 12:10-13).

La vita di Avraham (Abramo) è un’avventura piena di prove e difficoltà. Il suo viaggio non si ferma mai: non molto tempo dopo essere giunto nella terra promessagli da Dio come eredità eterna, il futuro padre degli Ebrei è già costretto a spostarsi in Egitto, dove sua moglie Sarah (all’epoca chiamata Sarai), creduta sua sorella, viene condotta alla corte del Faraone, diventando una vittima silente di una cultura che non ha pietà per le donne. Il lieto fine della vicenda è noto: un flagello divino si abbatte sulla casa reale, la verità celata viene scoperta, e Avraham e Sarah lasciano il paese sani e salvi.
Più avanti, tuttavia, al capitolo 20, la Torah ci narra una vicenda molto simile, questa volta ambientata a Gherar, città dei Filistei:

Avraham […] si stabilì a Gherar. E Avraham diceva di Sarah sua moglie: «È mia sorella». E Avimelekh, re di Gherar, mandò a prendere Sarah (Genesi 20:1-2).

Le analogie con il racconto precedente sono evidenti: Sarah, di nuovo presentata come la sorella di Avraham, viene notata dal re del paese che la rapisce, per poi essere infine lasciata libera grazie all’intervento divino (v. 3-7). Come si può spiegare questa apparente “duplicazione” della medesima storia?
La perplessità del lettore cresce ancora di più nel momento in cui, al capitolo 26, la Genesi ci ripropone un racconto simile (con lo stesso tema di fondo), benché i protagonisti, in questo caso, siano Yitzchak (Isacco) e sua moglie Rivkah (Rebecca):

E Yitzchak dimorò in Gherar. Quando la gente del luogo gli faceva domande su sua moglie, egli rispondeva: «È mia sorella», perché aveva paura di dire: «È mia moglie», poiché pensava: «Gli uomini del luogo potrebbero uccidermi a motivo di Rivkah, perché ella è di bell’aspetto». (26:6-7).
Anche la generazione successiva, a quanto pare, si ritrova a fare i conti con lo stesso genere di situazione, e anche in questo caso il marito sceglie di seguire la stessa identica strategia.

Per spiegare il reiterarsi della “vicenda del rapimento” (termine in realtà improprio, perché la parola “rapimento” è assente dal testo), la critica biblica accademica riconduce le tre storie a un’unica leggenda tramandata oralmente, poi messa per iscritto in tre versioni differenti che sarebbero poi state integrate in una singola opera. Questa teoria, però, non chiarisce il motivo per cui il redattore finale, nel mettere insieme i documenti a sua disposizione,  avrebbe deciso di includere nel proprio testo tre racconti così simili fra loro.

In questo articolo proveremo ad affrontare la questione senza porci il problema della plausibilità storica della narrazione: non ci chiederemo se il ripetersi della “vicenda del rapimento” sia accettabile o credibile dal punto di vista della realisticità, ma soltanto se tale fenomeno abbia un significato profondo. Per chi ritiene che la Torah sia stata scritta, come indica il nome (“Insegnamento”), per essere una fonte di lezioni morali e religiose, e non una cronaca di eventi storici, è ragionevole pensare che, nel raccontare lo stesso tipo di episodio tre volte, il testo intenda trasmettere un messaggio ai lettori.

La “vita duplicata” di Avraham

Se leggiamo attentamente l’intero racconto della vita di Avraham, scopriamo che la vicenda del rapimento di Sarah non rappresenta un caso del tutto eccezionale: vari episodi che la Torah racconta a proposito della vita del primo patriarca ebreo sembrano avere una sorta di “versione parallela” che riprende le tematiche di un racconto precedente per svilupparle ulteriormente. In particolare, possiamo notare le seguenti corrispondenze:

  • Il primo comando divino ricevuto da Avraham, “Va’ per conto tuo (Lekh lekhah) via dalla tua terra, dalla tua patria e della casa di tuo padre, verso la terra che ti indicherò” (12:1), corrisponde all’ultimo: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico figlio, colui che tu ami, Yitzchak, e va’ per conto tuo (lekh lekhah) nella terra di Moriah e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che io ti dirò” (22:2). Nel primo caso, Avraham è chiamato a separarsi da suo padre e dal suo passato; nel secondo, egli deve dire addio a suo figlio e al futuro che gli si prospettava dinanzi. In entrambi i casi, ad Avraham non viene rivelata in modo preciso la sua destinazione, e l’uso di espressioni simili lega insieme i due comandi.
  • Avraham salva la vita di Lot in due occasioni: la prima, intervenendo in guerra in suo soccorso (capitolo 14); la seconda, attraverso il suo merito e la sua preghiera (19:29). In entrambi i casi, il pericolo incorso da Lot deriva dal fatto che egli risiede a Sodoma.
  • Due volte Dio stabilisce il suo Patto con Avraham: la prima con il rito del cosiddetto “Patto tra le parti” (15:7-21); la seconda con il Patto della circoncisione (17:1-27).

Il ripetersi della “vicenda del rapimento”, lungi dall’essere il frutto di una forzata integrazione fra documenti contradditori, rientra invece in uno schema più ampio e del tutto coerente. Ma qual è, allora, il senso di questa scelta narrativa?
In realtà, come si comprende dagli esempi appena citati, non è corretto parlare di semplici repliche o duplicati. La versione successiva di ognuno degli episodi, infatti, oltre a presentare numerose differenze, si svolge sempre in chiave più positiva rispetto alla precedente, mostrando una progressione che suggerisce l’avanzamento spirituale di Avraham:

  • Con il primo comando “Vai per conto tuo”, Avraham deve realmente abbandonare la sua patria e la sua famiglia, per dare inizio a un cammino incerto e travagliato. Nel caso del sacrificio di Yitzchak avviene il contrario: il patriarca non dovrà mai realizzare il comando fino in fondo, poiché la vita di suo figlio sarà risparmiata.
  • Quando Lot si trova in pericolo per la prima volta, Avraham è costretto a combattere con le sue forze militari per liberarlo; la seconda volta, in contrasto, la salvezza di Lot avviene avviene attraverso l’azione diretta di Dio, senza che Avraham debba ricorrere a mezzi terreni o alla violenza.
  • Nel caso del “Patto tra le parti”, Avraham riceve una rivelazione sconsolante che comprende l’annuncio della futura schiavitù che i suoi discendenti subiranno in terra straniera (15:13). Con il Patto della circoncisione, invece, egli riceve solo promesse positive sulla sua discendenza e l’eredità della terra promessa.

Lo stesso tipo di progressione avviene anche nella seconda “vicenda del rapimento” rispetto alla prima. Avimelekh, il re di Gherar, al contrario del Faraone, viene avvertito da Dio stesso tramite una rivelazione ancora prima di avere modo di “accostarsi a Sarah” (15:4). Il re convoca allora Avraham, gli consegna dei doni e gli concede il permesso di abitare liberamente nel suo paese (mentre il Faraone aveva invece cacciato Avraham e Sarah dall’Egitto). Il patriarca, da parte sua, prega per Avimelekh (21:17), e in seguito stipula anche un patto con lui (22:27). La protezione divina si manifesta dunque in maniera molto più evidente, e i rapporti tra Avraham e il re straniero diventano persino cordiali nell’epilogo.
Un ulteriore sviluppo, in chiave ancora più positiva, è rappresentato dalla vicenda di Yitzchak e Rivkah. Nel loro caso, la donna non viene affatto separata dal marito, poiché il re filisteo scopre la verità prima che la situazione possa degenerare (26:8-10), e arriva poi persino a dichiarare, a proposito di Yitzchak: “Chiunque tocca quest’uomo o sua moglie sarà certamente messo a morte” (26:11). Non c’è dunque una vera “duplicazione”, ma uno sviluppo progressivo che segue l’evoluzione del rapporto tra Dio e i padri d’Israele.

I due racconti come segni di eventi futuri

La medesima questione può anche essere analizzata alla luce del detto rabbinico che recita: Maaseh avot siman lebanim (“Le azioni dei padri sono un segno per i loro figli”). Più che un semplice invito a trarre dalla storia passata insegnamenti per il presente, questa frase riassume un principio che i Maestri dell’Ebraismo applicano per interpretare i racconti biblici dei patriarchi come delle prefigurazioni profetiche degli avvenimenti successivi della storia ebraica. A questo proposito, il Midrash Tanchuma afferma:

“Rabbi Yehoshua di Sichnin ha detto: Dio diede un segno ad Avraham che tutto ciò che avvenne a lui sarebbe avvenuto anche ai suoi figli”.

Su questo principio, che sembra presupporre una concezione ciclica (e non lineare) del tempo, si potrebbe certamente discutere a lungo. Tuttavia, in questa sede, tralasceremo le riflessioni teologiche e filosofiche e ci concentreremo soltanto su ciò che il detto rabbinico può insegnarci a proposito delle “vicende del rapimento”.

Il viaggio di Avraham in Egitto, con tutti gli eventi ad esso collegati, presenta in effetti chiari parallelismi con una storia ben più lunga e complessa: quella degli Israeliti giunti in Egitto, delle loro sofferenze e della loro liberazione, come è narrato nel Libro dell’Esodo. Un confronto intertestuale può farci comprendere facilmente che il primo evento sia da interpretare come un’autentica prefigurazione del secondo:

schemaschema2

Bisogna allora chiedersi se anche l’episodio di Avimelekh, come quello del Faraone, preannunci in qualche modo un evento futuro.
Nel suo Commentario alla Genesi – lasciato purtroppo incompiuto -, il grande ebraista Umberto Cassuto nota alcune interessanti somiglianze fra tale episodio e il racconto del libro di Samuele sulla sconfitta di Israele per mano dei Filistei e il successivo furto dell’Arca del Patto da parte di questi ultimi (1 Samuele, cap. 4-6):

“In 1 Samuele 4-6 è riportato che i Filistei catturarono l’arca della testimonianza, l’oggetto più sacro per gli Israeliti, e che la portarono nel tempio del loro dio, Dagon, presso Ashdod. Ma l’arca fu salvata da ogni dissacrazione, poiché il Signore abbattè l’immagine di Dagon e colpì con gravi malattie gli abitanti di Ashdod e delle altre città in cui l’arca fu poi trasferita, finché i capi dei Filistei decisero di restituire la reliquia agli Israeliti; dopo aver ascoltato il consiglio dei loro sacerdoti e indovini, essi la restituirono con doni di espiazione. È possibile scorgere un parallelismo tra questa storia e quella di Genesi 20, secondo cui Sarah, l’amata moglie del patriarca Avraham, fu consegnata nelle mani del re dei Filistei e fu portata nel suo palazzo, ma fu salvata quando Dio avvertì il re e lo punì assieme alla sua casa, in modo che essi avessero bisogno di guarigione. Infine il re restituì Sarah ad Avraham consegnandogli dei doni come risarcimento” (U. Cassuto, A Commentary on The Book of Genesis, Part II, p. 341).

Le osservazioni di Cassuto trovano conferma nel fatto che, come spiega Rav Amnon Bazak in un suo shiur sul libro di Samuele, la storia dell’Arca rubata dai Filistei contiene molte espressioni in comune con il racconto delle dieci piaghe d’Egitto. Pur non potendo dilungarci qui nell’analizzare tutti i parallelismi, ci limitiamo a far notare il legame tematico che unisce i due eventi:

“Appena l’Arca giunse nell’accampamento degli Israeliti [prima della battaglia], i Filistei esclamarono: «Guai a noi! Chi ci salverà dalla mano di questi dèi potenti? Questi sono gli dèi che colpirono l’Egitto con ogni sorta di piaghe nel deserto!» […]. Dopo la vittoria, i Filistei credettero di aver sconfitto Dio e di aver sopraffatto il potere che aveva colpito l’Egitto così duramente. Era perciò necessario insegnare loro che ciò non corrispondeva al vero, e tale lezione viene loro impartita tramite una sorta di rievocazione delle piaghe d’Egitto contro i Filistei. Il destino dei Filistei è simile a quello degli Egiziani, ed essi imparano dunque che la sconfitta degli Israeliti non deriva da una perdita di potere da parte di Dio” (Amnon Bazak, The Ark of God in Peleshet).

 Le vicissitudini accadute a Sarah, prima in Egitto e poi nella terra dei Filistei, riflettono dunque due difficili sfide che i suoi discendenti affrontarono nei secoli successivi, esattamente come afferma il principio sopracitato: Maasè avot siman lebanim. La storia di Yitzchak e Rivkah potrebbe allora essere intesa come una prima applicazione del medesimo principio, che ci mostra come il figlio di Avraham ripercorra le orme del padre, pur con le notevoli differenze che fanno sì che queste tre storie simili non siano solo banali copie, ma tessere di un mosaico che prende forma a poco a poco.

Advertisements

3 risposte a “Il “doppio rapimento” di Sarah

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...