Shoftim: Il valore dell’individuo

Commento alla Parashah di Shoftim (Deuteronomio 16:18 – 21:9) di Rav Aharon Lichtenstein zt”l

Se nel paese che HaShem, il tuo Dio, sta per darti in possesso, si trova un uomo ucciso, disteso in un campo, e non si sa chi l’abbia ucciso, i tuoi anziani e i tuoi giudici usciranno e misureranno la distanza fra l’ucciso e le città dei dintorni. Poi gli anziani della città più vicina all’ucciso prenderanno una giovenca che non abbia ancora lavorato né portato il giogo. Gli anziani di quella città faranno scendere la giovenca presso un corso di acqua corrente, in luogo che non è né arato né seminato, e là vicino al corso d’acqua spezzeranno il collo alla giovenca. Poi si avvicineranno i sacerdoti, figli di Levi, perché HaShem, il tuo Dio, li ha scelti per servirlo e per dare la benedizione nel nome di HaShem, e la loro parola deve decidere ogni controversia e ogni lesione corporale. Allora tutti gli anziani della città, che è più vicina all’ucciso, si laveranno le mani sulla giovenca a cui è stato spezzato il collo vicino al corso d’acqua; e, prendendo la parola, diranno: “Le nostre mani non hanno sparso questo sangue, né i nostri occhi hanno visto. O HaShem, perdona al tuo popolo Israele che tu hai riscattato, e non addossare la colpa di sangue innocente sul tuo popolo Israele” (Deuteronomio 21:1-8).

La Parashah di Shof’tim si conclude con il curioso rituale della eglah arufah (“la mucca decapitata”). Tra i Rishonim (XI-XV secolo) esistono molti pareri discordanti sull’interpretazione di questa cerimonia, che era eseguita nel caso in cui veniva rinvenuto nei campi il corpo di una vittima di omicidio, senza che l’identità del colpevole fosse nota.

Maimonide, nella Guida dei Perplessi, attribuisce al rito della eglah arufah un valore pragmatico: l’evento, che veniva svolto con la partecipazione dei sacerdoti e degli anziani della città, conferiva infatti grande notorietà pubblica all’omicidio, suscitando l’attenzione del popolo e facendo sì che emergessero testimoni oculari o informazioni importanti in merito al crimine.

Nachmanide, invece, considera il rito come un chok (“decreto”), cioè una legge priva di un significato razionale, e la pone quindi nella stessa categoria del sacrificio della mucca rossa e del capro espiatorio. Si tratterebbe perciò di una cerimonia al confine tra sacro e profano, volta ad ottenere apparentemente una sorta di espiazione.

Ibn Ezra offre una spiegazione più specifica, interpretando l’eglah arufah come una procedura svolta per ottenere espiazione non tanto per l’omicidio, quanto piuttosto per i peccati degli abitanti della città, a causa dei quali, al livello metafisico, l’assassinio si è verificato.

Forse possiamo proporre un’altra interpretazione di questo precetto. Il Talmud, nel trattato Yevamot, afferma che, nel Libro del Deuteronomio (ancor più che nel resto della Torah), l’ordine con cui sono disposti i brani richiede certamente una spiegazione. Dobbiamo perciò chiederci per quale motivo il passo dedicato all’eglah arufah compaia fra le leggi della guerra, racchiuso al centro tra le leggi relative all’assedio di una città nemica e a quelle relative al trattamento delle donne prigioniere.

Uno scenario di guerra è una situazione estrema e logorante in cui alcune prospettive possono essere soggette a cambiamento. Nella guerra, l’unità non è più costituita dall’individuo, ma dalla nazione, dall’esercito o dal battaglione. In simili circostanze, è possibile che il singolo soldato perda il suo senso di identità, la consapevolezza del proprio valore e del proprio merito. L’individuo viene assimilato alla collettività e privato così del suo significato. Un altro pericolo è rappresentato poi dalla possibilità di sviluppare un’attitudine aggressiva e violenta. È quindi essenziale impedire che tali conseguenze si verifichino.

Inevitabilmente, la guerra causa la perdita di molte vite. Il continuo spargimento di sangue conduce spesso alla mancanza di sensibilità nei confronti del valore della vita umana. Questa è dunque la ragione per cui il brano dell’eglah arufah è posto all’interno delle leggi della guerra.
Immaginiamo un cadavere che giace da solo in un campo. Il corpo appare anonimo, l’assassino è ignoto, attorno alla vittima non ci sono parenti o amici. Quasi certamente, questo viaggiatore solitario proveniva dagli strati sociali più bassi della società. Secondo lo Sfat Emet, non è possibile stabilire neanche se il corpo di cui parla il brano appartenga a un Ebreo o a un non-Ebreo. Nonostante tutto, la Torah prescrive la cerimonia della eglah arufah, in cui i membri più più anziani e influenti della città più vicina al luogo del ritrovamento del cadavere professano la loro innocenza e pregano per l’espiazione.

In contrapposizione alla tendenza, tanto comune nei periodi di guerra, di denigrare il valore dell’individuo e della vita umana in generale, la parashah della eglah arufah viene posta in risalto per ricordare il valore che l’Ebraismo attribuisce alla vita, e l’importanza che ciascun individuo ricopre agli occhi di Dio.

Articolo originale: http://etzion.org.il/en/value-individual

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