Ruth: Redimere il passato

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Quando si pensa alla Bibbia ebraica (Tanakh), è facile richiamare alla mente gli eventi più importanti della storia del popolo d’Israele, racconti grandiosi di rivelazioni, miracoli, profezie, insegnamenti, o brani criptici da decifrare. Eppure, nel libro di Ruth non si trova nulla di tutto questo. Le vicende dell’anziana Naomi che torna nella sua terra con la fedele nuora moabita, e il successivo riscatto della loro sventurata famiglia, sembrano avere ben poca rilevanza all’interno della storia biblica nel suo complesso.
Si potrebbe dire che la funzione del libro sia quella di celebrare l’origine della dinastia del re David, poiché tale stirpe messianica discende proprio da Ruth. Tuttavia, questa affermazione ci pone davanti a due problematiche: innanzitutto, ricordare i legami di sangue che univano la famiglia reale ebraica ai Moabiti, un popolo nemico di Israele e noto per la sua condotta malvagia (Deuteronomio 23:3-4), non doveva apparire esattamente come un atto di celebrazione agli occhi degli Ebrei dell’epoca; inoltre, al di là dell’aspetto genealogico, le vicende del libro di Ruth risultano piuttosto marginali e apparentemente prive di grandi significati spirituali.

Qual è dunque il valore teologico di questo breve testo? Si tratta di una semplice novella campestre, oppure c’è qualcosa di più?

Sintesi della trama

Prima di procedere nello studio, è utile ricapitolare brevemente le vicende narrate nel libro.

All’epoca in cui in Israele governavano i Giudici, una carestia spinge un uomo chiamato Elimelech a emigrare con la moglie Naomi nel paese di Moav. Qui i loro figli sposano donne moabite: Ruth e Orpah. In seguito, sia Elimelech che i suoi figli muoiono, lasciando Naomi sconsolata e senza speranza. La vedova decide di ritornare in Israele e di separarsi dalle sue nuore. Ruth, tuttavia, rifiuta di abbandonare Naomi e manifesta il suo desiderio di essere unita per sempre al destino del popolo ebraico.
Stabilitasi a Betlemme, Ruth va a spigolare tra i campi, e qui viene notata da Boaz, un parente di Elimelech, che le offre da mangiare e la benedice per la sua fedeltà nei confronti della suocera. Naomi, che spera in un matrimonio tra Ruth e Boaz per cercare di risollevare le sorti della famiglia, esorta la nuora ad abbellirsi e a coricarsi accanto a Boaz, dopo che egli ha mangiato e bevuto. Quando l’uomo si sveglia e trova Ruth nel suo giaciglio, quest’ultima gli chiede di essere “riscattata” da lui (cioè di essere presa in moglie in virtù della parentela con il marito defunto, secondo l’antica legge del Levirato). Il matrimonio avviene dopo che un altro parente di Elimelech rifiuta il diritto di riscatto, e Ruth genera un figlio di nome Oved, che diventerà il nonno del re David.

Le radici profonde della storia

Il libro di Ruth si ricollega a quello della Genesi, rappresentando la chiusura di un cerchio tracciato dalla Torah. Dobbiamo dunque tornare indietro nel tempo per scoprire il legame che unisce questi due testi così diversi e comprendere il messaggio che da esso si può trarre.

Ruth, in quanto moabita, è una discendente di Lot, il nipote di Avrahàm (Abramo), colui che si stabilì a Sodoma dopo essersi separato dallo zio (Genesi 13:12). La Torah ci pone dinanzi a due modelli contrapposti: da un lato abbiamo Avraham, che conduce con prudenza i suoi rapporti con la società corrotta di Canaan, riducendo al minimo i contatti con i suoi vicini e rifiutando di imparentarsi con loro (Genesi 24:3); dall’altro abbiamo invece Lot, che decide di abitare in una città popolata da uomini malvagi (13:13) e si ritrova ad affrontare i rischi che una scelta simile comporta.

Sodoma è l’esempio di una società ricca e priva di compassione, un luogo che non offre alcun aiuto al povero e all’afflitto (vedi Ezechiele 16:49-50). L’accoglienza brutale che gli uomini della città riservano ai due misteriosi emissari inviati da Dio è la perfetta esemplificazione di questa condotta malvagia dilagante.
Lot, dimostrando di essere virtuoso e benevolo quanto suo zio Avraham,  riceve gli ospiti in casa sua, offre loro del cibo e li protegge dalla folla inferocita che si raduna per assalire i forestieri (Genesi 19). Tuttavia, il testo ci lascia comprendere che, pur non avendo assimilato i costumi corrotti di Sodoma, Lot appare comunque influenzato dall’ambiente in cui ha deciso di vivere, e il suo atto di bontà si trasforma perciò in una catastrofe morale. Nel tentativo di placare la folla, egli propone infatti una soluzione che non si addice minimamente ad un uomo giusto:

Lot uscì verso di loro davanti alla porta di casa, chiuse la porta dietro di sé e disse: «Fratelli miei, non comportatevi in modo così malvagio! Sentite, io ho due figlie che non hanno conosciuto uomo; ecco, lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi pare, ma non fate nulla a questi uomini, perché essi sono entrati sotto la protezione del mio tetto» (Genesi 19:6-8).

Sorprendentemente, la benevolenza che Lot riserva agli ospiti stranieri viene dunque da egli stesso negata alle proprie figlie.
Lot si mostra inoltre restio a recidere i suoi legami con Sodoma, come si evince dalla sua richiesta all’angelo di permettergli di rifugiarsi nella vicina località di Tzoar, invece di correre verso i monti come gli era stato comandato (19:18-20). Sua moglie, seguendo un atteggiamento analogo, si volta indietro durante la fuga, compiendo un gesto che rappresenta l’incapacità di abbandonare un passato che deve essere lasciato alle spalle (19:26). Non è un caso che il testo ci informi che la salvezza di Lot sia avvenuta grazie all’intercessione di Avraham, e non per i meriti del nipote (19:29).

La conclusione del dramma avviene con un altro atto perverso. Le giovani figlie di Lot, forse credendo erroneamente che la pioggia di fuoco su Sodoma avesse distrutto l’intera razza umana – come si può dedurre dalle parole della sorella maggiore (19:31) -, decidono di far ubriacare il padre e di avere rapporti sessuali con lui per concepire dei figli e propagare la loro discendenza. Da questo incesto nasceranno due figli: Moav e Ammon; e proprio da essi avranno origine i due popoli condannati severamente nella Torah per il loro rifiuto di accogliere con acqua e cibo gli Israeliti usciti dall’Egitto (Deut. 23:3-4), un peccato che ricorda la mancanza di spirito di accoglienza che la Genesi attribuisce ai Sodomiti. Lot, attraverso la sua discendenza, diviene quindi, in una certa misura, l’erede spirituale di Sodoma.

Il tempo dei Giudici

Il libro di Ruth si apre con un’indicazione cronologica la cui rilevanza non va sottovalutata: “Al tempo in cui i Giudici giudicavano…” (Ruth 1:1). La vicenda si colloca quindi al tempo degli Shofetim (Giudici), un periodo di progressiva decadenza in cui il popolo d’Israele subì l’influenza degli usi immorali e idolatrici dei Cananei fino ad allontanarsi del tutto dalla via della giustizia.
L’immagine degli Israeliti che ci viene presentata nel libro dei Giudici è quella di un popolo che assomiglia sempre di più ai nemici Moabiti, come si comprende, ad esempio, dal rifiuto degli abitanti di Sukkot e Penuel di fornire del pane alle truppe affamate dell’esercito di Ghideon (Giudici 8:3-8). Ma il degrado morale che ha colpito Israele arriva al livello massimo nell’orrido racconto della concubina del levita di Efraim (Giudici 19), un brano in cui gli Ebrei della città di Givah, dopo essersi rifiutati di ospitare una coppia di viandanti, si comportano esattamente come gli abitanti di Sodoma, mostrando lo stesso grado di depravazione e brutalità. In maniera fin troppo eloquente, il testo ci dice dunque che Israele, all’epoca dei Giudici, è divenuto ormai indistinguibile da Sodoma e Gomorra.

Ruth: la cura che arriva dall’esterno

“Il libro di Ruth” – ha scritto la studiosa Yael Ziegler – “dimostra che esiste una soluzione alla condizione disastrosa descritta nel libro dei Giudici. Esso fornisce al popolo d’Israele una nuova direzione: la generosità invece dell’avarizia, la moralità invece dell’indecenza. Ritengo che Ruth sia colei che offre la sua guida per ricondurre la nazione ebraica dalla via di Lot alla via di Avraham”.

La scelta di Ruth di lasciarsi alle spalle il proprio paese per seguire Naomi a Betlemme, espressa con le solenni parole “Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (Ruth 1:16), si configura come un tikkun (cioè una “riparazione”, una rettifica) della scelta fatale del suo antenato Lot di separarsi da Avraham per vivere a Sodoma. Ciò emerge anche dalle parole di Boaz, che loda la donna moabita dicendo: “Mi è stato riferito tutto ciò che hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai lasciato tuo padre, tua madre e il tuo paese natìo, per venire a vivere con un popolo che prima non conoscevi” (2:11). Le espressioni qui utilizzate ricordano il comando divino rivolto ad Abramo in Genesi 12:1 (“Và via dal tuo paese, dal tuo luogo natìo e dalla casa di tuo padre”), come a voler suggerire che, tra il modello del grande patriarca e quello di suo nipote, Ruth ha scelto decisamente il primo.

In un momento, tuttavia, l’eredità della stirpe di Lot sembra essere sul punto di riemergere. Quando infatti Naomi spinge Ruth a indossare le vesti migliori e a coricarsi ai piedi di Boaz mentre egli ha il “cuore allegro” per il vino (Ruth 3:7), si ha l’impressione che la torbida vicenda delle figlie di Lot che abusano del padre ubriaco stia per avere una sorta di replica. Lo scopo dei personaggi femminili, non a caso, è anche qui lo stesso: propagare la propria discendenza per il bene di una stirpe che sembra sul punto di estinguersi.
Ma la virtuosa moabita non segue l’esempio delle sue antenate, e non ricorre all’inganno e alla seduzione. Quando Boaz si sveglia e la trova distesa accanto ai suoi piedi, Ruth si presenta con umiltà e onestà, senza stratagemmi: “Io sono Ruth, la tua serva. Stendi il tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto” (3:9).

E così, mentre il libro dei Giudici ripete con insistenza che “In quel tempo non c’era alcun re in Israele, e ognuno faceva ciò che era giusto ai propri occhi”, in contrasto, il libro di Ruth si chiude con il nome di David, il re chiamato a ristabilire quella giustizia che mancava al tempo dei Giudici.
Nel suo atto di redimere il passato della propria stirpe, Ruth offre anche e soprattutto una soluzione per il suo presente, diventando un modello da imitare per il popolo d’Israele. Una nazione che rischia ormai di diventare come Sodoma e come i Moabiti, trova il suo riscatto grazie a una nuova luce giunta, paradossalmente, proprio da Moav: un insegnamento che sfugge a qualsiasi pregiudizio e forzato schematismo.

Per approfondire:

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