L’altro Esodo: Se il Faraone avesse detto “sì”

esodo

Le acque tornarono e coprirono i carri e i cavalieri di tutto l’esercito del Faraone che erano entrati nel mare per inseguire gli Israeliti, e non ne scampò neppure uno di loro. […] E in quel giorno HaShem salvò Israele dalla mano degli Egiziani, e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare (Esodo 14-28-30).

Il passaggio del Mar Rosso rappresenta il momento decisivo della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto, il miracolo della vittoria definitiva degli oppressi sui loro oppressori. Eppure, in questo pur grande trionfo, non è difficile percepire un sapore amaro, come se l’immagine presentata dal racconto biblico non sia del tutto positiva. Mentre infatti gli Israeliti, guidati da Moshè, raggiungono la riva sani e salvi e innalzano un canto di lode, gli Egiziani periscono tra le onde e affiorano in superficie ormai privi di vita. Benché si tratti di una distruzione necessaria per la salvezza d’Israele, e di un giudizio volto contro un tiranno sanguinario e il suo esercito spietato, non si può comunque negare che la Redenzione appaia segnata da un elemento tragico e macabro. Un popolo viene liberato e si avvia a diventare una vera nazione, mentre un altro subisce una grande catastrofe che gli impedirà di riscattarsi dagli errori compiuti.

Il senso di disagio che da qui può scaturire non è soltanto il frutto della sensibilità moderna. In un famoso Midrash, proprio commentando il racconto del passaggio del Mar Rosso, gli antichi Maestri hanno infatti affermato: “Il Santo Benedetto Egli Sia non gioisce per la distruzione dei malvagi” (Talmud, Megillah 10b); come a dire che, persino agli occhi di Dio, la salvezza degli Israeliti abbia in sé anche un aspetto sgradevole.

La storia dell’Esodo poteva forse seguire un’altra strada? L’uscita dall’Egitto avrebbe forse potuto realizzarsi senza flagelli, senza piaghe e senza morti? La Torah stessa sembra fornirci la risposta mostrandoci un modello ideale dell’Esodo, un prototipo alternativo che non ha trovato compimento.

Torniamo indietro nel tempo, fino all’epoca in cui gli Ebrei in Egitto non erano schiavi, ma una stirpe che godeva di grande rispetto. L’epoca di Yosèf (Giuseppe) e del Faraone che lo colmò di onori nominandolo viceré della sua nazione.

Yosef e i suoi fratelli avevano giurato al loro padre Yaakòv (Giacobbe) che, dopo la sua morte, lo avrebbero seppellito nella Terra di Kenàn (Genesi 49:29-30), nel sepolcro di famiglia, sul suolo sacro che Dio aveva promesso alla discendenza di Abramo.
Soltanto dopo settanta giorni dalla morte del padre, Yosef poté agire per mantenere la parola data:

Yosèf parlò alla casa del Faraone, dicendo: «Ecco, se ho trovato grazia ai vostri occhi, riferite al Faraone queste parole: mio padre mi ha fatto giurare e mi ha detto: ‘Ecco, io sto per morire; seppelliscimi nel sepolcro che ho scavato per me nel paese di Kenàn’. Ora dunque permetti che io salga a seppellire mio padre, poi tornerò (Genesi  50:4-5).

Una simile richiesta, come spiega Rabbi David Fohrman, doveva apparire molto audace: seppellire il padre del viceré d’Egitto in un paese straniero, lontano dalla patria, dopo che questi era stato imbalsamato secondo il rito tradizionale (Genesi 50:2), andava contro i principi della cultura egizia. Il Faraone avrebbe potuto persino intendere una tale richiesta come un affronto o un atto irriconoscente. Per questo Yosef, usando prudenza, parlò al re attraverso intermediari (benché la sua autorità politica gli avrebbe consentito di presentarsi di persona dinanzi al trono) e precisò esplicitamente che sarebbe tornato in Egitto dopo la sepoltura.
Ma il Faraone, dimostrando la sua grande stima per Yosef e la sua famiglia, rispose senza porre alcuna obiezione: “Sali e seppellisci tuo padre come egli ti ha fatto giurare” (50:6). Inoltre, egli inviò anche i suoi servi e i suoi nobili a partecipare al corteo per rendere omaggio a Yaakov (50:7).
La descrizione del funerale presenta alcuni elementi interessanti che in apparenza potrebbero risultare di scarsa rilevanza:

  1. Alla processione si unirono anche “carri e cavalieri” (50:9) dell’esercito egiziano.
  2. Il corteo passò per una località denominata “Aia di Atad” che si trova sulla sponda orientale del Giordano (50:10). Ciò è sorprendente, poiché ci fa comprendere che la processione non seguì la via più diretta per giungere in Terra di Kenàn, ma scelse una strada molto più lunga, attraversando il deserto del Sinai: lo stesso percorso che in futuro gli Israeliti seguiranno nel loro viaggio verso la terra promessa.
  3. Secondo il racconto, le popolazioni cananee videro il grande cordoglio degli Egizi ed esclamarono: “Questo è un grave lutto per l’Egitto!” (50:11).

Tutti questi elementi, come è facile notare, si ripresenteranno sotto un’altra forma durante l’Esodo: oltre a percorrere lo stesso itinerario del corteo funebre di Yaakov, gli Israeliti usciti dall’Egitto saranno nuovamente accompagnati dai carri e dai cavalieri del Faraone (Esodo 14:9), ma questa volta non sarà più una marcia pacifica, ma un inseguimento. Ebrei ed Egizi, un tempo uniti fianco a fianco in un’unica processione, saranno divisi in due accampamenti contrapposti.
Anche lo stupore dei Cananei ricomparirà durante l’Esodo, in seguito al passaggio del Mar Rosso, come si legge nella Cantica del Mare: “I popoli hanno udito e tremano […], tutti gli abitanti di Kenàn si struggono. Spavento e terrore piomberà su di loro” (Esodo 15:14-16).
Tra i due eventi, David Fohrman traccia un ulteriore parallelismo: a proposito del funerale di Yaakov, il testo ci dice che Yosef e i suoi fratelli, quando partirono, “lasciarono soltanto i loro bambini, le loro greggi e i loro armenti” (Genesi 50:8); e nel caso dell’Esodo, i bambini e il bestiame diventano parte delle trattative tra Moshè e il Faraone (Esodo 10:24).

La sepoltura di Yaakov e la Redenzione dall’Egitto sono dunque presentate come due eventi simili e al contempo opposti. Il primo avviene all’insegna della concordia, mentre il secondo comporta un grave scontro. Ma il corteo in onore di Yaakov appare come il modello di un corteo più importante (una “celebrazione nel deserto” secondo Esodo 5:1), dove questa volta si rende omaggio a un altro Padre, il Creatore del mondo.

La richiesta originaria di Moshè al Faraone era di carattere piuttosto moderato: “Lasciaci andare per un cammino di tre giorni nel deserto perché possiamo sacrificare ad Hashem, il nostro Dio” (Esodo 5:3). Anche Moshè, come Yosef, assicura al sovrano che gli Ebrei sarebbero tornati indietro. Egli cerca così di ottenere una concessione temporanea che, presumibilmente, sarebbe stata solo un primo passo verso una liberazione graduale e definitiva, senza contrapposizioni violente. Se il Faraone avesse acconsentito, l’immagine armoniosa della prima processione si sarebbe ripetuta in scala maggiore, con un trionfo pacifico dei valori della Torah a beneficio di Israeliti ed Egizi. Le diverse circostanze e l’ostilità del sovrano impedirono però al disegno ideale dell’Esodo di realizzarsi.

“Trarrò gloria dal Faraone, da tutto il suo esercito, dai suoi carri e dai suoi cavalieri” dice Dio a Moshè (Esodo 14:17). La gloria che, al tempo del funerale di Yaakov, gli Egizi avevano tributato spontaneamente, questa volta viene tratta loro malgrado, e a loro danno.
Ma se il modello ideale della Redenzione è rimasto senza adempimento, i Profeti annunciano che esso si realizzerà in futuro, come dichiara Sofonia: “Poiché allora darò ai popoli un linguaggio puro, affinché tutti invochino il Nome di Hashem, per servirlo di comune accordo. Da oltre i fiumi dell’Etiopia verranno i Miei adoratori, la figlia dei Miei dispersi, e mi porteranno le loro offerte” (Sofonia 3:9). E Isaia, descrivendo un tempo in cui i popoli del mondo non osteggeranno più gli Israeliti nel loro nuovo esodo verso la terra promessa, parla di messaggeri che “proclameranno la Mia gloria fra le nazioni, e ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le nazioni come un’offerta ad Hashem” (Isaia 66:20).

Articolo basato su una lezione-video di Rabbi David Fohrman dal titolo “Passover: The Exodus that could have been

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5 risposte a “L’altro Esodo: Se il Faraone avesse detto “sì”

  1. Ho scoperto questo sito per caso ed e’ bellissimo. Cercavo infatti delle interpretazioni rabbiniche sul storia della creazione raccontata nella Bibbia. Ho trovato anche le interpretazioni della lotta di Giacobbe con l’angelo.Bella quella di Maimonide e anche le altre. Sono cattolica, ma ritengo la cultura ebraica affascinante.

  2. Non e’ la prima volta che vengo a contatto con la cultura ebraica. Ho frequentato da iscritta il circolo Primo Levi di Genova ascoltando frequentemente il rabbino Carucci il Rabbi di Genova Momigliano e anche il rabbi di milano Laras.Bravissimi Poi purtroppo il circolo e’ stato chiuso per mancanza di fondi. Peccato,perché era molto frequentato.

  3. peccato anche perché con la conoscenza accurata della Bibbia si poteva combattere l’antigiudaismo. L’antico testamento ai cattolici non lo spiega nessuno oppure lo spiegano male. Le faccio comunque i miei piu’ vivi complimenti.

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