Ester: Il Grande Assente

Achashverosh

E avvenne al tempo di Achashverosh – quell’Achashverosh che regnava dall’India all’Etiopia su centoventisette province -, in quel tempo, quando Achashverosh regnava sul suo trono nella cittadella di Shushan, nel terzo anno del suo regno, egli fece un banchetto per tutti i suoi principi e per i suoi servi; l’esercito della Media e della Persia, i nobili e i principi delle province [furono riuniti] dinanzi a lui. Egli allora mostrò le ricchezze e la gloria del suo regno e lo splendore e l’eccellenza della sua maestà per molti giorni, centottanta giorni (Ester 1:1-4).

La Megillah di Estèr (libro di Ester) si apre con una nota sull’immensità dell’impero persiano all’epoca del re Achashverosh, e con la descrizione del sontuoso banchetto regale a cui presero parte tutti i capi delle province. Subito dopo, narrandoci di un secondo banchetto (Ester 1:5-7), il testo si dilunga nel descrivere il grande sfarzo della reggia, con le sue tende, le colonne di marmo, i divani d’oro e d’argento ed altro ancora.  A cosa servono tutti questi dettagli, così privi di importanza in relazione alla trama?
Per l’autore del libro di Ester, insistere sulla potenza e la ricchezza di Achasverosh sembra talmente importante che, persino nella conclusione, il testo ci informa su una tassa imposta dal re sulle sue province (Ester 10:1). Qual è dunque il ruolo dell’autorità regale all’interno della storia?

Commentando i primi versi del libro, i Maestri del Talmud (Megillah 11b-12a) affermano che, durante i suoi banchetti, Achashverosh utilizzò gli oggetti sacri del Tempio di Gerusalemme (trafugati dai Babilonesi e giunti poi nelle mani dei Persiani) per scopi profani, e indossò gli abiti del Sommo Sacerdote. In questo modo egli festeggiò, secondo i Maestri, la mancata ricostruzione del Tempio.
Tutto ciò sembra però molto strano, poiché il testo biblico non dice nulla di simile, e non sembra neppure plausibile che il sovrano più potente della terra possa dare tanta importanza agli Ebrei, un piccolo popolo disperso da molti decenni, e al loro Santuario distrutto. Su quali basi, allora, la tradizione rabbinica ha costruito questa curiosa versione antiebraica del banchetto regale?

Gli interrogativi che abbiamo posto possono trovare una risposta se comprendiamo che Achashverosh, da un certo punto di vista, è il personaggio centrale del libro. L’intera narrazione ruota infatti intorno alla sua figura, ed egli è costantemente presente. Rabbi David Henshke ha scritto in proposito che “Il re è il vero soggetto della Megillah, il cui scopo è quello di deridere, attraverso un’aspra satira, le ambizioni regali degli uomini” (Megillat EstherTachposet Sifrutit, Megadim, 1995).
Il termine melekh (re), assieme ai suoi derivati, appare quasi duecento volte nel testo, un numero enorme se si tiene conto che la Megillah di Ester è composta da soli 167 versetti. In contrasto, sorprendentemente, il Nome di Dio non compare mai. Nel testo manca infatti ogni riferimento esplicito alla Divinità, alla Torah, alla Terra d’Israele e al Tempio. Achashverosh sembra aver spodestato il Creatore del mondo.

La descrizione del banchetto del re, a cui partecipano membri di tutte le nazioni, appare come una versione distorta del “banchetto per tutti i popoli” che, secondo Isaia, si svolgerà sul Monte Sion nell’era messianica (Isaia 25:6). L’immagine si ricollega alla promessa della pace universale che lo stesso profeta descrive in questi termini:

“Negli ultimi giorni avverrà che il monte della casa di Hashem sarà stabilito in cima ai monti e si ergerà al di sopra dei colli, e ad esso affluiranno tutte le nazioni. Molti popoli verranno dicendo: «Venite, saliamo al monte di Hashem, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la Torah e da Gerusalemme la parola di Hashem” (Isaia 2:1-3).

Alla grandiosa visione dei popoli che confluiscono a Gerusalemme per apprendere le vie della giustizia, il libro di Ester oppone l’immagine delle nazioni che celebrano la ricchezza di Achashverosh con l’ubriachezza, uno stato che sovverte la morale.

Un altro parallelismo ci consente di arricchire questo quadro: l’atto di Ester di presentarsi dinanzi al cospetto di Achashverosh per chiedere pietà, mentre tutto il popolo ebraico digiuna (Ester 4:16-17; 5:1-2), ci ricorda la solenne cerimonia di Yom Kippur istituita nel Levitico (16:1-4). Proprio come il Sommo Sacerdote entra nella sala del “trono di Dio” (Il Kodesh HaKodashim, luogo più sacro del Tabernacolo) affinché tutto il popolo riceva grazia, così fa anche Ester. Eppure, nel suo caso, il trono non è quello del Re dell’universo, ma quello del re di Persia, un uomo corrotto e amante del vino, volubile e incapace di governare con piena consapevolezza.

Se Achashverosh appare come l’usurpatore di Dio, la sua reggia è presentata dunque come un sostituto blasfemo del Tempio. Persino alcuni degli arredi sfarzosi elencati in Ester 1:6-7, la cui menzione ci era parsa superflua, secondo Rav Yonatan Grossman richiamano velatamente vari componenti del Santuario.
Si spiegano così le parole dei Maestri sugli utensili sacri e le vesti del Sommo Sacerdote, di cui Achashverosh si sarebbe servito per celebrare la sua grandezza. Tali affermazioni non sono da considerare come notizie storiche, né intendono rispecchiare il senso letterale del libro di Ester. Piuttosto, esse ci forniscono una rappresentazione efficace del conflitto nascosto tra Dio e Achashverosh, che costituisce il senso profondo del racconto.

Questa riflessione ci permette di comprendere meglio anche un altro importante elemento del testo:

Tutti i servi del re che stavano alla porta del re si inchinavano e si prostravano davanti ad Haman, perché così aveva ordinato il re nei suoi confronti. Ma Mordechai non si inchinava né si prostrava (Ester 3:2).

Secondo un’interpretazione del Talmud (Megillah 15a), il motivo per cui Mordechai si rifiuta di prostrarsi davanti al perfido Haman è collegato proprio al contrasto tra Dio e Achashverosh. Mordechai, ci dice il passo talmudico, non rese omaggio ad Haman perché “Il re in alto ha sconfitto il re in basso“. Rashi spiega che questa frase è in realtà un eufemismo, e che andrebbe perciò intesa nel senso contrario: il re in basso (Achasverosh, re terreno), ha sconfitto il re in alto, Il Creatore del mondo. Dunque Mordechai trasgredisce il decreto del re perché non accetta di riconoscere il sistema perverso dell’impero che ha eclissato l’autorità di Dio.

Benché la storia di Ester si concluda in maniera positiva, con la vittoria degli Ebrei sui loro nemici, il trionfo è in realtà soltanto parziale: Achasverosh siede ancora sul trono, il Nome di Dio è ancora nascosto, e così la Sua gloria nel mondo. Nonostante l’elevazione di Mordechai, nulla garantisce agli Ebrei che non sorga in futuro un altro avversario con un nuovo piano di sterminio. Ecco perché, come afferma Rava nel Talmud, durante la festa di Purim non si recita l’Hallel, il canto di lode e di vittoria costituito dai Salmi 113-118. Il primo verso dell’Hallel dice infatti: “Lodate, o servi di Hashem, lodate il Nome di Hashem”, che è una proclamazione di libertà da ogni potere terreno, poiché essere “servi di Hashem” significa essere liberi da altri padroni. Ma se gli Ebrei della storia di Purim rimasero ancora servi del re di Persia, come si potrebbe recitare un verso simile?

Celato dietro il mondo immorale di Achashverosh, dove tutto sembra dovuto al capriccio e al caso, c’è il Grande Assente, il vero sovrano, che si muove in incognito e attende ancora di essere rivelato.

Articolo basato su una lezione di Rabbi Hayyim Angel dal titolo “Megillat Esther: Letting the text tell the story

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2 risposte a “Ester: Il Grande Assente

  1. Achashverosh è un personaggio importante ma completamente sconnesso con il suo regno, re di una corte corrotta e uomo senza una sua identità , una specie di marionetta manipolata dalle “sorti” che sono le protagoniste in questo racconto.
    Infatti qualcuno si è chiesto perché debba essere proprio il libro di Ester a sopravvivere nei tempi messianici mentre la Torah stessa dovrà scomparire?

  2. Un altro insegnamento che mi viene in mente dal libro di Ester è che la Shoah è il secondo tentativo globale di annientare la razza ebraica, simile in tutto con il piano di Haman . In entrambi i casi la sorte non è stata favorevole ai persecutori e giustizia è stata fatta allora come oggi.
    Purim dunque rimane la festa dello scampato pericolo, dove l’annientamento di un popolo è stato evitato per un miracolo di cui non si è vista però la mano di D-o.

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