Sodoma e Gomorra: città di omosessuali?

Sdom

A causa di quale peccato furono punite le antiche città di Sodoma e Gomorra? Agli occhi di molti, la risposta a questa domanda apparirà ovvia e scontata: l’omosessualità.
Già nei primi secoli della sua storia, la civiltà cristiana ha infatti associato la condotta omosessuale agli empi abitanti della due città bibliche, influenzando in tal modo la cultura occidentale fino ai nostri giorni. Basti pensare al termine “sodomita”, usato oggi in ambito di discorsi moralistici senza alcun riferimento etnico o geografico, o al verbo “sodomizzare”, dal significato molto noto e concreto.

Se tuttavia ponessimo la stessa domanda agli antichi profeti, la loro risposta potrebbe sorprenderci.
Isaia (1:10; 3:9), nel condannare la corruzione e la violenza che dilagavano in tutto il popolo, cita Sodoma come esempio negativo da paragonare a Gerusalemme, ma non entra in dettagli specifici.
Geremia, analogamente, parla degli abitanti di Gerusalemme in questi termini: “Essi commettono adulteri, camminano con falsità, rafforzano le mani dei malfattori, e così nessuno si converte dalla sua malvagità. Per me sono tutti come Sodoma, e i suoi abitanti come Gomorra” (Geremia 23:14).

Il profeta Ezechiele è invece più esplicito nel descrivere i peccati compiuti da Sodoma:
“Ecco, questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane e in una grande indolenza, ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. Erano altezzose e commettevano abominazioni davanti a me; perciò le tolsi di mezzo, quando vidi ciò” (Ezechiele 16:49-50).

Si parla quindi di orgoglio, mancanza di compassione nei confronti dei poveri, e di una condotta genericamente malvagia e corrotta. In nessun caso, dunque, i profeti menzionano l’omosessualità in riferimento a Sodoma e Gomorra.

La tradizione rabbinica, a questo proposito, ci offre un quadro coerente con le parole di Ezechiele, benché più elaborato. La Mishnah (Pirkè Avot 5, 13), riporta un’affermazione secondo cui i Sodomiti vivevano seguendo il principio che dice “Ciò che è mio è mio e ciò che è tuo è tuo”, nel senso che essi erano privi di generosità.
La Gemarah (Sanhedrin 109a), racconta che gli abitanti di Sodoma misero a morte due ragazze colpevoli di aver dato da mangiare ai poveri. Alcuni Midrashim riprendono questo tema e lo estremizzano narrando vari aneddoti sulla mancanza di ospitalità e compassione dei Sodomiti.

Per fare chiarezza sulla questione, non ci resta quindi che prendere in analisi il brano della Genesi (capitolo 19) che racconta la distruzione delle due città.

I due emissari giunsero a Sodoma verso sera, mentre Lot era seduto alla porta di Sodoma. Appena li vide, egli si alzò per andar loro incontro e si prostrò con la faccia a terra, e disse: «Miei signori, vi prego, venite in casa del vostro servo, passatevi la notte e lavatevi i piedi, poi domattina potrete alzarvi presto e continuare il vostro cammino». (Genesi 19:1-2).

Lot, proprio come Abramo nel capitolo precedente, si mostra subito premuroso nei confronti degli emissari giunti da lui, e li accoglie nella sua casa seguendo le buone consuetudini del codice etico dell’epoca. Nel Medio Oriente antico, infatti, ospitare i viandanti e offrire loro le risorse necessarie a sopravvivere era considerato un obbligo sacro e fondamentale, e anche la Torah ne sottolinea l’importanza tramite l’esortazione ad amare lo straniero (Levitico 19:33-34; Deut. 10:19), e la condanna dei Moabiti, colpevoli di non aver accolto con pane e acqua gli Israeliti erranti (Deut. 23:4).

In contrapposizione all’esempio positivo di Lot, gli uomini di Sodoma, “giovani e vecchi”, si comportano in modo violento ed inospitale, circondando in massa la casa del nipote di Abramo con intenti ostili:

Essi chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono gli uomini che sono venuti da te questa notte? Portaceli fuori, affinché li possiamo conoscere (Genesi 19:5).

Il verbo “conoscere” (yada’), nel linguaggio biblico, è talvolta impiegato come un eufemismo per alludere al rapporto sessuale. Un esempio si trova proprio nel versetto 8 di questo capitolo, quando Lot, parlando delle sue figlie vergini, dichiara che esse “non hanno conosciuto uomo” (asher lo yadu’ ish). Secondo l’interpretazione più diffusa, dunque, il desiderio degli uomini di Sodoma sarebbe stato quello di abusare sessualmente degli ospiti di Lot.

Una lettura alternativa, appoggiata dallo storico John Boswell, dal Prof. Scott Morschauser e, in ambito ebraico, da Rabbi Yitzchak Etshalom, sostiene però che il verbo “conoscere” sia utilizzato in questo caso nel semplice senso letterale. Il vocabolo in questione, infatti, quando assume una connotazione sessuale, si riferisce sempre a un rapporto tra due coniugi (vedi Genesi 4:1; 1Samuele 1:19), mai a uno stupro o ad altri tipi di relazioni carnali.
Morschauser spiega dunque che gli abitanti di Sodoma non intendevano stuprare i due stranieri, bensì interrogarli, verificare se fossero semplici viandanti o spie di una città nemica, e quindi, in questo senso “conoscerli”. Un simile processo, nel contesto storico a cui ci riferiamo, avrebbe comportato verosimilmente torture e violenze ai danni degli interrogati.
Questa seconda interpretazione fa apparire in una luce diversa anche la proposta di Lot di consegnare le proprie figlie alla folla inferocita pur di proteggere i suoi ospiti (19:8), un’azione che, se intesa alla maniera consueta, appare particolarmente aberrante. Secondo Morschauser, tuttavia, Lot non fece altro che offrire le figlie come “pegno umano” (un’altra usanza comune all’epoca, come testimonia anche il caso di Genesi 42:37), a garanzia del comportamento corretto dei due stranieri. Il fatto che venga specificata la verginità delle ragazze starebbe a sottolineare proprio l’idoneità delle figlie ad essere consegnate come “ostaggi temporanei”, in quanto prive della tutela dei mariti.

Non è possibile stabilire con assoluta certezza se il testo parli di stupro o di un violento interrogatorio: nessuna delle due ipotesi appare implausibile o infondata. Il significato, però, in entrambi i casi, non cambia. L’intento del brano non è quello di illustrare le preferenze sessuali degli uomini della città, bensì quello di evidenziare il contrasto tra lo spirito di accoglienza di Lot e la feroce ostilità dei Sodomiti. Il testo dipinge quindi Sodoma come una città che non merita più di esistere in quanto si dimostra priva di compassione, arrogante, chiusa in sé stessa a discapito dei forestieri e dei bisognosi, come secoli dopo avrebbe poi ricordato Ezechiele.
Lo studioso Robert Kawashima ha scritto infatti in proposito:

“L’intero episodio si incentra sul tema dell’ospitalità, il vero fondamento della civilizzazione, che, si potrebbe dire, inizia nel momento in cui un individuo può ricercare cibo e rifugio nella casa di uno sconosciuto. Lot, di fatto, ottiene la salvezza della sua famiglia proteggendo gli stranieri giunti sotto il suo tetto, pur mettendo a rischio la sua famiglia […]. Se Lot preserva la sacralità del rapporto con gli ospiti, i Sodomiti, invece, la sovvertono, cercando di violentare gli stranieri entrati nelle porte della città” (Robert S. Kawashima, The Book of Genesis: Composition, Reception, and Interpretation, p. 92).

Affermare che il peccato di Sodoma e Gomorra sia da identificare con “l’omosessualità” significa non aver compreso il messaggio del racconto della Genesi, ed essersi lasciati sfuggire l’insegnamento etico della Torah sull’importanza dell’accoglienza e della carità. Il termine “sodomia”, alla luce di tutto ciò, andrebbe più propriamente applicato ad altri generi di comportamenti e ad altre situazioni che ancora affliggono la società.

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