Quando Dio cercò di uccidere Mosè

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L’oppressione degli Israeliti in schiavitù, la nascita del futuro liberatore del popolo ebraico, la rivelazione di Dio presso il roveto ardente, sono i grandi e importantissimi avvenimenti che segnano le prime pagine del Libro dell’Esodo (Shemot). Ma fra queste ed altre storie appassionanti, in un brano meno conosciuto, si colloca un episodio molto breve che rischia spesso di passare inosservato in una sezione biblica così densa di eventi.

Moshè, dopo aver ricevuto da Dio l’incarico di presentarsi al cospetto del Faraone per liberare gli Ebrei, si mette in viaggio verso l’Egitto assieme a sua moglie Tzipporah e ai suoi due figli. Giunto in una locanda, egli è però costretto ad affrontare un pericolo inaspettato:

E avvenne, durante il cammino, nella locanda, che Hashem lo incontrò e cercò di ucciderlo. Tzipporah prese una selce tagliente e recise il prepuzio di suo figlio, lo gettò ai suoi piedi e disse: «Poiché tu sei per me uno sposo di sangue!» E lo lasciò. Allora ella disse: «Uno sposo di sangue per la circoncisione» (Esodo 4:24-26).

Questo racconto, che è forse l’episodio più misterioso dell’intera Torah, è divenuto, come scrisse Umberto Cassuto, “il punto focale di ogni sorta di spiegazione fantasiosa, e di svariati pareri e congetture sull’antica concezione del Dio d’Israele”.

Il testo ebraico si esprime in forma molto oscura, utilizzando soggetti sottintesi ed espressioni che generano confusione. Non è detto esplicitamente, ad esempio, chi sia colui che il Signore cerca di uccidere; non è chiaro, inoltre, se Tzipporah abbia gettato il prepuzio ai piedi di Moshè o di suo figlio, né a chi ella abbia rivolto la frase “Tu sei per me uno sposo di sangue!”. Le traduzioni bibliche, fin dalla LXX greca, inseriscono nomi e termini assenti nel testo, rischiando in questo modo di fare aggiunte improprie al brano originale.

Presumibilmente, il racconto vuole dirci che Dio colpì Moshè mettendo a rischio la sua vita, forse attraverso una malattia improvvisa e letale. Alcuni, però, sostengono che qui ad essere colpito non sia Moshè, bensì uno dei suoi figli (Ghershom o Eliezer). Ma al di là di questo, qual è il senso di tutto ciò? Perché Dio dovrebbe agire contro il suo eletto, cercando addirittura di togliergli la vita, subito dopo averlo inviato in Egitto a redimere gli Israeliti? E inoltre, cosa significa che Dio “cercò di ucciderlo”? Il Creatore del mondo è forse come un semplice uomo, che “tenta” di compiere un’azione, con l’eventualità di poter fallire?

Nelle fonti rabbiniche, la vicenda è stata citata come dimostrazione dell’importanza fondamentale della circoncisione, come riporta il Talmud (Nedarim 31b):

“Rabbi Yehoshua ben Karcha ha detto: ‘Grande è la circoncisione, poiché tutte le opere meritorie compiute da Moshè nostro maestro non furono sufficienti quando egli mostrò disinteresse per la circoncisione, come è scritto: E Hashem lo incontrò e cercò di ucciderlo‘”.

Secondo i Maestri, la scelta di Moshè di non circoncidere il figlio fu in realtà giusta e ben ponderata: sottoporre un bambino a un’operazione chirurgica così delicata durante un viaggio nel deserto, infatti, sarebbe stato altamente rischioso per la salute del figlio. Tuttavia, una volta giunto alla locanda, egli avrebbe dovuto effettuare il rito con solerzia, invece di rimandarlo ulteriormente. Questo fu, secondo il Talmud, l’errore di Moshè. Tale spiegazione non basta però a fare chiarezza sugli elementi oscuri del brano.

Un’attenta analisi del racconto ci mostra che l’esperienza vissuta da Moshè nella locanda appare simile ad altre due storie bibliche i cui rispettivi protagonisti, impegnati anch’essi a compiere un viaggio per volere divino, vengono ostacolati proprio da Dio durante il loro percorso. Stiamo parlando della lotta di Yaakov (Giacobbe) contro il misterioso avversario presso il fiume Yabbok (Genesi 33:24-32), e della vicenda di Bilaam e della sua asina (Numeri 22:21-35).

  • Yaakov, come in seguito avverrà a Moshè, si mette in viaggio dopo aver ricevuto l’esortazione divina a tornare in patria: “Ora alzati, lascia questo paese e torna al tuo paese natìo” (Genesi 31:13). Eppure, proprio quando si trova a poca distanza dalla meta, egli viene attaccato da un personaggio identificato con un angelo, che lotta con lui fino all’alba e in seguito lo benedice. L’episodio, come abbiamo già spiegato in un articolo precedente, è da intendere come un’anticipazione profetica dell’incontro tra Yaakov e suo fratello Esav che avverrà il giorno successivo. Dopo aver lottato con l’angelo, il patriarca dichiara infatti: “Ho visto Dio faccia a faccia, e la mia vita è stata risparmiata” (32:30); e il giorno seguente, rivolgendosi ad Esav, egli dice: “Ho visto oggi la tua faccia, come si vede la faccia di Dio” (33: 10) . Il primo incontro costituisce dunque il presagio spirituale del secondo.
  • Bilaam, analogamente, viene ostacolato da un angelo di Dio mentre si trova in sella alla sua asina, nonostante avesse ricevuto l’autorizzazione esplicita da Dio stesso prima di partire (Numeri 22:20). Anche in questo caso, la vicenda si rivela essere una prefigurazione che anticipa gli sviluppi successivi, in quanto Bilaam, giunto al cospetto del re di Moav, subirà la stessa sorte già toccata in precedenza alla propria asina, cioè quella di essere dirottato dai suoi propositi per mano divina in tre diverse occasioni (vedi il nostro articolo a riguardo),

In entrambi i casi, dunque, l’uomo inviato da Dio, e osteggiato nell’atto di compiere la propria missione, vive un’esperienza insolita che preannuncia gli eventi futuri, e che gli consente così di prepararsi spiritualmente a ciò che lo attende. Ponendo apparentemente dinanzi a Yaakov e Bilaam un  ostacolo, Dio sta in realtà educando i suoi profeti allo scopo di fornire loro la preparazione giusta per portare a termine il proprio mandato.
Si può dunque applicare lo stesso discorso anche allo strano episodio di Moshè?

Un indizio ci viene fornito da Ibn Ezra (1089 – 1167), che suggerisce un parallelismo tra la circoncisione effettuata da Tzipporah e il sacrificio pasquale: il sangue del prepuzio gettato ai piedi di Moshè (o del bambino) e il sangue cosparso sugli stipiti delle porte nella notte della decima piaga hanno entrambi la funzione di preservare qualcuno dalla morte.
A questo proposito, Rabbi Yitzchak Etshalom fa notare che, subito prima dell’oscuro avvenimento alla locanda, l’ultima rivelazione che Dio aveva trasmesso a Mosè riguardava proprio la piaga dei primogeniti:

E tu dirai al Faraone: “Così dice Hashem: Israele è mio figlio, il mio primogenito”. Perciò io ti dico: Lascia andare il mio figlio, affinché mi serva; ma se tu rifiuti di lasciarlo andare, ecco io ucciderò il tuo figlio, il tuo primogenito (Esodo 4: 22-23).

È a questo punto, proprio nel versetto successivo, che il testo narra il misterioso episodio, che, secondo Rabbi Etshalom, andrebbe interpretato come parte integrante della stessa rivelazione: Dio vuole mostrare a Moshè, attraverso una prefigurazione, ciò che avverrà nella notte della decima piaga. Israele, chiamato da Dio “il mio primogenito”, qui rappresentato da Moshè stesso o da suo figlio, sarà anch’esso minacciato dalla mano del Malach ha-Mavet (l’angelo della morte). La salvezza avverrà allora tramite un’offerta sacrificale, prefigurata dal sangue della circoncisione, e che in seguito si rivelerà essere il sangue del sacrificio di Pesach. L’atto di Tzipporah che pone il prepuzio insanguinato ai piedi del marito o del figlio, appare infatti come un’offerta sacrificale e può essere decifrato solo alla luce degli eventi successivi.
Come Yaakov e Bilaam, anche Moshè sembra quindi aver ricevuto il doloroso privilegio di poter guardare da una finestra che affaccia sul proprio avvenire, e di poter scorgere la soluzione, anch’essa dolorosa, per riuscire nel proprio intento. Il racconto così interpretato, pur rimanendo comunque misterioso per i suoi elementi piuttosto oscuri, acquisisce almeno un suo senso coerente con il contesto e con la storia globale dell’Esodo.

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