Chi erano i tre uomini che apparvero ad Abramo?

vayera

E Hashem apparve [ad Avraham] presso le querce di Mamrè, mentre egli stava seduto all’ingresso della tenda, alla calura del giorno.  Alzò gli occhi e vide, ecco tre uomini in piedi davanti a lui; li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò al suolo. Disse: «Mio signore, ti prego, se ti sono gradito, non oltrepassare il tuo servo! Si prenda per favore un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e trovate riposo sotto l’albero. Prenderò un pezzo di pane e vi rifocillerete, poi riprenderete la vostra via, essendo passati dal vostro servo» (Genesi 18:1-5).

Questo famoso episodio della vita di Avraham (Abramo) si apre con una frase che sembra introdurre una rivelazione divina: “E Hashem (Y-H-V-H) gli apparve presso le querce di Mamrè” (v.1); eppure, nel verso successivo, non si legge di un annuncio profetico o di un dialogo tra il patriarca e Dio, come avviene in molte altre occasioni nella Genesi. Al contrario, ciò a cui Avraham assiste è la visita di tre personaggi sconosciuti, chiamati semplicemente anashìm (“uomini”). Nel capitolo successivo, due di questi individui si recheranno anche a Sodoma, dove incontreranno Lot prima della distruzione della città. Al verso 19:1, il testo biblico indica i personaggi misteriosi con il termine malachìm (cioè “inviati”, “angeli” o “messaggeri”).

I commentatori e gli esegeti si sono spesso interrogati sull’identità dei “tre uomini”. La tradizione rabbinica, e in particolare il Midrash Bereshit Rabbà, riconosce in queste figure tre angeli (nel senso di emissari spirituali inviati da Dio), ciascuno con una propria missione da compiere: il primo quella di annunciare ad Avraham e Sarah la nascita di un figlio, il secondo quella di distruggere Sodoma e il terzo quella di mettere in salvo Lot.
Rabbi Yosef Bekhor Shor, pur riconoscendo l’autorevolezza di questa interpretazione, nota tuttavia che essa non si accorda al meglio con il significato letterale del racconto. Scrive infatti nel suo commentario:

“Secondo il testo letterale, essi erano tre semplici uomini, poiché non abbiamo alcun esempio [nella Bibbia] di angeli che mangino e bevano, o che rimangano in casa di qualcuno, come essi fecero in casa di Lot. Piuttosto, un angelo disse a Manoach: ‘Se mi trattieni, non potrò mangiare il tuo pane’ (Giudici 13:17). Tuttavia non possiamo contendere con le parole dei nostri Saggi”.

In effetti, il brano ci dice che i tre presunti angeli mangiarono alla tavola di Avraham e di Lot (Genesi 18:7; 19:3), un’azione decisamente strana per degli esseri spirituali. Per questo, Ralbag e Ibn Ezra identificano questi personaggi con tre profeti umani.

Questa seconda interpretazione solleva però delle grandi difficoltà. Gli ospiti di Avraham dichiarano infatti di essere i distruttori di Sodoma (19:13); essi, inoltre, colpiscono la folla dei malvagi con la cecità (19:11) e accettano la richiesta di Lot affinché la località di Tzoar sia risparmiata (19:21). Non è molto plausibile che tali azioni possano essere attribuite a dei semplici esseri umani, benché dotati di virtù profetiche. A ciò si aggiunge una questione più importante: in alcuni versi del racconto, sembra che i tre individui, o almeno il più autorevole del trio, siano chiamati con il Nome Divino di Hashem (il Tetragramma); spesso, infatti, risulta persino impossibile distinguere tra Dio e i suoi emissari. L’arrivo dei tre uomini, ad esempio, sembra essere l’esplicitazione della frase “E Hashem gli apparve presso le querce di Mamrè”, come se questi personaggi non fossero altro che una manifestazione di Dio nel mondo visibile. In Genesi 18:13 e 18:17, pare che Dio si inserisca nel mezzo dei dialoghi tra il patriarca e i suoi ospiti. Al verso 18:22, la frase “Avraham rimase ancora davanti ad Hashem” assume un significato chiaro solo se si interpreta nel senso che Avraham si intrattenne a parlare con il membro principale del trio.

Tutto ciò ci allontana dall’idea dei tre esseri umani e ci riporta all’interpretazione dei tre angeli. Non è insolito, infatti, che nel linguaggio biblico gli emissari divini (da intendere, secondo la definizione di Elia Benamozegh, come “estensioni della Divinità nella natura”) siano identificati con Colui che li ha inviati e che si manifesta attraverso essi, come spiega Rashbam (Rabbi Shmuel ben Meir) commentando Genesi 18:2:

“‘E Hashem gli apparve‘ – in che modo? Attraverso i tre uomini che giunsero da Avraham, i quali erano in realtà angeli. Poiché ci sono molti casi in cui, quando un angelo appare, esso è chiamato con il nome della Presenza di Dio, come è scritto: ‘Poichè il Mio Nome è in lui’ (Esodo 23:21) – l’emissario è considerato come Colui che lo ha mandato. Similmente leggiamo: ‘E l’Angelo di Dio gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un roveto’ (Esodo 3:2); e poco dopo leggiamo: ‘E Hashem vide che egli si era voltato per vedere’ (3:4)”.

Rimane allora da chiarire il motivo per cui il testo ci narri che questi angeli abbiano mangiato e bevuto come dei comuni mortali. La risposta più celebre è certamente quella di Rashi, il quale, basandosi sul Midrash, afferma che i tre esseri spirituali si siano adeguati alle consuetudini degli umani (e da qui i Maestri deducono l’insegnamento secondo cui bisogna rispettare i costumi locali); ma ciò non risolve la contraddizione con il racconto del libro dei Giudici (citato da Rabbi Yosef Bekhor Shor), secondo cui l’angelo apparso a Manoach dichiarò di non poter mangiare. Come si spiega questa differenza?
Maimonide, seguendo una via più sofisticata, dichiara che l’intero racconto sia da intendere in realtà come un sogno profetico di Avraham. Anche tale interpretazione appare però problematica, in quanto l’episodio, che coinvolge anche Sarah, la famiglia di Lot e gli abitanti di Sodoma, non sembra essere descritto come una semplice visione.

In un suo articolo, Rav Elchanan Samet, elaborando l’interpretazione di Rashbam, fornisce la spiegazione che consideriamo più convincente:

“La risposta alla questione sembra collegata al ruolo del tema dell’ospitalità nella storia, così come esso è trattato al capitolo 18 a riguardo di Avraham, e al capitolo 19 a riguardo di Lot. Gli angeli del nostro racconto non hanno alcuna intenzione di presentarsi immediatamente come messaggeri di Dio. Al contrario: essi intendono apparire inizialmente come persone umane, poiché il loro arrivo ha lo scopo di mettere alla prova sia Avraham che Lot nella loro ospitalità”.

La funzione del racconto è dunque quella di porre Avraham e Lot in contrasto con l’empietà degli abitanti di Sodoma, esaltando la loro ospitalità, in opposizione alla totale mancanza di compassione e di spirito di accoglienza da parte degli uomini della città corrotta. Mentre Avraham accoglie i tre apparenti viandanti dando loro cibo e riposo in una giornata calda, e Lot, in seguito, li invita in casa sua e diviene loro protettore, gli abitanti di Sodoma, al contrario, trattano con ferocia i nuovi arrivati e tentano di assalirli.
Ad essere al centro della storia è la benevolenza dei giusti nei confronti degli altri uomini, non la loro devozione religiosa. La descrizione dei tre angeli in termini molto concreti e terreni appare dunque funzionale al messaggio di ospitalità che la Torah vuole trasmettere alle generazioni.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...