Azazel e il capro espiatorio

Capro

Aronne prenderà dall’assemblea dei figli d’Israele due capri per il sacrificio per il peccato e un montone per l’olocausto. […] Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti al Signore all’ingresso della Tenda di convegno. Aaronne tirerà quindi a sorte i due capri: uno sarà per il Signore e l’altro “per Azazel” (Levitico 16:5-8).

Il rituale dei due capri prescritto nella Torah è l’elemento centrale della celebrazione di Yom Kippur, il “Giorno dell’Espiazione”, nella forma in cui questa festività era osservata all’epoca in cui esisteva il Tabernacolo, e in seguito il Tempio di Gerusalemme.

In un’atmosfera solenne di penitenza, nel giorno in cui il popolo era chiamato al ravvedimento e alla purificazione (Levitico 16:29-30), due capri identici venivano fatti comparire al cospetto del Sommo Sacerdote. Uno di essi, scelto a sorte, veniva sacrificato sull’altare; l’altro era invece designato come L’azazel (“per Azazel“) e doveva essere mandato nel deserto dopo che il Sommo Sacerdote aveva posto le mani su di esso confessando i peccati del popolo:

Aaronne poserà entrambe le sue mani sulla testa del capro vivo e confesserà su di esso tutte le iniquità dei figli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati, e li metterà sulla testa del capro; lo manderà poi nel deserto per mezzo di un uomo. Il capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in terra solitaria; e quell’uomo lo lascerà andare nel deserto (Levitico 16:21-22).

Per capire quale sia il significato di questo misterioso rito, bisogna chiedersi innanzitutto chi o che cosa sia Azazel, menzionato ai versetti 8, 16 e 26 di questo capitolo. Il termine, tra i più oscuri della Bibbia, è stato spiegato in vari modi nel corso dei secoli. Semplificando la questione, possiamo distinguere tre diverse opinioni:

  1. Secondo un’interpretazione basata sul significato letterale del termine, Azazel non sarebbe un nome proprio, ma deriverebbe dall’unione delle parole ez (“capro”) e asal (“andare via”). Il testo del Levitico, secondo questa spiegazione, affermerebbe quindi semplicemente che uno dei due capri viene designato come sacrificio da offrire a Dio, mentre l’altro viene scelto per essere azazel, cioè “il capro da mandare via“. Questo è il senso in cui l’antica traduzione greca dei LXX intende il termine. Un’etimologia alternativa fa derivare azazel da azh (“forza”) e azhel (“andare”): il capro sarebbe dunque “lasciato andare a forza”.
  2. Il Talmud (Yoma 67b) e alcune fonti rabbiniche classiche affermano che la parola significhi “aspro” (azaz) e “forte” (el), e sarebbe da intendere come il luogo in cui il capro veniva inviato: un sentiero aspro nel deserto che terminava con un burrone.
  3. Secondo Ibn Ezra, Nachmanide e molti critici moderni, Azazel sarebbe in realtà il nome di un’entità soprannaturale, identificata con uno spirito del deserto o con un essere demoniaco. A conferma di questa teoria, alcuni studiosi citano il libro apocrifo di Enoch, in cui Asael (simile ad Azazel) è il nome dell’angelo ribelle che insegnò all’umanità primitiva a fabbricare armi da guerra. Tuttavia, un testo di epoca tarda come il libro di Enoch, che risente di influenze culturali estranee alla Bibbia ebraica, non può rappresentare una fonte attendibile per interpretare un testo molto più antico come il passo del Levitico.

Sulle prime due opinioni non è necessario dilungarsi: si tratta di spiegazioni piuttosto semplici (benché rigettate da numerosi studiosi contemporanei) che chiariscono il brano senza inserire elementi controversi.
La terza interpretazione, al contrario, porta con sé un serio problema: il fatto che, secondo il rituale, uno dei capri debba essere inviato a un essere spirituale diverso dall’Unico Dio, potrebbe mettere in crisi il concetto del monoteismo biblico e andrebbe a contraddire la proibizione di offrire sacrifici ai demoni, espressa dalla Torah poco dopo (vedi Levitico 17:7). Com’è possibile che il Creatore dell’universo, che esige devozione esclusiva proclamando “Non avrai altri dei dinanzi a me” (Esodo 20:3), prescriva poi al Suo popolo di offrire un capro a uno spirito del deserto?

A questa domanda, uno studioso laico delle Scritture risponderebbe affermando che il monoteismo ebraico sia sorto gradualmente, e che la Torah sia stata composta attraverso la mescolanza di tradizioni diverse e l’unione di testi differenti. Da questa prospettiva, la menzione di Azazel viene vista come un residuo di credenze arcaiche degli Israeliti. Noi, però, seguendo l’approccio sincronico che fa capo a Umberto Cassuto, e appoggiandoci alla tradizione ebraica, vogliamo analizzare il testo che abbiamo davanti senza fare congetture sulla sua composizione originaria e sulle sue presunte fonti, tenendo conto delle argomentazioni a favore della natura unitaria del Pentateuco.

Nachmanide, che identifica Azazel con uno spirito malefico, sottolinea il fatto che l’invio del capro a questa entità spirituale non sia affatto un sacrificio o un’offerta votiva, bensì un atto simbolico che esprime l’idea secondo cui le trasgressioni del popolo debbano essere rigettate e restituite allo “spirito di desolazione e rovina” che le ha generate. Lungi dall’accettare l’esistenza di una divinità pagana, questa interpretazione vede dunque Azazel come una sorta di personificazione dello yetzer harah, l’istinto del male che conduce l’uomo a peccare.

La studiosa Judit Blair, commentando accuratamente le svariate teorie sull’identificazione di Azazel, scrive a questo proposito:

“Non esiste alcuna prova che dietro questo termine (Azazel) si nasconda una figura mitologica, malgrado i vari tentativi da parte degli studiosi di dimostrare altrimenti. Il valore di Azazel in Levitico 16 sta nella sua funzione simbolica. Il suo ruolo è quello di porsi in contrasto con Y-H-V-H, e pertanto si potrebbe sostenere che esso sia una personificazione delle forze del caos che minacciano l’ordine della Creazione” (Judit M. Blair, De-Demonising the Old Testament, p. 66).

Il deserto, in effetti, nella concezione biblica rappresenta il luogo dove Dio conduce il Suo popolo per giudicarlo (vedi Ezechiele 20:35), ma anche la desolazione in cui Israele può ascoltare la chiamata alla Redenzione (Osea 2:14). È possibile, come sostengono alcuni, che la Torah, menzionando Azazel, non si riferisca a un’entità reale, ma che il termine sia utilizzato, come scrive il Prof. Baruch J. Schwartz: “come un’espressione letteraria per indicare il mondo al di là della civilizzazione”.

Lo stesso Schwartz, parlando delle somiglianze tra il rito di Yom Kippur e altri rituali diffusi tra altri popoli del Medio Oriente antico, osserva:

“Non c’è da sorprendersi del fatto che siano stati scoperti, tra i Babilonesi e gli Ittiti, riti paralleli a quello del capro espiatorio. Presso gli Israeliti, la cerimonia presentava però caratteristiche uniche. La principale differenza tra la versione biblica e quella di altre antiche religioni mediorientali consiste nel fatto che queste ultime miravano alla liberazione dalla sfortuna, non dal peccato, e credevano nella necessità di esorcizzare i demoni che prendevano il controllo degli uomini, utilizzando maledizioni e incantesimi. Il rituale biblico risulta completamente epurato da questo elemento magico” (fonte: http://thetorah.com/yom-ha-kippurim-the-biblical-significance/).

In altre parole, mentre gli altri popoli eseguivano riti simili a quello del capro espiatorio per allontanare le disgrazie e placare i demoni servendosi della magia e della superstizione, al contrario, nella Torah l’intero concetto viene trasferito sul piano morale. Il popolo è chiamato ad allontanare le proprie azioni malvage e a respingerle, perché esse appartengono al regno del deserto, il caos che si pone in antitesi al Santuario e al culto di Dio.

Il primo capro viene immolato come “sacrificio per il peccato” (Levitico 16:9). Il termine “peccato” corrisponde all’ebraico chet, che indica più precisamente un “errore”, un “fallimento”, o una trasgressione involontaria. Il capro mandato nel deserto, invece, ha il ruolo di espiare quella categoria di peccati chiamati avonot, cioè “iniquità” (Levitico 16:21-22): le trasgressioni volontarie commesse per la propria malvagità o depravazione. Per espiare le “iniquità” non può esistere alcun sacrificio né una semplice ammenda, ma è necessario invece un processo di ravvedimento e di allontanamento dalla propria colpa, che nel rito di Yom Kippur si esprime attraverso la cacciata nel deserto del capro espiatorio.
Maimonide (1134 – 1204) spiega a questo proposito che il peccato non è qualcosa che possa essere trasferito letteralmente da una persona a un animale, ma lo scopo del rito è quello di dare un’espressione concreta a un proposito interiore:

“Questa cerimonia ha un carattere simbolico e serve a trasmettere all’uomo un certo insegnamento e di condurlo a ravvedersi, come dire: ‘Ci siamo liberati delle nostre azioni passate, le abbiamo lasciate alle nostre spalle e le abbiamo respinte il più lontano possibile da noi” (Maimonide, Guida dei Perplessi, 3:46).

 Se il significato di Azazel rimane oscuro, e forse sulla sua etimologia non ci sarà mai accordo fra gli studiosi, il messaggio del rito appare molto più comprensibile, e in esso non si intravede alcuna ombra di un culto politeistico.

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