Isaia 53 – Il servo sofferente

Isaia

Il canto poetico del “servo sofferente”, composto dal profeta Isaia, è un passo biblico di grande bellezza e ricco di significato, divenuto purtroppo un campo di battaglia teologico, utilizzato dal Cristianesimo come cavallo di battaglia per affermare la propria dottrina sul sacrificio di Cristo.
Nell’ambizioso tentativo di restituire questo brano al suo spirito originario, offriamo un commento verso per verso dell’intero capitolo, cercando di accantonare il più possibile le polemiche fra le religioni, a cui abbiamo dedicato un articolo separato (vedi “Isaia 53 – Risposta alle obiezioni cristiane”) allo scopo di chiarire gli aspetti controversi qui tralasciati.

Il contesto

Prima di prendere in esame il passo in questione, è indispensabile considerare il contesto in cui esso è inserito all’interno del libro di Isaia.
Il capitolo 53 contiene l’ultimo di quattro componimenti poetici noti come “Canti del Servo“, incentrati sulla figura dell’eved Hashem, il “servo del Signore”, descritto come un personaggio scelto da Dio per “portare la giustizia alle nazioni” (Isaia 42:1), ma anche come colui che è “cieco” e “sordo” (Isaia 42:19) in quanto incapace di svolgere la missione affidatagli da Dio.

Chi è questo servo? Isaia stesso ci fornisce la risposta in numerose occasioni:

“Ma tu, Israele, mio servo, Giacobbe che ho scelto, progenie di Abramo, mio amico” (Isaia 41:8).
“Ora ascolta, o Giacobbe mio servo, o Israele, che io ho scelto!” (Isaia 44:1).
“Ricorda queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo” (Isaia 44:21).
“Per amore di Giacobbe mio servo e d’Israele mio eletto, io ti ho chiamato per nome” (Isaia 45:4).
“Tu sei il mio servo, Israele, in cui sarò glorificato” (Isaia 49:3).

È chiaro dunque che il “servo del Signore” sia da identificare con il popolo d’Israele, personificato nel linguaggio poetico come se fosse un unico individuo. Ciò non è affatto insolito se si considera che in molti brani Israele è descritto come un figlio o un fanciullo (vedi Esodo 4:22; Geremia 31:20; Osea 11:1), o come una donna (Isaia 54:1; Osea 2:14; Geremia 3:6); inoltre, anche nel libro di Geremia il popolo ebraico è chiamato “mio servo” (30:10; 46:27). Queste personificazioni allegoriche sono quindi piuttosto comuni nella Bibbia.

Isaia 53 verso per verso

È noto che la divisione in capitoli e versetti che troviamo nelle Bibbie moderne non esisteva nei testi originali, ma è stata introdotta in epoca molto tarda in base a criteri non sempre attendibili.
Il brano relativo al “servo sofferente” non inizia in quello che oggi è il capitolo 53, ma nel capitolo precedente, al verso 13. Il nostro commento inizierà perciò da questo verso.

52:13 Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato.

Subito dopo aver preannunciato la Redenzione d’Israele e di Gerusalemme in seguito a un periodo di grande sofferenza (52:1-12), il profeta introduce nuovamente la figura del servo, che, come abbiamo appena visto, è il popolo ebraico descritto poeticamente come un singolo individuo, o meglio, più precisamente, la personificazione del residuo d’Israele rimasto fedele a Dio. Questo servo, che nell’ultima occasione era stato rappresentato come un uomo sottomesso e perseguitato (50:6), ora invece viene elevato alla gloria. Qualcosa è cambiato nella condizione del servo.

52:14-15 Come molti erano stupiti di te, tanto il suo aspetto era sfigurato più di quello di alcun uomo, e il suo volto era diverso da quello dei figli dell’uomo, così egli abbatterà molte nazioni. I re chiuderanno la bocca davanti a lui, perché vedranno ciò che non era mai stato loro narrato e comprenderanno ciò che non avevano udito.

I re delle nazioni osservano la nuova prosperità del servo e rimangono sconvolti e stupiti dinanzi a colui che consideravano tanto spregevole da non essere neppure umano. Il profeta descrive così la meraviglia dei popoli che assistono alla restaurazione d’Israele.

Si adempie in questo verso ciò che Isaia aveva già predetto: “Ecco, tutti quelli che si sono infuriati contro di te saranno svergognati e confusi” (41:11).

53:1 «Chi ha creduto a ciò che abbiamo udito, e a chi è stato rivelato il braccio del Signore?»

Da questo punto, a parlare in prima persona sono i re delle nazioni. Ciò si comprende dal fatto che, secondo quanto il profeta ha appena affermato, sono proprio i re a mostrare incredulità davanti alla sorprendente elevazione del servo. Inoltre, coloro che parlano dichiarano di aver assistito alla rivelazione del “braccio del Signore”, e poco prima, Isaia aveva detto: “Il Signore ha messo a nudo il suo santo braccio agli occhi di tutte le nazioni” (52:10).
Il testo ci riporta dunque le parole di stupore espresse dalla voce dei re della terra. Per quanto possa sembrare insolito, non è l’unica volta che ciò accade nella Bibbia. Nel Salmo 2, infatti, i capi dei popoli prendono la parola senza che il testo lo dica esplicitamente:
“I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano insieme contro il Signore e contro il suo Unto: «Rompiamo i loro legami e sbarazziamoci delle loro funi»” (Salmi 2:2-3).
Un caso simile, in cui il soggetto che parla in prima persona cambia improvvisamente, si trova anche in Isaia 14:16.

Il riferimento al “braccio del Signore” allude a una potente liberazione da parte di Dio e richiama l’Esodo dall’Egitto (vedi Esodo 6:6; Deuteronomio 26:8). La Redenzione di cui parla Isaia è la stessa annunciata anche da Michea:
“Come ai giorni in cui uscisti dal paese d’Egitto, io farò loro vedere cose meravigliose. Le nazioni vedranno e si vergogneranno di tutta la loro potenza; si metteranno la mano sulla bocca, le loro orecchie rimarranno sorde” (Michea 7:15-16).

53:2 Egli è cresciuto davanti a lui come un ramoscello, come una radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare. 

L’immagine della pianta cresciuta in una terra arida indica la condizione del popolo ebraico in esilio, come in Ezechiele 19:13: “Ora è piantata nel deserto in un suolo arido ed assetato”.

53:3 Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo di dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

I re delle nazioni continuano ad esprimere il disprezzo con cui guardavano al popolo d’Israele nel corso del suo esilio. Le parole utilizzate sono simili a quelle che troviamo nel Salmo 44, in cui gli Israeliti dicono a Dio: “Tu ci hai resi lo zimbello delle nazioni; nei nostri confronti i popoli scuotono il capo” (Salmi 44:14; vedi anche Isaia 49:7).

53:4 Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori.

Lo scopo dell’esilio e della sofferenza d’Israele è quello di portare alla Redenzione del mondo intero. Israele è infatti “luce delle nazioni” e il suo compito è di “portare la salvezza fino alle estremità della terra” (Isaia 49:6). Per compiere questa missione, il popolo ebraico deve pagare un prezzo molto caro, subendo ogni sorta di atrocità. Alla fine, però, le nazioni comprenderanno che il cammino doloroso d’Israele ha portato beneficio a tutta l’umanità (Isaia 60:3).
L’idea non è del tutto nuova: già Yosef (Giuseppe), figlio di Giacobbe, aveva dichiarato ai suoi fratelli che le proprie disgrazie erano state impiegate da Dio come strumento per far sopravvivere un’intera nazione (Genesi 50:20).

Nell’esprimere la loro penitenza, i re delle nazioni ammettono che essi avrebbero meritato di subire le sofferenze che sono state inflitte al servo.

53:4-5 Noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato, ma egli è stato ferito dalle nostre trasgressioni, schiacciato dalle nostre iniquità.

Prima che il servo fosse redento, le nazioni lo avevano perseguitato e afflitto senza il minimo senso di colpa; esse infatti credevano che i dolori inflitti a Israele fossero stati decretati da Dio. Lo stesso concetto è espresso in modo più chiaro da Geremia:
“Il mio popolo fu come un gregge di pecore smarrite. Tutti quelli che le trovavano, le divoravano, e i loro nemici dicevano: Non siamo colpevoli, poiché essi hanno peccato contro il Signore” (Geremia 50:6-7).

Ora, invece, i re della terra ammettono la loro responsabilità dichiarando che Israele ha sofferto a causa delle loro iniquità: sono state le violenze compiute dai popoli ad aver causato la rovina degli Ebrei.
In alcune versioni della Bibbia, questo verso è stato tradotto in maniera erronea: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (edizione CEI), come se il servo fosse stato punito per i peccati di altri, un concetto contrario all’etica della Torah (vedi Deut. 24:16; Ezechiele 18:20). In realtà, davanti alle parole “trasgressioni” e “iniquità”, il testo ebraico ha la lettera mem come prefisso, che significa “da”. Il senso è dunque che le ingiustizie delle nazioni hanno causato le sofferenze del servo.

53:5 (b) Il castigo della nostra pace è su di lui, e con le sue lividure noi siamo stati guariti.

“Il castigo della nostra pace” (Musar Sh’lomenu) è il caro prezzo che Israele deve pagare per redimere l’intera umanità.
Lo Zohar afferma: “Perché Israele è sottomesso a tutte le nazioni? Affinché grazie ad esso tutto il mondo sia preservato” (Soncino Zohar, Shemot, 2, 16b).

53:6 Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e il Signore ha fatto abbattere su di lui l’iniquità di noi tutti. 

I peccati delle nazioni si abbattono sul servo nel senso che egli deve sopportare le loro ingiustizie. Per duemila anni Israele è stato scelto come capro espiatorio del mondo, poiché gli Ebrei erano considerati una stirpe maledetta.
Molti traducono questo versetto in modo diverso:”il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”; ma il verbo הִפְגִּיעַ (hif’gia), che appare anche in Isaia 59:16, significa abbattere, far scontrare, o anche supplicare o intercedere (Rashi infatti lo intende come: “Il Signore ha accettato la sua preghiera per la nostra iniquità”).

L’immagine della confusione che offusca i popoli, in contrapposizione ad Israele, ricorre anche in Isaia 60:2.

53:7 Maltrattato e umiliato, non aprì bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aprì bocca. 

La metafora qui impiegata si trova anche nel Salmo 44 in riferimento alle sofferenze degli Israeliti: “Tu ci hai dati via come pecore da macello e ci hai dispersi fra le nazioni” (v.11, vedi anche v.22).

53:8 Fu portato via dall’oppressione e dal giudizio. E chi potrà immaginare la sua generazione? Poiché è stato strappato dalla terra dei viventi e colpito dalle trasgressioni del mio popolo.

La miseria della condizione di esilio in cui si trova il popolo ebraico è paragonata alla morte, come in Ezechiele 37, il capitolo in cui la nazione d’Israele appare nella forma di ossa secche abbandonate in una valle. Prima di essere riscattato, il servo sembrava ormai essere stato strappato dal mondo dei vivi.

53:9 Fu con il malvagio la sua tomba, e con il ricco nelle sue morti (bemotav, plurale)

Troviamo ancora la metafora della morte per rappresentare l’esilio e la distruzione subiti da Israele. Il testo ci dice che il servo è stato seppellito “con il malvagio”, in riferimento alle sepolture ignominiose e prive di onori che spettavano agli empi. L’espressione “con il ricco nelle sue morti” può alludere al fatto che a condannare a morte il servo sono stati i potenti della terra. La frase non può essere applicata alla vicenda di Gesù, come invece sostiene il Cristianesimo, poiché egli morì con i malvagi e poi fu posto nel sepolcro di un ricco, cioè l’esatto opposto di quanto afferma Isaia in questo verso.

53:9 (b) perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca.

La stessa idea è espressa dal profeta Sofonia: “Il residuo d’Israele non commetterà iniquità e non proferirà menzogne, né si troverà nella loro bocca una lingua ingannatrice” (3:12).
Il testo non vuole dirci che il popolo d’Israele sia perfetto o che non abbia mai compiuto peccati. Piuttosto, il senso è che il servo viene accusato ingiustamente di crimini che non ha commesso, come afferma David parlando dei suoi nemici che lo perseguitano senza motivo (vedi Salmi 35:7; 69:4).

53:10 Ma il Signore desiderò percuoterlo e farlo soffrire. Se egli pone la sua vita come asham (offerta per la colpa), egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e la volontà del Signore prospererà nelle sue mani.

Da ora, come sarà più chiaro al verso successivo, a parlare in prima persona non sono più i re delle nazioni, e il testo segue nuovamente la prospettiva di Dio.
Il Targum Yonatan interpreta questo verso offrendo la seguente parafrasi: “Ma piacque al Signore di affinare e purificare i superstiti del Suo popolo per purificare le loro anime dal peccato; essi vedranno il regno messianico, avranno molti figli e figlie, prolungheranno le loro vite, e chi osserva la Legge del Signore prospererà”.
L’offerta per la colpa (asham), secondo il Levitico (capitoli 5-6), è un sacrificio da presentare nel Santuario con la confessione pubblica di una propria trasgressione volontaria.

53:11 Egli vedrà il frutto del travaglio della sua anima e ne sarà soddisfatto. Con la sua conoscenza, il giusto, il mio servo, renderà giusti molti, e si caricherà delle loro iniquità. 

In precedenza, il testo ci aveva già reso noto il fatto che la Redenzione d’Israele porterà beneficio all’intera umanità. Ora, in questo verso, ci viene rivelato anche il modo in cui ciò avverrà: Israele porterà la giustizia alle nazioni con la sua conoscenza, cioè insegnando la Torah ai popoli del mondo, come affermano tutti i profeti (vedi Isaia 2:3; 42:4; Michea 4:2-3; Zaccaria 8:23).

Il popolo ebraico è chiamato “regno di sacerdoti” (Esodo 19:6), e Isaia stesso definisce gli Israeliti “sacerdoti del Signore” (61:6). Come il sacerdote, secondo la Torah, ha il compito di rappresentare il popolo dinanzi a Dio e di presentare i peccati della nazione affinché siano perdonati (vedi Numeri 18:1), così anche Israele, in quanto popolo sacerdotale dell’umanità, si carica del peso delle colpe di tutti gli altri per chiedere a Dio l’espiazione.

53:12 Perciò gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha versato la sua vita fino a morire ed è stato annoverato fra i malfattori; egli ha portato il peccato di molti e ha interceduto per i trasgressori.

La promessa secondo cui Israele otterrà il bottino dei potenti della terra ricorre in altri brani di Isaia (33:23; 61:8; 60:11).
L’immagine di Israele che porta il peccato di molti e intercede per i trasgressori elabora ulteriormente il concetto del ruolo sacerdotale della nazione ebraica.

Il passo, che si conclude con la profezia relativa alla ricompensa che il servo riceverà dopo il suo travaglio, è seguito da un altro brano (Isaia 54) in cui il profeta continua a consolare il suo popolo annunciando la fine delle disgrazie. La Redenzione promessa, come abbiamo visto, non porta all’esclusione del resto del mondo, ma passa attraverso il riconoscimento, da parte delle nazioni, di un grande paradosso: il popolo odiato, perseguitato e reietto, sarà quello che guiderà il genere umano sulla via della giustizia nell’era messianica.

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26 risposte a “Isaia 53 – Il servo sofferente

  1. 52:13 Ecco, il mio servo prospererà e sarà innalzato, elevato e grandemente esaltato.

    Non ho l’abitudine di dialogare con gli anonimi, ma siccome l’interpretazione che ho letto è anticristica, mi decido a farlo.
    Nell’antica interpretazione ebraica, il Servo del Signore presentato in Is.52:13 è il promesso re Messia Davidico. Il Targum Yonatan parafrasa dicendo: “Ecco, il mio servo il Messia prospererà, egli sarà elevato ed esaltato”.

    Isaia dichiara che il Servo del Signore “prospererà” (sakal), una parola che è meglio tradotta come “agire con saggezza” o “essere prudente”. Ramban spiega: “Al tempo della redenzione del Messia il Messia capirà e comprenderà (sakal) la fine, e saprà quando il tempo della sua venuta è imminente, ed è arrivato il momento per lui di rivelare se stesso alla congregazione di quelli che sono in attesa di lui”. Moshe ben Nachman (Ramban) cita Dan.12:10 a sostegno della sua interpretazione: “Molti saranno purificati, imbiancati, affinati; ma gli empi agiranno empiamente, e nessuno degli empi capirà, ma capiranno i savi (sakal)”.

    L’esaltazione del Servo del Signore è descritta con tre espressioni. Il Servo sarà 1) innalzato, 2) elevato, e 3) grandemente esaltato. Un antico e ben conosciuto midrash spiega Isaia 52:13 nel senso che il Messia è esaltato sopra i padri, sopra Mosè, e anche sopra gli angeli. Il midrash si trova in numerose fonti, con diverse variazioni sullo stesso tema. Per esempio, Rabbi Moshe Kohen ibn Crispin lo cita come: “Secondo il Midrash dei nostri Rabbi; egli sarà più alto di Abrahamo, più esaltato di Mosè, più elevato di Salomone, grandemente sopra gli angeli”. Anche Rashi ha citato l’esaltazione messianica come un’interpretazione alternativa alla sua (Raymundus Martini, Pugio fidei, 39). L’autore della lettera agli Ebrei offre dei pensieri simili riguardo l’esaltazione del Messia, quando dice: “si pose a sedere alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro” (Ebr.1:3,4); e quando dice, “Poiché egli è stato reputato degno di tanta maggior gloria che Mosè” (Ebr.3:3). L’apostolo Paolo – della scuola di Rabban Gamaliele – si riferisce direttamente ad Is.52:13 quando dice: “Ed è perciò che Dio lo ha sovranamente innalzato” (Fil.2:9). Il Messia viene elevato “al di sopra di ogni principato e autorità e potestà e signoria, e d’ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire” (Efes.1:21).

    La seguente versione del midrash gioca sulle parole ebraiche “alto” (rum), “innalzato” (nasa’) e “esaltato” (gavah), trovando una corrispondente forma della parola in riferimento ad Abrahamo, Mosè, e gli angeli, rispettivamente:

    «Questo si riferisce al Re Messia … egli è più grande dei patriarchi, come è detto [in Isaia 52:13], “il mio servo sarà alto ed elevato e grandemente esaltato”. Più alto di Abrahamo, il quale dice [in Genesi 14:22], “Ho alzato la mia mano alta al Signore”. Innalzato sopra Mosè, di cui si dice [in Numeri 11:12], “Sollevalo sul tuo seno”. Più elevato degli angeli, di cui si è scritto [in Ezechiele 1:18], “Quanto ai loro cerchi, essi erano alti e formidabili”. E da chi è uscito? Da David (Yalkut Shimoni II 571)».

    La letteratura rabbinica abbonda di testi che dimostrano come gli antichi Saggi consideravano il Servo del Signore di Is.52:13ss, e cioè come una profezia sul Messia. Rashi, però, e molti dei commentatori che lo seguono, si allontana dalla precedente interpretazione messianica e spiegano l’innalzato, elevato ed esaltato Servo del Signore, come la nazione di Israele, ma è una chiara interpretazione fatta in polemica anticristiana. Anche lo Zohar offre una interpretazione messianica in cui il Messia viene paragonato alla luna che, nel tempo a venire, sarà restaurata in tutta la sua luminosità. Inoltre, Dio esalta il suo servo dandogli le chiavi della risurrezione:

    “Ecco, il mio servo prospererà, sarà alto ed elevato e grandemente esaltato” (Isaia 52:13). Egli sarà alto, al di sopra della luce di tutti i luminari, come è scritto [in Isaia 30:18], “si leverà per avere compassione di voi”. Egli sarà innalzato sopra Abrahamo, alto sopra Isacco, grandemente esaltato al di sopra di Giacobbe … Tutti i morti che sono nella polvere allora si sveglieranno. Questo è il mistero del “mio Servo”, nelle cui mani sono le chiavi del suo Signore, come lo erano in quelle di Abrahamo e di Eliezer (Zohar, Vayashev, 181b).

    • “Nell’antica interpretazione ebraica, il Servo del Signore presentato in Is.52:13 è il promesso re Messia Davidico”.
      Le faccio notare per prima cosa che il suo commento inizia con una vera e propria menzogna. L’idea che l’Ebraismo abbia “cambiato interpretazione” all’epoca di Rashi è smentita categoricamente sia dalle fonti ebraiche che da quelle cristiane. Dal punto di vista del senso letterale, l’Ebraismo ha sempre compreso che il servo sofferente è una personificazione poetica del popolo ebraico.
      Abbiamo già confutato queste argomentazioni ingannevoli in un articolo apposito dal titolo “Isaia 53: Risposta alle obiezioni cristiane”. Il link si trova nell’introduzione di questo stesso articolo. La invito cortesemente a leggerlo per evitare di diffondere opinioni che travisano le fonti ebraiche come il Targum da lei citato, che dice in realtà ben altro.

  2. Lei non inizia bene rispondendomi dicendo che ho detto una menzogna. Ma capisco che quando uno non ha argomenti non rimane che accusare. Non ho l’abitudine di dire menzogne, contrariamente a un certo ebraismo che ha fatto la sua fortuna con le menzogne. Voi non avete confutato un bel niente dato che io le ho riportato alcune affermazioni rabbiniche ( e questo è solo l’inizio). Se fosse intellettualmente onesto avrebbe dovuto prendere atto che, come minimo, c’era una corrente ebraica nell’antichità che credeva che il Servo Sofferente fosse il Messia. Ma l’onestà oggi è una merce preziosa.

    Allora adesso aggiungo un altro riferimento rabbinico, tanto per farla stare allegro, e le cito il Talmud. In b. Sanhedrin 98b, i Saggi discutono i possibili nomi del Messia. Scuole diverse offrono opinioni diverse riguardo a ciò che si supponeva essere il nome del Messia. Dopo aver soppesato le opinioni, è stato introdotto un vecchio parere, suggerendo che il Messia doveva essere chiamato “il Lebbroso della Casa di studio”. È un nome strano per il promesso Re Salvatore:

    «E i rabbini dicono: “Il suo nome è il Lebbroso della Casa di Studio, come è detto [in Is.53:4], E, nondimeno, erano le nostre malattie ch’egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato; e noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato!”

    I Saggi hanno interpretato le “malattie” di Isaia 53:4 (“erano le nostre malattie ch’egli portava”) come la lebbra.

    I Saggi hanno inteso il verso nel senso che il Messia ha preso su di sé la nostra lebbra, non letteralmente, ma in senso figurato. La stessa interpretazione si trova dietro la storia enigmatica nella pagina precedente del Talmud:

    [Rabbi Yehoshua ben Levi ha chiesto al profeta Elia]: “Come farò a riconoscere [il Messia]?” Elia ha risposto: “Egli è seduto tra i poveri lebbrosi, fasciando le loro ferite” (b. Sanhedrin 98a)

    Il passaggio citato da Sanhedrin dimostra che al tempo dei Saggi, il personaggio sofferente descritto in Isaia 53 era stato interpretato come un riferimento al Messia. L’insistenza dell’ebraismo che Isaia 53 non è una profezia messianica, è solo una risposta alla polemica con il cristianesimo, e dunque una menzogna!

    • Non l’ho per nulla offesa, né ho fatto insinuazioni. La frase con cui lei ha iniziato la sua argomentazione era ed è, oggettivamente, una menzogna, nel senso di affermazione falsa, la cui falsità è evidente anche dalle fonti critstiane (Origene di Alessandria). Ma l’inganno non è stato costruito da lei, ci mancherebbe. Lei non ha fatto altro che riportare un’argomentazione antica, già presentata da Pablo Cristiani alla corte del re d’Aragona, e difesa oggi da autori discutibili come Michael Brown. La colpa non è sua, dunque, ma di chi ha travisato le fonti bibliche e rabbiniche secoli fa.
      Si risparmi perciò l’ironia del tipo “tanto per farla stare allegro”, e i pregiudizi antigiudaici come “un certo ebraismo costruito sulla menzogna”. Frasi di questo tipo non trovano posto qui. Grazie.

      Per quanto riguarda Sanhedrin 98b, si tratta di un brano umoristico in cui i rabbini propongono teorie stravaganti sul nome del Messia forzando i versetti della Torah in onore dei propri rispettivi maestri. Il “lebbroso della scuola di Rabbi Yehudah HaNasì” era un discepolo che contrasse la tzaarat per aver osato insegnare i segreti del Maasè HaMerkavah in pubblico. Il Talmud sembra dirci che chiunque, persino questo discepolo scomunicato, può dimostrare di essere il Messia giocando con i versetti.

      Ci sono molte haggadot nel Midrash che identificano il servo sofferente con il Messia, con Mosè, con Rabbi Akiva, con Elia e con altri personaggi. Per motivi fin troppo chiari, i cristiani citano soltanto le omelie rabbiniche che applicano la profezia al Messia, ignorando gli altri personaggi. In questo modo, il significato di tali interpretazioni viene violato e travisato. In realtà, i Maestri applicano Isaia 53 a qualsiasi personaggio giusto ed esemplare del popolo ebraico. Mosè, Il Messia, Rabbi Akiva ed Elia sono tutte figure degne di rappresentare la collettività di Israele. Dire che “Una corrente ebraica identificava il Servo con il Messia” significa quindi semplicemente affermare il falso, se ci riferisce a fonti rabbiniche classiche.
      Bisogna poi sempre distinguere tra p’shat e derash. Dal punto di vista del p’shat (senso letterale), il servo sofferente è Israele. Il derash, cioè la riflessione omiletica, poetica ed allegorica, può prendersi la libertà di applicare il brano ad altri personaggi, ma ciò va sempre inquadrato alla luce del senso letterale.
      Nachmanide (Ramban), che lei ha citato, spiega chiaramente ciò che io sto affermando: “Secondo il suo vero significato, [il passo] si riferisce solo al popolo di Israele in generale. Il profeta infatti chiama continuamente Israele “mio servo” e “Giacobbe mio servo”. Le consiglio di consultare “La Disputa di Barcellona” di Nachmanide per avere un quadro completo del pensiero di questo grande commentatore biblico.

  3. Bene la discussione di fa interessante, e mi conferma che l’ebraismo della diaspora è un ebraismo in gran parte corrotto. Del resto, non poteva essere altrimenti, c’erano correnti corrotte (i Sadducei) duemila anni fa in Israele, figuriamoci in esilio.
    Io non mi sono rifatto ad Origine, con il quale non ho nulla a che spartire. Quello che lei chiama “inganno” è una interpretazione neotestamentaria, fatta cioè da ebrei molto più antichi di Nachmanide.

    Nessun pregiudizio antigiudaico, tutt’altro, dato che sono di fede messianica. I primi a parlar male degli ebrei furono i profeti d’Israele, ma non lo facevano perché avevano dei pregiudizi ma perché amavano il loro popolo e volevano correggerlo. La stessa cosa dicasi di Yeshua e dell’apostolo Paolo. Parlo semplicemente di fatti. Delle menzogne di un certo ebraismo antico e moderno potrei riempirle il forum, a partire dalla persecuzione di Nerone istigata dagli ebrei, ma non è questo l’argomento.
    Se c’è qualcuno che ha dei pregiudizi è proprio l’ebraismo nei confronti del cristianesimo, e non il contrario. Basterebbe leggere con quale violenza verbale il Talmud parla di Yeshua, di Maria e dei discepoli.

    Che Sanhedrin 98b si tratta di un brano umoristico è l’opinione dei suoi consulenti che hanno pregiudizi anticristiani, non è certo farina del suo sacco. Posso fare il suo stesso ragionamento all’inverso: «Per motivi fin troppo chiari, gli ebrei citano soltanto le omelie rabbiniche che applicano la profezia a Israele, ignorando il Messia. In questo modo, il significato di tali interpretazioni viene violato e travisato».

    Dal punto di vista letterale il Servo sofferente di Isaia 53 non può essere Israele perché la sofferenza e la morte del Servo portano giustizia e guarigione a coloro che lo accettano. Anche se Israele ha sofferto, la sua sofferenza non ha mai portato giustizia o guarigione alle genti.

    Comunque io continuo a citare commentari di ebrei ortodossi:

    «Isaia descrive un uomo di dolore, abituato alla malattia (53:3), disprezzato e deriso ma infine riscattato e riconosciuto superiore ai suoi diffamatori. Secondo molti commentatori, questa immagine si riferisce anche al popolo ebraico intero, calpestato durante l’esilio, ma destinato a prevalere quando verrà la redenzione. Rambam e Abrabanel, tuttavia, interpretano il cap.53 di Isaia come riferito al Messia stesso. Il passo del Talmud Sanhedrin interpreta allo stesso modo “egli porterà le sue afflizioni” come riferito al Messia stesso. Così anche Rambam assume i versi sopra citati che interpretano il mio servo come un riferimento al Messia. Abrabanel spiega che i profeti e i saggi spesso si riferiscono al Messia chiamandolo con il nome Popolo… Come i nostri saggi ci insegnano: “La generazione è il suo capo, e il capo, che la guida, è la sua generazione” (Yeshu’ot Meshico iyun 2, sez. 2; cfr. anche Bemeidbar Rabbà 19:19; Midrash Tanchumà su Chucat sez. 23).

    «Nello stesso modo, riferendosi ai Salmi (16:4), il Midrash stabilisce che la sofferenza viene divisa in tre parti: una patita dai nostri antenati, una dalla generazione che si è abbandonata all’idolatria, e una al Messia. Interi capitoli dei Salmi descrivono minutamente le angosce del Messia. E i nostri maestri dicono, riferendosi a Isaia 11:3 che egli è pieno di sofferenza come un mulo del suo carico (Talmud Sanhedrin 93b). Perché mai il Messia deve essere così afflitto? Una risposta è che la sofferenza costituisce espiazione per la sua generazione, permettendo così a tutti gli ebrei di essere redenti. Nelle parole del profeta:… “egli ha sopportato i dolori inflitti da noi e ha sofferto per i mali causati da noi… È stato ferito a causa delle nostre trasgressioni, offeso a causa delle nostre iniquità…” (Isaia 53:4,5).

    «Alshic aggiunge che il Messia accetta la sua sofferenza di buon grado: “noi pensavamo che lui fosse qualcuno colpito dal Signore”, ma quando egli finalmente si rivelerà in tutto il suo splendore, tutti vedranno e comprenderanno “quanti sforzi ha dovuto fare per sopportare le sofferenze della generazione”» [I Giorni del Messia, Menachem M. Brod].

    Come vede, i miei “consulenti” hanno opinioni completamente diverse dai suoi. Chi è che racconta balle? Gli ebrei che ha consultato lei o quelli che ho consultato io?

    Di mio pugno aggiungo che il Servo ha sofferto volontariamente e senza opporre resistenza. Ha accettato di buon grado la sua sofferenza. La sua sofferenza è volontaria, intenzionale, e fatta in silenzio. Anche Israele ha sofferto, ma non volentieri, né intenzionalmente, né in silenzio. Le sofferenze del Servo sono di natura diversa rispetto alle sofferenze del popolo ebraico.

    Mi consenta un’ultima osservazione. Lei scrive: « Il Talmud sembra dirci che chiunque, persino questo discepolo scomunicato, può dimostrare di essere il Messia giocando con i versetti.». Parole sante, ma che il popolo ebraico non ha mai messo in pratica. Vogliamo parlare di tutti i falsi messia a cui il popolo ebraico è andato dietro? Vogliamo parlare per esempio di Shabbetai Zevi?

    • Non capisco perché continua ad utilizzare un tono irrispettoso e autoritario.
      Vuole “correggere” il popolo ebraico come i profeti? Bene, ma non lo faccia qui, con questo atteggiamento. Qui si può discutere con calma e serietà senza ergersi a predicatori. Questo non è un sito religioso, ma di studio.
      Non vedo come si possa negare che il Cristianesimo abbia dei pregiudizi antigiudaici. Li ha eccome. Anche da parte ebraica c’è stato (e in parte c’è ancora) astio e diffidenza verso la fede della Chiesa, ma da ciò non è mai scaturito un mutamento truffaldino dell’interpretazione biblica. Che lei non abbia nulla a che spartire con Origene mi fa piacere, ma io mi limitavo a farle notare che proprio Origene, nell’opera Contro Celso, ci racconta che gli Ebrei del suo tempo identificavano il servo sofferente con Israele, e ciò molti secoli prima che Rashi nascesse. Anche il Talmud e il Midrash, in diversi passaggi, applicano Isaia 53 al popolo ebraico nella sua collettività. Quella del “cambio di interpretazione” è dunque un’ipotesi del tutto infondata, soprattutto se considera che ancora oggi i mistici applicano la profezia al Messia ed altri personaggi, proprio come i Saggi antichi, seppure in un senso molto diverso da quello neotestamentario.

      Lei scrive: “Dal punto di vista letterale il Servo sofferente di Isaia 53 non può essere Israele perché la sofferenza e la morte del Servo portano giustizia e guarigione a coloro che lo accettano”.
      Da questa affermazione traspare l’influenza della fede cristiana, una fede ignota ad Isaia. “Coloro che lo accettano” è un’espressione cristiana assente dal testo biblico. Il servo porta la giustizia alle nazioni “per la sua conoscenza” (53:11), come è scritto in altri passi di Isaia e di altri profeti, secondo cui gli Israeliti insegneranno la Torah alle genti nell’era messianica. Israele, in quanto popolo sacerdotale (Esodo 19:6; Isaia 61:6), porta su di sé le trasgressioni del mondo, come il sacerdote portava quelle del popolo svolgendo i riti del Santuario. Il parallelismo poetico di Isaia serve a conferire una funzione di redenzione alle sofferenze del popolo, una redenzione che è prima di tutto per il servo stesso, che sarà premiato con una discendenza carnale (zerah), un prolungamento dei suoi giorni, l’avere la sua “parte fra i grandi” e il dividersi il bottino con i potenti. Per ognuno dei versi di Isaia 53 posso citare passi paralleli riferiti a Israele. Questo è il senso letterale (pshuto shel mikra) del capitolo di Isaia, che non può essere cambiato, neppure se il rabbino capo della Yeshiva più prestigiosa della storia avesse dato un’interpretazione diversa.

      Nessuno qui ha negato che ci siano molte affermazioni dei Saggi talmudici e degli autori successivi che applicano il brano al Messia. Inutile dunque vantare valanghe di citazioni di cui io stesso non nego l’esistenza (seppure molte di quelle spesso presentate da associazioni come Jews for Jesus siano travisate ad hoc). Ma, ribadisco, bisogna distinguere tra p’shat e derash. La differenza non è tra “interpretazioni antiche” e “interpretazioni moderne”, bensì tra commentatori che chiariscono il semplice senso letterali e autori che intraprendono la strada dell’allegoria e dell’Haggadah.

      Anche tra coloro che applicano (attraverso derashot, non secondo il senso letterale) il brano al Messia (e a Rabbi Akiva, Mosè ed altri, ricordiamolo) nessuno appoggia dottrine tipicamente cristiane come il sacrificio del Messia e la salvezza dell’anima per mezzo della fede in lui. Questi autori applicano invece il passo allo spirito del Messia che non è ancora venuto su questa terra, e che soffre in attesa di essere chiamato a svolgere la sua missione. Si tratta di un concetto altamente mistico ed allegorico: i peccati degli uomini ritardano la Redenzione messianica, e quindi, in questo senso, fanno soffrire il Messia, gli impediscono di realizzare il suo potenziale. Ciò è scritto chiaramente nel Midrash Yalkut Shimoni e nello Zohar.
      Maimonide e Abravanel non si sarebbero mai sognati di affermare che il Messia morirà o che sarà sacrificato per i peccati del mondo. Maimonide, che lei cita a sostegno delle tesi cristiane (!), nel Mishneh Torah scrive a chiare lettere che se un presunto Messia viene ucciso, allora ciò dimostra che non era il vero Messia. Per lui, come anche per Nachmanide, il Messia avrà una lunga vita e morirà di vecchiaia dopo aver generato figli, come un qualsiasi re di Israele.

    • A proposito di Alshich, che lei ha citato a supporto della sua tesi, riporto un altro passaggio del suo commentario a Isaia 53: “Il Messia è certamente David, come è noto, poiché egli era un unto (mashiach), e c’è un verso in cui il profeta, parlando in nome del Signore, afferma espressamente: ‘Il mio servo David sarà re su di loro’. L’espressione Mio Servo, dunque, può essere correttamente riferita a David”.
      Poco più avanti, a proposito del verso 53:9, Alshich applica il passo a Mosè. Nel suo commentario, la profezia viene divisa in tre parti, ciascuna applicata a un diverso personaggio o gruppo del popolo d’Israele. E’ chiaro dunque che anche per questo autore il servo sofferente è Israele.

  4. Il suo tono non è irrispettoso e autoritario quando dice che l’altrui opinione è falsa? Crede di vantare una tradizione interpretativa più valida? E su quali basi? Io non voglio correggere il popolo ebraico, non ci è riuscito Mosè si figuri se ci posso riuscire io, a questo ci pensa Dio, io mi limito a testimoniare della mia fede e a difenderla. Però sappia che il popolo ebraico vuole correggere i cristiani, dato che si immischia spesso e volentieri nei loro affari.
    “Questo non è un sito religioso ma di studio” è uno slogan per ingenui e lascia il tempo che trova.
    La testimonianza di Origene, per quanto possa far piacere all’ebreo che vuole contrastare il cristianesimo, vale meno di niente. Pensi che si era fatto evirare per una interpretazione letterale delle parole di Yeshua: «se il tuo piede ti fa cadere in peccato taglialo…se il tuo occhio ti fa cadere in peccato cavalo…». Pertanto non c’è nessunissima prova che Israele=Servo sofferente fosse l’interpretazione accettata del tempo. La svolta si ha con Rashi, che piaccia o no.

    Interpretazioni truffaldine ce ne sono state molte, sia da una parte che dall’altra. Per quanto riguarda la parte ebraica, Rabbi Akiva ha proclamato il suo messia con una interpretazione truffaldina. Come è truffaldina la considerazione che l’ebreo ha di Yeshua – che in vita sua non ha fatto altro che fare del bene – mentre Rabbi Akiva viene lodato nonostante il tragico errore commesso che ha portato alla morte di decine e decine di migliaia di persone. Truffaldina è la difesa che ne viene fatta, come è stata truffaldina l’interpretazione che Shabbetai Zevi ha dato della Torah per dimostrare la sua messianicità. Truffaldino era Jacob Frank, un altro falso messia. Truffaldina è la prassi di non leggere Isaia 53 nelle haftarot settimanali. Come sono stati truffaldini i proseliti Poppea e Nerone a far uccidere i cristiani. Truffaldina è l’interpretazione che Esaù/Edom è il cristianesimo. Come si fa ad affidare la propria anima a delle interpretazioni di una pianta che ha prodotto simili frutti? Si rischia la geenna.

    È soltanto in polemica anticristiana che si è affermata una interpretazione piuttosto che un’altra, ai tempi del II Tempio c’era ben più di una interpretazione del Servo sofferente, come testimonia la domanda dell’etiope: «Di chi, ti prego, dice questo, il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» (Atto 8:34).

    Il fatto che i mistici applicano la profezia al messia significa che ritengono plausibile l’interpretazione che il messia è un uomo e non un popolo.

    “Coloro che lo accettano” è un’affermazione che ho fatto di proposito, perché non devo vergognarmi di parafrasare in senso cristiano la profezia di Isaia. Nella terminologia cristiana la parola “accettare” significa anche “conoscere”. Non lo sa? I suoi consulenti non glielo hanno detto? Giov.10:4 «le pecore conoscono la sua voce» significa che i discepoli seguono il Messia perché accettano i suoi insegnamenti. Il concetto di accettare le cose di Dio è un concetto perfettamente biblico, altroché.

    “Israele porta su di se le trasgressioni del mondo”. Ecco, questa è un’espressione assente dal testo biblico. Israele è nazione sacerdotale, ma fatta eccezione per il periodo salomonico essa è venuta meno a tale onorevole compito. Il profeta Ezechiele dice che Israele profana il nome di Dio nella diaspora, altro che nazione sacerdotale. Ma sia resa gloria a Dio che per mezzo del Messia Yeshua, il Dio d’Israele è stato conosciuto in tutto il mondo. Se aspettavamo Rabbi Akiva stavamo freschi.

    Per quanto riguarda Is.53:12, lei è completamente fuori strada riguardo la esegesi, mi dispiace per il rabbino capo della Yeshiva più prestigiosa. «Grandi» è in effetti “molti” e si riferisce a coloro che il Servo aveva il compito di salvare; ma «tra i grandi… con i potenti» non può essere la traduzione corretta. Non è possibile pensare che questo Servo, che “prospererà” con una triplice esaltazione (52:13), di fronte al quale i re vengono ridotti al silenzio (52:14), che è vivo dopo la morte e che è l’Esecutore dei piani del Signore (53:10), alla fine, condividerà il luogo supremo con chiunque altro. Alla luce di questo, dando uno sguardo più attento al testo ebraico, leggiamo “perciò io spartirò con lui i molti”, “e il potente egli dividerà come bottino” (cfr. la buona traduzione della CEI: “dei potenti egli farà bottino”).

    «Perché»: questa grande vittoria si basa su quattro elementi.
    a) «Ha dato»: la volontaria offerta di sé, da parte del Servo, sino alla morte [il popolo ebraico ha fatto esattamente il contrario: ha fatto delle sanguinose guerre per non volersi immolare]
    b) «è stato contato»: la sua identificazione con coloro che hanno bisogno di salvezza (potremmo tradurre, “egli ha permesso di essere annoverato tra”) [quanto mai Israele si è identificato con gli altri, anzi li ha sempre respinti come impuri]
    c) «Ha portato i peccati di molti». [Israele ha portato i suoi peccati, non quelli degli altri].
    d) «ha interceduto», probabilmente è meglio “si è frapposto” ma, naturalmente, potrebbe essere un riferimento alla sua intercessione mediatrice. L’ultimo verbo, comunque, viene utilizzato anche al versetto 6 nel senso di “far incontrare”.

    Isaia 53:10 «egli vedrà una discendenza» (lett. “seme”). Ramban spiega: «In lui saranno adempiute le promesse del Salmo 45:16: I tuoi figli prenderanno il posto dei tuoi padri; tu li costituirai principi per tutta la terra».
    È chiaro che i commenti rabbinici in funzione anticristiana spiegano che Yeshua di Nazaret non ha lasciato seme. Ma la spiegazione si trova nel fatto che il riferimento è ai suoi discepoli. I discepoli sono il seme che Yeshua ha lasciato. La letteratura rabbinica parla molto spesso dei discepoli come a dei figli. Yeshua sarà ricompensato dopo le sue sofferenze vedendo i suoi discepoli che continuano la sua opera. È vero che in questo caso si poteva usare la parola “figli” e non “seme”, e che la parola “seme” si riferisce solo ai figli nati da una unione sessuale.
    Nell’ebraico, però, non c’è scritto «il suo seme». Letteralmente dice: «egli vedrà un seme». Questo è lo stesso linguaggio del Salmo 22 dove «un seme» descrive una generazione futura non ancora nata. «La progenie (zera‘) dei giusti servirà il Signore».
    In Targum Yonatan, il seme di Is.53:10 è il regno del Messia.

    Non stia a giocare con il peshat e il derash, il giochetto che fanno gli ebrei per dire ai cristiani che non hanno capito nulla della Bibbia. Questo gioco lo faccia a qualcun altro.
    Non ci sono solo i Jews for Jesus, ci sono anche molti ebrei cristiani ortodossi in Israele che la pensano come me.

    Argomenti come il sacrificio del Messia e la salvezza dell’anima sono altre cose del cristianesimo che gli ebrei hanno frainteso, o hanno voluto fraintendere. Non è tutta colpa loro, i cristiani si sono impegnati a farli fraintendere, ma questo è un altro argomento.

    Il Messia morirà, nella letteratura rabbinica viene chiamato il Messia ben Yosef, il quale sarà risuscitato dal Messia ben David. I rabbini hanno sbagliato nel dire che il compito messianico viene svolto da due messia, quanto invece viene svolto da una sola persona. Non gliene faccio una colpa, anche Giovanni Battista si era posto delle domande: «Sei tu colui che ha da venire o ne dobbiamo aspettare un altro?». Il Messia ben Yosef e il Messia ben David sono una sola persona. Il Messia ben Yosef è morto ma è risuscitato e ritornerà come Messia ben David, il Leone della tribù di Giuda.

    Il Messia morirà di vecchiaia? Mi viene da ridere se non ci fosse da piangere. Non ci spreco neanche una parola.
    Per quanto riguarda Alshich, lei se l’è cantata e suonata da solo. Ha fatto delle citazioni e poi ha tratto delle conclusioni. Le rilegga bene e vedrà la sua mancanza di logica, dettata dalla necessità di arrampicarsi sugli specchi.

    • Noto che la situazione sta degenerando. La invito cortesemente a frenare questo fervore aggressivo, che non fa onore né a lei né alla sua religione. E ribadisco che questo non è il sito di una denominazione religiosa, ma un blog in cui vengono postati studi sulla Bibbia ebraica. I commenti devono essere pacati, senza predicazioni.

      Il suo ragionamento mi lascia alquanto perplesso: Origene di Alessandria si fece evirare, dunque il suo racconto secondo cui gli Ebrei dell’epoca gli illustrarono l’interpretazione di Isaia 53 deve essere fasullo. Non vedo alcuna logica qui. Se Origene avesse scritto qualcosa in supporto delle sue tesi, sono certo che non avrebbe squalificato questo autore per le sue scelte sessuofobiche.

      Si ostina a dare la “colpa” a Rashi, quando è evidente che le cose stanno diversamente. Abbiamo il Talmud, il Midrash, la testimonianza di Origene, il Targum Yonatan, tutte fonti in cui il servo sofferente è identificato con Israele. Cos’altro serve per dimostrare che Rashi non si è inventato nulla?

      Molto interessante la sua lista di interpretazioni truffaldine. Bar Kochba, Shabbetai Tzevì, Jacob Frank, io ne aggiungerei anche altre. Ad esempio credere che “Rachele piange i suoi figli” sia una profezia della strage compiuta da Erode, o che “Fin dall’Egitto ho chiamato mio figlio” parli di Gesù, e includere questi brani in opuscoli intitolati “Profezie messianiche adempiute”, come fanno molti movimenti missionari, è ugualmente truffaldino.
      Esaù/Edom nella Bibbia non è il Cristianesimo, ma con questo nome in codice si faceva riferimento ai Romani in molti scritti rabbinici, e i Romani pagani in seguito sono diventati la Chiesa Romana.
      La sua congregazione messianica parla di ritorno alle origini e alla mentalità ebraica, ma poi, di fatto, lei definisce l’Ebraismo una pianta malata, un sistema di menzogne che conduce alla “geenna”. Vedo una sorta di teologia della sostituzione, come a dire: “I veri ebrei siamo noi”.

      I commentarii rabbinici non parlano di Gesù di Nazaret. Gli Ebrei di solito si fanno gli affari loro, intervengono nel chiarire la posizione ebraica solo quando qualcuno predica la fede cristiana fra loro.

      La differenza tra p’shat e drash non è un gioco, è qualcosa di fondamentale. Non si può comprendere l’esegesi rabbinica se non si pone in primo piano questa distinzione. Ci sono moltissime derashot che, se fraintese come se fossero interpretazioni del testo letterali, diventano strambe e ridicole. E’ il derash che consente ai Chazal di applicare Isaia 53 a Mosè, a Rabbi Akiva, ad Elia, e pure al Messia, in quanto rappresentanti del popolo.

      Il Mashiach Ben Yosef è una figura escatologica talmudica che nulla ha in comune con il Messia del Cristianesimo, escluso il fatto di essere ucciso. L’esistenza di questo Mashiach è posta sulla base del verso che dice “La casa di Giuseppe sarà un fuoco”. Da questo i rabbini comprendono che la stirpe di Yosef avrà un suo guerriero alla fine dei tempi, che sarà ucciso nella guerra contro Gog subito prima della venuta del Ben David (si veda il Midrash Yalkut Shimoni per il racconto dettagliato).

      La frase “Il Messia morirà di vecchiaia” le fa ridere. Eppure nei suoi commenti ha citato Maimonide e Nachmanide, che sono proprio gli autori di tale frase esilarante. Non trovo corretto fare una cernita delle parole dei Maestri, prendere le frasi che si possono sfruttare a proprio vantaggio e ridicolizzare quelle che invece contraddicono la propria fede. L’obiettività si raggiunge quando si mette da parte la fede e si ragiona in modo freddo e logico.
      Shalom.

  5. Io non predico, non sono un prete, e non sono aggressivo. Il problema è che da uno scritto non si può evincere lo spirito con cui uno scrive, la lo si può solo immaginare. Lei immagina che io sia aggressivo, ma è un suo pensiero non corrisponde alla realtà.

    Origene si è fatto evirare, pertanto non è attendibile come testimone. Lei dovrebbe sapere che i testimoni dovevano e devono essere attendibili. C’erano persone che non venivano ammessi come testimoni: i giocatori di dadi, chi prestava denaro ad interesse, chi faceva gare di piccioni, chi faceva commercio durante l’anno sabbatico, e gli schiavi. E lei mi chiama a testimoniare Origene perché fa i suoi interessi teologici? Come la vogliamo chiamare questa cosa? “Truffaldina” per usare una sua precedente parola? Come vede la logica c’è, eccome.

    Rashi è quello che ha dato la svolta. Il Talmud, il Midrash, e il Targum Yonatan, finora sono io che li ho citati, non lei, e li ho citati per dimostrare il contrario di quanto dice lei. Anche Maimonide insegnò che il passaggio era messianico. Ibn Ezra, addirittura, lo identifica con Isaia stesso. Rabbi Moshe Alshekh, ha osservato: i nostri Rabbini, con una sola voce, accettano e affermano l’opinione che il profeta parla del re Messia. Il Targum inizia Is.52:13 parafrasando: “Ecco, il mio servo il Messia prospererà”.

    Il Targum continua nel capitolo 53 di Isaia: “Egli costruirà il tempio che è stato inquinato dai nostri peccati” (Is.53:5). Questo deve essere il Messia, poiché nessun altro se non il Messia ricostruirà il Tempio, secondo la tradizione ebraica. Inoltre, molti Midrashim considerano la triplice espressione, “sarà esaltato, elevato, reso sommamente eccelso” (Is.52:13), come un’indicazione che il “Messia sarà più esaltato di Abrahamo… più elevato di Mosè… e più eccelso degli angeli… ” (vedi Midrash Tanhuma & Yalkut, vol. 2, par. 338, citato in Alfred Edersheim, The Life and Times of Jesus the Messiah p. 727).

    Il massimo che le posso concedere è che su Isaia 53, non c’era unanimità d’interpretazione. Infatti, un Targum parafrasa chiaramente i primi versi come un riferimento al Messia, ma alcuni versi più avanti non è così esplicito, ed è parafrasato come segue: “È stata volontà del Signore purgare e purificare il residuo del suo popolo, allo scopo di purificare la loro anima dal senso di colpa; essi vedranno Regno del Messia… e quelli che metteranno in pratica la Torah di Dio prospereranno nella sua volontà”. Anche qui, tuttavia, non vi è alcuna contraddizione. C’è silenzio su come il rimanente doveva essere purificato. Ma siccome dovranno vedere il Regno del Messia, è logico che il Messia è il responsabile della loro purificazione.

    Anche per quanto riguarda il Talmud le concedo una diversità di opinione [del resto c’è il proverbio di due ebrei tre opinioni]. Alcuni versi sono assegnati a questioni di carattere generale (per esempio “egli vedrà una progenie” è collegato con le benedizioni – Berakhot 57b). Altre porzioni sono assegnate ai devoti ebrei in generale (Berakhot 5a), o di Mosè in particolare (Sotah 14a). Tuttavia, il trattato Sanhedrin fa riferimento alle sofferenze del Messia, contrariamente a quanto dicono i suoi consulenti che non avendo nulla da dire dicono che i rabbini stavano scherzando. All’interno di questo capitolo del trattato c’è anche la storia di Elia che rivela a rabbi Yehoshua Bar Levy che il Messia si trova alle porte di Roma, tra i poveri e i malati e rimuove le bende, perché vuole essere pronto quando viene chiamato per la redenzione di Israele.

    Ci sono Midrashim che riconoscono che “Egli è stato trafitto per le nostre afflizioni” in riferimento alle afflizioni del Messia (Midrash Rabbah Ruth v. 6). La Pesikta Rabbati, ritrae il Messia come colui che, prima della creazione, acconsentì a soffrire per i peccati delle anime degli uomini, per redimerli (Pesikta Rabbati, Piska 36:142). Lo Zohar, nell’interpretare Isaia 53 dice che, “sicuramente egli ha portato le nostre malattie”, e ha riconosciuto che il Messia “prende su di sé il dolore e il castigo di Israele”:

    “C’è nel Giardino dell’Eden un palazzo chiamato il Palazzo dei Figli della Malattia. In questo palazzo entra il Messia, ed egli chiama ogni dolore e ogni castigo d’Israele. Tutti vengono e si posano su di lui e se non fosse così, non ci sarebbe uomo in grado di sopportare i castighi di Israele per le trasgressioni della legge; come è scritto: Erano le nostre malattie ch’egli portava” (Zohar 11:212a)

    In generale, quindi, il Talmud, il Targum, i Midrashim, lo Zohar e Pesikta Rabbati, riconoscono un Messia sofferente in adempimento di Isaia 53 e altri passi simili del Tanak.

    Ciò che sembra essere chiaro dalle fonti è che le autorità rabbiniche erano a conoscenza dell’insegnamento della Scrittura concernente il Messia sofferente che doveva morire. C’era, in aggiunta a questo concetto di un Messia Ben Yosef, quello di un Messia Ben David che sarebbe stato esaltato come Re eterno. Anche se alcune fonti rabbiniche li identificano come due Messia, essi, biblicamente, sono uno, una realtà che i rabbini non sono riusciti a cogliere.

    Adesso veniamo a quello che lei crede interpretazioni truffaldine, che truffaldine invece non sono, contrariamente a Rabbi Akiva, Shabbetai Zevi, Jacob Frank, ecc.
    Prima di entrare nel merito, alcune premesse. Quello che l’evangelista Matteo ha fatto, è di vedere in un evento storico concreto del passato, la prefigurazione di un fatto della vita dell’Israele ideale – il Messia davidico. Ha guardato in un dato storico, e lo ha interpretato tipologicamente – come una figura o un prototipo di qualcosa che doveva venire in futuro (dal punto di vista del Tanak), e che egli vede adempiuto nella persona del Messia Yeshua.

    Questa è la tipologia, cioè un modo di guardare la storia, un modo d’interpretare la storia del rapporto tra Dio e Israele. È lo studio dei tipi e delle loro corrispondenze storiche e teologiche; le basi della tipologia è la costante attività di Dio nella storia del suo popolo eletto.

    È importante notare che il tipo/adempimento (antitipo) comprende due importanti nozioni: la corrispondenza e l’aumento o innalzamento. In altre parole, l’antitipo-adempimento deve corrispondere con il suo tipo-prototipo e l’antitipo deve essere qualcosa di più intenso e/o accresciuto rispetto al tipo originale. Per esempio, se Davide è il “tipo” e il Messia l’”antitipo”, è importante che il Messia sia “maggiore di” Davide. Se l’entrata nella terra promessa è il tipo e il Regno Messianico è l’antitipo, è importante che il Regno Messianico superi in qualche modo l’entrata nella terra promessa.

    Questo rende la tipologia diversa dalla profezia. La profezia è specificamente verbale. La profezia è un messaggio cognitivo dato a un profeta, e trasmesso in forma linguistica a un pubblico. I tipi, invece, hanno il loro proprio significato indipendentemente da qualsiasi supporto umano, e la sua funzione rimane nascosta ai suoi contemporanei.

    Matteo è figlio della sua cultura. Infatti Il giudaismo del suo tempo faceva uso della tipologia. Alcuni esempi:
    Mosè è tipo del Messia; Davide è tipo del Messia; Ezechia è tipo del Messia; Edom è tipo di Roma; il sabato è tipo del mondo a venire.

    Non solo, ma anche gli autori del Tanak fecero uso della tipologia. Per questioni puramente di spazio e tempo cito solo un esempio, ma potrei portarne a iosa: Davide e il figlio di Davide. Le profezie riguardo il re messianico talvolta lo chiamano “Davide” (Ezech. 34.23; 37:24; Os. 3.5; Ger. 30:9) e a volte lo chiamano “germoglio / figlio di Davide” (Ger. 23:5; Zac. 3:8; 6:12). Questo ha senso solo se “Davide” è un tipo del “figlio di Davide”.

    Matteo ha tratto fuori la profezia dal suo contesto originale e l’ha riapplicata in un modo del tutto coerente con l’esegesi rabbinica e midrashica, e di quanto dico mi riservo la dimostrazione se necessaria.
    Rachele, ebbe il travaglio sulla strada nei pressi di Betlemme. Morì partorendo, ma prima di morire, chiamò suo figlio «Ben-’oni», che significa «figlio della mia difficoltà/dolore». Il profeta Michea allude al travaglio di Rachele quando dice «Soffri e gemi, o figlia di Sion, come donna che partorisce! Poiché ora uscirai dalla città, dimorerai per i campi, e andrai fino a Babilonia» (Mic.4:10). Quando i Babilonesi hanno condotto il popolo di Giuda in esilio, il profeta Geremia ha raffigurato la scena come Rachele piangente per i suoi figli: «Così parla l’Eterno: S’è udita una voce in Rama, un lamento, un pianto amaro; Rachele piange i suoi figli; ella rifiuta d’esser consolata de’ suoi figliuoli, perché non sono più» (Ger.31:15).

    Matteo dice che l’uccisione degli innocenti di Betlemme ha adempiuto questa profezia di Geremia perché la tomba di Rachele è vicino Betlemme presso la strada per Gerusalemme. I soldati di Erode sono passati vicino la sua tomba per andare a compiere la loro missione di sangue, sia all’andata che al ritorno, e il sangue dei bambini era ancora sui loro indumenti e sulle loro armi quando hanno fatto il viaggio di ritorno. Come essi passavano davanti alla tomba, Rachele gridava ancora nel travaglio. L’eco delle ultime parole di Rachele viene ascoltata ai tempi di Geremia e di nuovo ai tempi di Yeshua: «Questo è il figlio del mio dolore» valeva per Beniamino, valeva per Geremia,.e valeva per i tempi di Yeshua.
    Lei piange per i bambini innocenti di Betlemme, ma piange anche per Yeshua, che era andato in esilio in Egitto.

    Lo Zohar parla in un linguaggio simile a quello della nascita evangelica, con gli angeli, un luminare nel cielo, la strada di Betlemme, la tomba di Rachele e altro:

    «Il Messia scende adornato con tutti gli ornamenti di Sopra e di Sotto. Molte schiere celesti lo circondano, e tutto il mondo vedrà una luce sospesa dal firmamento alla terra. E nessuno capirà, tranne i savi che conoscono quei misteri. Beata è la loro porzione! E in quei sette giorni il Messia sarà incoronato sulla terra… in quale luogo? “Sulla via” [Gen.35:19], cioè, alla tomba di Rachele, che sta all’incrocio. E le porterà la sua buona novella e la conforterà, e lei accetterà la consolazione, e si alzerà e lo bacerà» (Zohar 2:8b-9a).

    Adesso veniamo all’altra “truffa”cristiana, o meglio all’ignoranza ebraica sull’argomento di «Fin dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Giuseppe e la famiglia sono rimasti in Egitto fino a dopo la morte di Erode. Matteo dice che questo è accaduto in adempimento della profezia di Os.11:1, il quale parla di tutt’altra cosa, e cioè dell’esperienza storica della nazione d’Israele: l’esodo dall’Egitto. Cosa centra il Messia?

    Matteo, essendo figlio della cultura del I secolo, ha interpretato la scrittura secondo i comuni metodi rabbinici, midrashici del suo tempo. I rabbini non si preoccupavano molto del contesto originale del testo che essi usavano come contrafforte delle loro posizioni. Essi guardavano molto più ai collegamenti grammaticali e lessicali che al senso letterale del passaggio. Matteo fa lo stesso. Per Matteo, la parte importante del passaggio di Osea è l’idea che Dio chiama Suo “figlio” fuori dall’Egitto. Egli non tratta il passaggio di Osea come una predizione letterale di Yeshua; egli lo tratta come una profezia riguardo il figlio di Dio, sia che si tratti di Israele o del Messia, o entrambi. Secondo la teologia rabbinica e apostolica, la profezia parla su multipli livelli e può avere diverse sfumature di significati. Gli apostoli credevano che “tutti i profeti testimoniano” del Messia, e che “tutti i profeti che hanno parlato, da Samuele ai suoi successori, hanno annunciato” i giorni del Messia (Atti 3:24; 10:43).

    Nella teologia di Matteo, il Messia d’Israele e la nazione d’Israele sono intercambiabili. Rabbi Mark Kinzer spiega che Yeshua rappresenta la nazione d’Israele e che egli è l’incarnazione individuale dell’intero popolo d’Israele. Egli menziona la citazione che Matteo fa di Os.11:1 come prova per questa teologia. Se Israele è figlio di Dio, e Yeshua è figlio di Dio, Yeshua deve, in un certo senso, essere Israele. In altre parole, nella similarità del figlio di Dio, Israele, e del figlio di Dio, Yeshua, entrambi in Egitto per necessità ed entrambi liberati dalla provvidenza divina, Matteo vede Yeshua rivivere la storia di Israele nella sua persona.

    Un importante midrash riguardo il Messia in Yalkut Shimoni dimostra lo stesso metodo rabbinico d’interpretazione usato da Matteo. Da osservare come il midrash prende fuori contesto Esodo 4:22 e lo applica al Messia esattamente come fa Matteo con Osea:

    «Dove la Torah parla riguardo [il Messia]? Come è scritto in Esodo 4:22, “Israele è mio figlio, il mio primogenito”. Dove nei decreti dei profeti? È scritto in Is.52:13, “Ecco, il mio servo prospererà”, e accanto quel passaggio Isaia dice in 42:1, “Ecco il mio servo, io lo sosterrò”. E dove negli Scritti? Salmo 110:1 dice: “Il Signore ha detto al mio Signore: [siedi alla mia destra…]” e Salmo 2:7 dice, “Il Signore mi disse: tu sei mio figlio”» (Yalkut Shimoni sui Salmi, 621)»

    Esaù/Edom nella Bibbia non è il cristianesimo, ma gli ebrei prima hanno dato questo nome in codice ai Romani e poi alla Chiesa Romana, ma hanno sbagliato in entrambi i sensi, accecati dal loro odio. Non si devono fare interpretazioni bibliche anacronistiche dettate dall’odio. Esaù è il fratello gemello di Giacobbe, e si trova in mezzo ad Israele come la zizzania in mezzo al grano. Gli ebrei hanno voluto far convertire gli edomiti e si sono ritrovati un re edomita (Erode) che ha ucciso i figli di Rachele/Giacobbe. Esaù/Edom si è mischiato letteralmente con Israele. È al suo interno che Israele deve guardare.
    È offensivo chiamare la Chiesa con il nome di Edom, la Chiesa non ha lo spirito di Edom. La Chiesa prega per Israele, mentre Israele pronuncia maledizioni sulla Chiesa.

    Lei è pieno di pregiudizi. Sì, parliamo di ritorno alle origini e quanto alla mentalità ebraica credo di averle dato abbondanza di prove. Cosa vuole che definisco l’ebraismo una pianta sana quando non lo è? Gli vorrei male se lo facessi. Dire a un malato che sta bene significa peggiorare la sua malattia. L’ebraismo ha bisogno di pentimento, non di lodi (come del resto tutta l’umanità). Il sistema di menzogne che porta alla geenna è quello di Rabbi Akiva, di Shabbetai Zevi, di Jacob Frank, e di molti altri. Ma l’ebraismo, grazie a Dio, non è solo questo. È un albero d’olivo robusto le cui radici sono sane, anche il tronco è sano, ma non tutti i rami sono sani. Noi non siamo i “veri ebrei”, e neanche “falsi ebrei”, perché non siamo ebrei. Dio ci ha fatto gentili e rimaniamo gentili, svolgendo il ruolo che ci è stato assegnato, dato che anche le genti godono delle promesse fatte ad Abrahamo. Preghiamo venga presto il giorno in cui Dio riunirà i due popoli facendo sparire non le diversità, ma le incomprensioni.

    Cito le sue parole: «I commentarii rabbinici non parlano di Gesù di Nazaret. Gli Ebrei di solito si fanno gli affari loro, intervengono nel chiarire la posizione ebraica solo quando qualcuno predica la fede cristiana fra loro». Anche qui la devo smentire. Il Talmud parla di Gesù di Nazaret, parla di Maria, e parla dei discepoli di Gesù con parole che fanno rabbrividire. Se lo ignora se lo faccia spiegare dai suoi consulenti, altrimenti ci penso io a tirare giù qualche pagina di cui vergognarsi. Gli ebrei non si fanno gli affari loro perché intervengono negli affari della chiesa. Per esempio non vogliono che Pio XII venga beatificato. Questo lei lo chiama farsi gli affari propri? Si sentono così potenti oggi da permettersi di dire quello che la chiesa deve o non deve fare? Un altro esempio: gli ebrei hanno voluto che la chiesa togliesse la preghiera del venerdì sera per i perfidis judaeis con la quale i cristiani pregavano per la conversione degli ebrei. La chiesa questo lo ha fatto, ma nelle sinagoghe, tre volte al giorno, nella preghiera dell’Amidah, vine fatta una maledizione sui cristiani.

    Siccome ho scritto troppo mi fermo qui per il momento, e non replico sul Messia ben Josef, dato che si rifiuta di capire dato che è stato ben indottrinato (su Isaia 53) da quel ramo dell’ebraismo che dovrà essere curato e che non vuol comprendere che il Messia ben Yosef e il Messia ben David sono la stessa persona.

    • Dunque, vediamo di rispondere con ordine.
      Per quanto riguarda Origene, continuo a non vedere il nesso. La testimonianza da egli riportata andava contro i suoi interessi. Rifiutare le sue parole sbrigativamente per il suo eccesso malsano e turpe di castità mi pare quantomeno sbrigativo, soprattutto considerando che l’interpretazione da egli riportata (e che egli stesso non condivideva) rispecchia perfettamente l’esegesi ebraica che ritroviamo nelle fonti rabbiniche. Inoltre, nella stessa opera Contro Celso, Origene attribuisce agli Ebrei molte altre obiezioni e interpretazioni, e non si tratta di pure follie, ma di argomenti con un reale riscontro.

      Ora, se avrà la pazienza di leggere con calma, procederò a dimostrare come Rashi non abbia dato alcuna “svolta” nell’interpretazione di Isaia 53.
      Il Talmud applica la profezia ai seguenti personaggi:
      – Yerushalmi: Rabbi Akiva
      – Berachot 5a: I giusti d’Israele che accettano la sofferenza con amore
      – Berachot 57b: I “malati”
      – Sotah 14a: Mosè
      – Sanhedrin 98b: Il lebbroso della scuola di Yehuda Hanassì, un discepolo che divulgò impropriamente i segreti del Maassè HaMerkavah.

      Solo l’ultimo passo si trova in un contesto messianico, tra altri versetti palesemente forzati per scoprire quale sia il nome del Messia. E’ improprio credere che i Saggi identificassero il discepolo lebbroso di Yehuda HaNassì (che era stato “scomunicato”) con il Messia. La citazione sta a dimostrare il carattere paradossale della ricerca del nome del Messia compiuta attraverso giochi di parole.
      La disinvoltura con cui i Maestri applicavano il brano profetico a figure diverse del popolo ebraico mostra invece che, secondo i rabbini, tale profezia racchiudeva in sé qualsiasi giusto ebreo.

      Ma procediamo con le fonti rabbiniche.
      Il Midrash Bemidbar Rabbah (13:2) riporta: “Gli Israeliti hanno esposto le loro anime alla morte in esilio, come è scritto: ‘Egli ha versato la sua anima fino a morire’”.
      Devarim Rabbah applica ugualmente la profezia a Israele.
      Ruth Rabbah cita una serie di brani interpretati allegoricamente, in maniera molto distante dal loro vero significato letterale (ad esempio, Ruth 2:14 viene applicato allegoricamente a David, Salomone e Ezechia, pur non essendoci alcun riscontro letterale). Fra questi c’è anche Isaia 53:5, applicato al Mashiach Ben David, che fuggirà dalla Terra d’Israele per quarantacinque giorni portando con sé il popolo, e soffrendo con esso nel deserto.
      Il Tanna D’Bei Eliyahu Rabbah (13) applica Isaia 53 in modo generico a chi insegna ad altri la Torah, e nel capitolo 27 lo applica ai giusti di Israele che soffrono.
      Il Midrash Lekach Tov applica il passo al regno di Israele. Il Midrash Tanaaim lo applica di nuovo a Mosè.

      Il Targum Yonatan, citato in maniera tendenziosa da fonti cristianiche missionarie, applica in realtà la profezia sia al Messia che a Israele. A proposito del verso 52:14, dove si parla dell’aspetto sfigurato del servo, il Targum dice che ciò si riferisce all’aspetto degli Israeliti. Dato che il Messia è parte di Israele, anzi, ne è il rappresentante principale nell’era messianica. Il Targum presenta il Messia come un re vittorioso che lotta per diffondere la conoscenza della Torah tra la sua gente, e stupisce molte nazioni portandole sotto il suo dominio. Nulla in comune con la teologia cristiana.

      I versi dello Zohar e di altre opere mistiche che parlano del Giardino dei Giusti e del Messia sofferente, non si riferiscono a un personaggio storico e a delle sofferenze fisiche. Lo Zohar parla dello spirito del Messia che attende con ansia di venire al mondo, ma non può ancora incarnarsi a causa dei peccati del popolo. Lo Zohar ci dice anche (e posso riportare i passi se vuole) che la medesima sofferenza è condivisa anche con i giusti d’Israele sulla terra. Del resto, lo Zohar applica Isaia 53 ai giusti di Israele circa quindici volte, e lo applica anche ad altri personaggi.

      Per quanto riguarda le profezie citate nel Vangelo di Matteo, condivido in parte ciò che dice, e infatti, nel mio precedente commento, non avevo imputato la truffa a Matteo, ma ai predicatori cristiani e alle loro liste acritiche di “profezie adempiute”, che in realtà non sono profezie, ma allusioni allegoriche, come i Midrashim. Ed era qui che volevo portarla: ora vede il motivo per cui insisto sulla differenza tra pshat e midrash. Lei stesso ha fatto ricorso a questa distinzione per spiegarmi il significato delle citazioni di Matteo.

  6. Su Origene non vuole vedere il nesso. Origine non è attendibile. Punto. E anche se fosse attendibile sarebbe uno, e un solo testimone non è sufficiente.

    Finalmente ci siamo. Mi sembra chiaro, da quando lei ha scritto, che la letteratura rabbinica applica Isaia 53 a singoli individui. Opinioni contrastanti: chi dice quel disgraziato di Rabbi Akiva, chi i giusti, chi i “malati”, chi Mosè, chi un lebbroso. Sa cosa si deduce da tutto ciò? Una cosa semplicissima: LA GRANDE CONFUSIONE CHE I RABBINI HANNO SU QUESTO MPASSAGGIO, confusione dovuta alla mancata accettazione del vero Messia. Rabbi Akiva odiava Yeshua, ma il suo odio l’ha portato alla catastrofe. Rashi ha cercato di dissipare la confusione imponendo l’interpretazione del servo come collettività piuttosto che come individuo.
    L’etiope pose onestamente la domanda se Isaia 53 parlava del profeta stesso o di qualcun altro (Atti 8:34). Allo stesso modo, oggi gli ebrei dovrebbero porsi la domanda: parla realmente di Israele o del Messia? È molto chiaro il riferimento al Messia che soffre per Israele. Tuttavia, la maggioranza degli ebrei (non tutti) sono disposti a negare le Scritture e le loro proprie opere piuttosto che ammettere la verità su Yeshua.
    Nello studio dello Zohar, specialmente la sezione 3:7a-l0b, si può stupire di alcuni paralleli con il racconto del vangelo di Matteo. Inizia con il Messia che si presenta nella terra di Galilea quando Israele sperimenta dei dolori forti come le doglie di un parto:
    «Quando i dolori ed i travagli saranno sopra Israele, e tutte le nazioni ed i loro re prenderanno furiosamente consiglio contro di essa, allora una colonna di fuoco sarà sospesa tra la terra ed il cielo per quaranta giorni, visibile a tutte le nazioni. Quando il Messia sorgerà dal Giardino dell’Eden, dal luogo che è chiamato il “Nido dell’Uccello”…Egli sorgerà alla terra di Galilea…egli rivelerà sé stesso in Galilea; poiché in questa parte della Terra Santa la devastazione è iniziata prima, e dunque egli manifesterà sé stesso prima là…» (Zohar 3:7b-8a).
    Yeshua, ha adempiuto la profezia di Isaia iniziando il suo ministero in Galilea (Is.9:1,2). Isaia mette in evidenza che la regione in cui gli eserciti Assiri avevano portato tenebre e morte, sarà la prima a gioire della luce portata dalla predicazione del Messia. Matteo cita Isaia in Mat.4:14-17. Yeshua inizia il suo ministero a Capernaum di Galilea (Mat.4:12-17; Mar.1:14; Luca 4:14,15). Yeshua ha lasciato Nazaret ed è andato a risiedere nella città di Capernaum. Egli ha lasciato la sua casa per mai più ritornarvi. La Galilea era la regione più settentrionale d’Israele ed era densamente popolata. Giuseppe Flavio, uno storico Giudeo del primo secolo, dice dei Galilei, «Essi erano sempre disponibili alle innovazioni e per natura disposti ai cambiamenti, e propensi alle sedizioni». Essi erano aperti alle nuove idee. Se c’era qualcuno aperto ad ascoltare Yeshua, questo sarebbe stato in Galilea. Fu in Galilea che Yeshua chiamò i suoi discepoli.

    E adesso una interpretazione alternativa del Messia lebbroso, perché quella del lebbroso che divulgò impropriamente i segreti del Maassè HaMerkavah è una barzelletta per bambini.
    Quando l’evangelista Marco ci racconta che Yeshua ha guarito un lebbroso, dice, “Yeshua, mosso a pietà, stese la mano, lo toccò” (Mar.1:41). Toccando il lebbroso, Yeshua si è reso impuro. Anche se il lebbroso è stato guarito, Yeshua è diventato impuro.

    Perché lo ha fatto? Avrebbe potuto guarire il lebbroso semplicemente con una parola. Perché ha toccato il lebbroso?

    Sorprendentemente, la risposta si trova proprio nel Talmud. In b. Sanhedrin 98b, i Saggi discutono i possibili nomi del Messia. I Saggi hanno inteso il verso nel senso che il Messia ha preso su di sé la nostra lebbra, altro che Maassè HaMerkavah.

    Toccando il lebbroso, Yeshua ha preso su di sé, intenzionalmente, l’impurità della lebbra di quell’uomo. Proprio come il servo sofferente di Isaia 53, il Messia prende le infermità, i dolori e le iniquità d’Israele, e Yeshua ha voluto identificarsi con l’umiltà dell’uomo lebbroso, toccandolo. Così facendo, ha illustrato nel piccolo il grande scopo della sua missione. Proprio come ha intenzionalmente preso su di sé l’impurità del lebbroso per guarirlo, così ha intenzionalmente preso su di sé la mortalità umana per guarirla. Ha preso su di sé l’impurità umana, raggiungendo il più alto livello di contaminazione rituale, diventando un cadavere umano, allo scopo portare salvezza.

    Pertanto, toccare il lebbroso era una vivida illustrazione della sua grande missione.

    Ma non fraintendiamo. Toccando un lebbroso egli è diventato momentaneamente impuro, ma non lebbroso. Egli non ha contratto la lebbra. Né il talmud suggerisce che il Messia doveva essere letteralmente un lebbroso. Piuttosto, usa il termine in senso figurato per indicare la sofferenza e la malattia della condizione umana che il Messia si mette sulle spalle volontariamente.

    Yeshua è il servo sofferente del passaggio di Isaia. Attraverso il suo ministero, egli adempì questo passaggio esattamente come interpreta il Talmud. Ha preso l’impurità della condizione umana per guarirla. Così è scritto in Isaia: “Ma egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione” (Is.53:5).

    Ma non solo. Il Talmud suggerisce che il Messia deve essere chiamato “Il Lebbroso della Casa di Studio”. Perché “della casa di studio”? Rileggiamo il brano del Talmud:

    E i rabbini dicono: “Il suo nome è il Lebbroso della Casa di Studio, come è detto [in Is.53:4], E, nondimeno, erano le nostre malattie ch’egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato; e noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato!” (b. Sanhedrin 98b)

    Il lebbroso è rifiutato. Essi si riferiscono al Messia come rifiutato dalle scuole della Torah. Il termine “Lebbroso della Casa di Studio” può essere inteso come “rifiutato dai Saggi”. I Saggi sono gli uomini della casa di studio. Sono gli scribi e i Farisei della generazione di Yeshua. Sono anche i discepoli dei rabbini che hanno spinto il giudaismo a rifiutare le rivendicazioni apostoliche circa Yeshua. Sono gli studiosi pii e dotti del giudaismo nel corso dei secoli. Questi sono gli uomini della casa di studio.

    Questo è certamente il caso di Yeshua. Egli è il Messia “disprezzato e abbandonato” dai Saggi della Torah, “pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era disprezzato” e gli studiosi di Israele “non ne hanno fatto stima alcuna”. Nondimeno, erano le loro malattie ch’egli portava, erano i loro dolori quelli di cui s’era caricato; eppure gli uomini di studio “lo reputavano colpito, battuto da Dio, e umiliato” (Is.53:3-5).

    Il cristianesimo sostiene che il personaggio del servo sofferente di Isaia 53 è ovviamente il Messia. L’ebraismo di oggi sostiene che il testo si applica a Israele, non al Messia. Argomenti testuali possono essere portati per entrambe le parti.

    Ma il passaggio citato da Sanhedrin 98b dimostra che al tempo dei saggi, il personaggio sofferente descritto in Isaia 53 era stato interpretato come un riferimento al Messia. L’insistenza dell’ebraismo che Isaia 53 non è una profezia messianica, è solo una risposta alla polemica con il cristianesimo. C’è poco da aggiungere.

    Il fatto che il brano non viene letto nelle haftarot lo dimostra. La lettura della parasha Noach, secondo la tradizione askenazita comprende Isaia 54:1-55:5, mentre quella Sefardita comprende Isaia 54:1-10 (anche per la parasha Ki Tetze). La parasha di Shofetim legge invece, per entrambi i riti, Isaia 51:12-52:12. Isaia 53 è clamorosamente saltato.

    Rabbi Mosheh Kohen Ibn Crispin (XIV secolo): Questo rabbino ha descritto quelli che interpretano Isaia 53 come riferentesi ad Israele con le seguenti parole: «avendo abbandonato la conoscenza dei nostri Maestri, e avendo inclinato i cuori verso la propria ostinazione e la propria opinione, io ho il piacere d’interpretarlo, in conformità con l’insegnamento dei nostri Rabbini, come riferentesi al Re Messia… e rispettare il senso letterale. Così, sarà libero dalle interpretazioni forzate e inverosimili di coloro che sono colpevoli. Questa profezia è stata data divinamente per mezzo d’Isaia con lo scopo di farci conoscere qualcosa della natura del futuro Messia, il quale viene per liberare Israele, e qualcosa riguardo la sua vita dal giorno in cui arriva con discrezione fino al suo avvento come redentore, in modo che se qualcuno viene e dice di essere il Messia, noi possiamo riflettere e vedere se lui assomiglia ai tratti qui descritti; se c’è somiglianza, possiamo credere che egli è il Messia nostra giustizia; altrimenti non possiamo farlo» (dal suo commento su Isaia, citato nel The Fifty-third Charter of Isaiah According to the Jewish Interpreters, Ktav Publishing House, 1969, Vol.2, pagg.99-114).

    Rabbi Elia de Vidas (XVI secolo) ha dichiarato: «Dal momento che il Messia porta le nostre iniquità, che lo feriscono, ne consegue che chi non ammette che il Messia soffre per le nostre iniquità, dovrà sopportare e soffrire lui stesso».

    Rabbi Moshe el Sheikh (XVI secolo), rabbino capo di Safed, ha dichiarato: «Posso osservare, quindi, che i nostri Rabbini all’unanimità accettano e affermano l’opinione che il profeta parli del Re Messia, e anche noi aderiamo alla stessa opinione».
    Molto appropriato alla questione è il commento di Herz Homberg (1749-1841), che dice:
    «Secondo l’opinione di Rashi, si riferisce ad Israele alla fine della sua cattività. Ma in tal caso, quale può essere il significato del passaggio, “Egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni”? Chi era il ferito? Chi sono i trasgressori? Chi era che portava le nostre malattie ed i nostri dolori? La verità è che si sta riferendo al Re Messia».
    Uno dei nostri più grandi poeti religiosi ebrei, Eliezer HaKalir, nel 9° secolo ha parafrasato questo capitolo in rima ed in poesia metrica:
    «Messia, nostra giustizia, ci hai lasciato: siamo in terrore e non c’è nessuno che ci giustifichi! Egli ha portato le nostre iniquità e il giogo delle nostre trasgressioni ed è stato ferito per le nostre trasgressioni: Egli porta i nostri peccati sulle sue spalle; che possiamo trovare il perdono per le nostre iniquità! Per le sue lividure abbiamo guarigione».
    Il Servo viene descritto come “giusto” e “senza peccato”. Queste non sono affermazioni che Isaia poteva applicare al popolo ebraico.

    • Su Origene lei dice sbrigativamente “Punto”, dimostrando, mi permetta di dirlo, scarsa obiettività, come dimostra il fatto che lei stesso, nel suo sito, ha citato in alcuni articoli testimonianze di Origene (!). Tra l’altro, Origene non è solo, poiché, come ho detto, la sua testimonianza è coerente con le fonti talmudiche e midrashiche che ho citato nel commento precedente.
      Ma cosa dice Origene in proposito?
      “Ricordo che, in una certa occasione, durante una disputa con alcuni Ebrei che erano considerati uomini saggi, citai queste profezie [di Isaia]. I miei oppositori Ebrei replicarono che tali predizioni si riferivano all’intero popolo, considerato come un solo individuo, in uno stato di esilio e sofferenza, affinché molti proseliti potessero essere guadagnati grazie alla dispersione degli Ebrei fra le nazioni” (Contra Celsum, 1, 55).

      La invito di nuovo a moderare i termini. Se lei dice “quel disgraziato di Akiva”, io potrei dire “Quell’impostore di Paolo”, cosa che non ho scritto. Le piacerebbe dialogare con chi usa un linguaggio simile?
      I Rabbini non hanno “confusione” nell’applicare la profezia, semplicemente la utilizzavano come un modello per qualsiasi giusto d’Israele, dato che esso, secondo il p’shat, si riferisce al popolo collettivamente. Tuttavia, lei che crede fermamente in Gesù, considera “confusi” e “truffaldini” chi ha un’opinione diversa, compresi naturalmente i Saggi del Talmud, che ora, in base alla sua fede, dovrebbero essere nella “geenna”.

      Che il “lebbroso della casa di studio” sia un discepolo di Yehuda Hanassì affetto da tzaarat non è una “barzelletta per bambini”. Lo dice il Talmud stesso, riportandoci la vicenda di questo discepolo. Certamente questo personaggio scomunicato non era realmente considerato il Messia dai Saggi. Il gioco di parole, come ho detto, sta ad evidenziare il carattere paradossale delle teorie sul nome del Messia. Mischiare significati cristologici ed evangelici con tutto ciò è alquanto improprio. Un simile sincretismo non si concilia con gli insegnamenti dei Saggi del Talmud, che non parlano mai di un Messia che si sacrifica per i peccati del mondo, ma soltanto, nel racconto di Rabbi Yehoshua ed Elia, di un Messia che è in ansia per la sua imminente venuta che viene continuamente rimandata. Questa è la sua sofferenza.

      La teoria secondo cui i Rabbini hanno escluso per la loro malafede il passo di Isaia 53 dalle Haftarot è pura Chuzpah (insolenza). Le haftarot non seguono un ordine preciso, nel senso che non sono letture integrali dei libri profetici. La parashà di Noach si associa a Isaia 54 per la menzione delle “acque di Noach” in Isaia 54:9. L’Haftarah di Shoftim è invece una delle sette haftarot di consolazione dopo Tisha BeAv, e infatti inizia con il verso “Io sono colui che ti consola”. In queste haftarot, nessun brano di Isaia riparte direttamente dalla conclusione dell’haftarah precedente. Anche i capitoli 41-48 di Isaia non compaiono nelle haftarot, assieme a tanti altri capitoli di altri profeti. Nulla di strano, allora, se un brano non compare. Tra i manoscritti di Qumran (4Q176) è stato ritrovata una raccolta di “Haftarot di consolzione” simile a quella codificata dai Maestri per le settimane che seguono Tisha Beav. Ebbene, anche qui compaiono Isaia 51, 52 e 54, ma non il capitolo 53.

      Ed ora passiamo alla sua rassegna di rabbini.
      – Ibn Krispin era un eretico averroista, citato erroneamente in pubblicazioni messianiche come un “rabbino ortodosso”. Il suo pensiero rappresenta l’Ebraismo ortodosso esattamente quanto Martin Lutero rappresenta quello cattolico.
      – Rabbi Elia de Vidas dice ben altro. In Reshit Chochmah, l’opera da cui è tratto il verso da lei citato, egli spiega “Chi non vuole che il Messia soffra, deve accettare la sofferenza su sé stesso”. De Vidas credeva, basandosi sulla tradizione mistica, che lo spirito del Messia soffra in attesa di venire al mondo. Secondo il suo pensiero, chi accetta la sofferenza inflitta da Dio con amore è in grado di “risparmiare” parte della sofferenza allo spirito del Messia, condividendo il dolore con lui. Il suo discorso è incentrato sull’importanza di accettare la sofferenza. Si veda a questo proposito la lezione di Rabbi Yisroel Chaim Blumenthal disponibile in rete con il titolo “Hijacking the Talmud”.
      – Rabbi Moshe el Sheikh non è altro che Alshich, già citato in precedenza. La frase che ha riportato esclude tatticamente un elemento importante. Riporto la citazione completa:
      “I nostri maestri con una sola voce accettano e affermano l’opinione che il profeta parli del Re Messia, e anche noi aderiamo alla stessa opinione, poiché il Messia è certamente David, come è noto, poiché egli era un unto, e c’è un verso in cui il profeta, parlando in nome del Signore, afferma espressamente: ‘Il mio servo David sarà re su di loro’”. Se leggesse interamente il suo commentario, scoprirebbe che la sua interpretazione di Isaia 53 applica la profezia sia ai patriarchi, sia a David, sia al Messia, sia ai giusti d’Israele che soffrono in esilio. Ad esempio, a proposito del verso che dice “Come tanti erano stupiti di lui”, Alshich scrive che che il profeta si riferisce allo stupore causato dalla distruzione del secondo Tempio. Anche qui, niente di simile alla dottrina cristiana.
      – Herz Homberg era un ebreo reform, censore di testi sacri ebraici e fortemente ostile ai rabbini. La sua opera Benei Zion è volta ad appianare le differenze tra Ebraismo e Cristianesimo e a proporre l’abrogazione dei costumi ebraici, compreso lo Shabbat. I suoi quattro figli divennero cristiani protestanti. Dunque non esattamente un portavoce dell’ortodossia.
      – Lo Zohar parla delle sofferenze del Messia, ma, anche qui, si tratta delle sofferenze del suo spirito che attende di venire al mondo, non di un Messia che muore e si sacrifica
      “Le anime ritornano e raccontano al Messia delle sofferenze di Israele in esilio e dei malvagi che sono in mezzo a loro e che non si sforzano di conoscere il loro Signore. Egli alza la voce e piange a causa di quei malvagi che sono in mezzo a loro. […] Ora il Messia prende questa sofferenza dal mondo, fino a che un uomo non lascia questo mondo e riceve il suo castigo” (Zohar, II 212a).
      Nello stesso brano, lo Zohar ci dice che questa stessa sofferenza del Messia è inflitta anche a “Rabbi Eluzer nella Terra d’Israele”.
      Da notare che in numerose occasioni lo Zohar applica Isaia 53 ai giusti d’Israele, una volta a Israele in generale, e otto volte a Mosè.

  7. Caro mio – mi permetta questa espressione confidenziale perché ci sta tutta – ‘cca nisciuno è fesso!
    troppo comodo fare così, se lei vuole che io creda a Origene per sostenere le sue tesi, allora lei dovrebbe credere a tutto il Nuovo Testamento, ma questo se ne guarda bene dal farlo poiché il NT interpreta Isaia 53 come un testo messianico.
    Io dico che Akiva è un disgraziato e sono in grado di dimostrare il perché. Lei può dire che Paolo è un impostore, ma io sarò in grado di confutare qualsiasi cosa lei dirà di Paolo. Se vogliamo fare una nuova disfida di Barcellona io sono pronto; sarebbe anche ora di sturare le orecchie a tutti quelli che di Paolo non hanno capito proprio nulla, ma si atteggiano a maestri di critica.
    Nella geenna ci va chi ha peccato e non si è pentito del suo peccato. Se Akiva si è pentito dei suoi enormi peccati buon per lui, altrimenti peggio per lui.
    È ovvio che i saggi del Talmud hanno un concetto messianico diverso dal cristianesimo. Io non mi baso di certo sul Talmud per la mia fede, cito il Talmud e altro per dimostrare che il Servo sofferente di Isaia 53 come individuo, è una interpretazione che rientra perfettamente nelle categorie di pensiero ebraiche. Non sono i gentili che si sono inventate queste cose, i gentili neanche sapevano cos’era il Messia. Tutto quello che troviamo scritto nel NT è ebraico al cento per cento.

    Isaia 53 non è nelle haftarot, e come diceva Andreotti, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Per riassumere, escludendo il NT, abbiamo dunque un gruppo di citazioni fatte da ebrei che dicono che il Servo è il Messia, e abbiamo degli ebrei che confutano queste citazioni, o perché considerate inesatte o perché fatte da persone considerate eretiche, o perché fatte da persone appartenenti a correnti diverse dell’ebraismo. Ognuno evidentemente tira l’acqua al suo molino, dove si dibattono le argomentazioni in pro e in contro, che sono quasi sempre di tal natura da poter difficilmente persuadere chi abbia già un suo convincimento in contrario. Quello che emerge è la grande confusione dell’ebraismo intorno a Isaia 53. Aggiungendo anche il fatto che l’ebraismo della diaspora ha poca autorità spirituale dato che secondo Ezechiele esso profana il nome di Dio, considerando che Rabban Gamaliele non considerava il cristianesimo qualcosa di strano, ma qualcosa che rientrava nelle categorie ebraiche, considerando che il giudaismo messianico (cristianesimo) è nato in terra d’Israele da persone ineccepibili, che sono anche stati perseguitati dai connazionali ebrei che la pensavano diversamente, la conclusione è che il giudaismo messianico (cristianesimo) è di gran lunga superiore al giudaismo rabbinico, sia come autorità e sia come moralità. Del resto, quale spessore spirituale potrà mai avere chi profana il nome di Dio? Per quale motivo accettare una interpretazione talmudica a scapito di una neotestamentaria?

    Dobbiamo credere ai saggi? E su quali temi? I saggi sono spesso in disaccordo tra di loro. Rabbi Akiva, per esempio, ha commesso un grave errore quando ha proclamato un messia sbagliato. Ciò ha portato a una enorme perdita di vite umane e alla fine della speranza di una nazione ebraica indipendente per 1800 anni. Se un saggio del rango di Akiva poteva fare un simile errore, cosa possiamo dire del giudizio di studiosi minori? Dobbiamo solo sperare che essi saranno in grado di fare meglio la prossima volta? Consideri quanto segue:

    1) Un ebreo, che sinceramente ha creduto che Bar Kokhba era il Messia, viene ucciso dai romani.
    2) Un ebreo, che sinceramente ha creduto che Yeshua è il Messia, viene ucciso dai romani.

    Qual è il destino di ciascuno di questi due uomini, secondo l’ebraismo? Il primo entra nel Gan Eden, mentre l’altro è considerato apostata! E chi decide? (i saggi?!)

  8. “Se lei vuole che io creda a Origene per sostenere le sue tesi, allora lei dovrebbe credere a tutto il Nuovo Testamento”. Prima di tutto, non capisco questo strambo ragionamento. Se io credo che Origene abbia appreso dagli Ebrei l’interpretazione verace di Isaia 53 (interpretazione che egli NON condivideva, visto che era cristiano) e l’abbia perciò riportata nella sua opera antigiudaica Contro Celso, dovrei automaticamente credere che Gesù sia nato da una vergine e che sia resuscitato dai morti? Certamente no.
    “Il NT interpreta Isaia 53 come un testo messianico”, certo, ma presenta questa interpretazione come una sorta di novità. L’apostolo Pietro, quando Gesù annunciò la propria imminente condanna a morte, si scandalizzò e disse al suo rav: “Ciò non ti accada mai!”. Non disse: “Me l’aspettavo, in fondo il servo sofferente deve morire come ha scritto Isaia”. Similmente, i discepoli di Emmaus, dopo la morte di Gesù avevano abbandonato la fede in lui, non essendo a conoscenza di alcun Messia morto. Per il Nuovo Testamento, la morte di Gesù, agli occhi degli Ebrei del tempo, appariva una prova contro la sua messianicità, non a favore. Per gli apostoli, come per gli altri Giudei, il Mashiach atteso era un liberatore potente che avrebbe portato la pace sulla terra, almeno finché Gesù non rivelò loro una dottrina diversa.

    “Se vogliamo fare una nuova disfida di Barcellona io sono pronto”. Dato che menziona la famosa disputa, è curioso notare quanto, in questa discussione, le tesi da lei riportate siano vicine a quelle di Pablo Cristiani, soprattutto per quanto riguarda l’applicazione di concetti cristologici alla letteratura rabbinica. Io, nel mio piccolo, sono onorato di poter prendere dopo ottocento anni le parti di Nachmanide, e non quelle dei suoi oppositori.

    Far cambiare idea a qualcuno tramite un dibattito come questo è quasi impossibile. Tuttavia spero almeno di essere riuscito a far emergere i seguenti punti, se non per lei, almeno per chi ci leggerà:
    – L’idea che Rashi abbia ideato una nuova interpretazione di Isaia 53 non corrisponde al vero, viste le notevoli testimonianze in senso contrario.
    – I Saggi del Talmud, pur applicando in senso midrashico/allegorico (non letterale) Isaia 53 al Messia, facevano ciò secondo una concezione molto diversa da quella cristiana, non credendo in alcun Messia ucciso dai nemici, bensì nell’anima del Messia che si strugge per venire al mondo.
    – Le citazioni rabbiniche su Isaia 53, spesso riportate da molte pubblicazioni messianiche (Driver e Neubarer in primis), vanno accuratamente verificate. A questo proposito, dopo il Targum, Alshich, De Vidas e lo Zohar, ho consultato anche il commentario di Ibn Ezra, che lei aveva citato fra le fonti che applicherebbero Isaia 53 al Messia. Ebbene, Ibn Ezra scrive che il passo si riferisce a (testuali parole): “Kol eved Hashem asher baGalut”, e subito dopo procede nel citare i vari passi in cui Isaia chiama Israele “mio servo”.

    Che il NT sia superiore al Giudaismo rabbinico è la sua opinione fondata sulla sua fede personale. Le considerazioni geografiche lasciano il tempo che trovano, soprattutto considerando che il Giudaismo da lei condannato è nato anch’esso in Terra d’Israele (e il primo Talmud è il Yerushalmi, non il Bavli). Credo che lei abbia un’opinione così negativa di Rabbi Akiva perché questo grande maestro ha creduto in un Messia che non è il suo. Per chi non crede in alcun Messia, l’errore di Akiva appare come il fallimento di tanti altri intellettuali che appoggiarono una rivoluzione che non andò a segno. Ricordo inoltre che Rabbi Akiva pagò un caro prezzo, morendo da martire mentre recitava lo Shemà, quando aveva già da tempo abbandonato Bar Kochba, senza insistere sulla sua messianicità anche dopo la sua morte, come invece fa oggi chi crede che il Rebbe di Lubavitch o Nachman di Breslav ritorneranno a regnare su Israele.

  9. Se lei non crede che Yeshua è nato da una vergine perché mai qualcuno dovrebbe credere che Isacco è nato da una donna centenaria? Se lei non crede che Yeshua è risuscitato dai morti perché mai qualcuno dovrebbe credere alle risurrezioni operate da Elia ed Eliseo?
    Se lei prende a prova per l’acqua del suo molino ciò che ha detto Origene che, date le sue caratteristiche, non sarebbe stato fatto entrare in un tribunale ebraico a testimoniare, e che ha scritto in un tempo in cui la chiesa aveva già segnato la separazione con le radici ebraiche (a torto o a ragione), a maggior ragione io dovrei portare tutti i riferimenti del NT per sostenere l’esatto contrario.

    La novità neotestamentaria non è che Isaia 53 si riferisce a un individuo, dato che l’etiope (come poi il successivo talmud) credeva si potesse riferire addirittura al profeta stesso. La novità neotestamentaria è vero, è il Cristo crocifisso, che per i giudei è scandalo, ma non per tutti i giudei. A Shavuot 3000 ebrei, compunti nel cuore, hanno accettato il Messia. A Gerusalemme, myriades (migliaia di migliaia) di ebrei avevano creduto in Yeshua ed erano zelanti per la torah (Atti 21:20).

    Lei è onorato di prendere le parti di Nachmanide? A me farebbe schifo prendere le parti dei discendenti spirituali di coloro che hanno detto che Yeshua nell’aldilà è punito con gli escrementi bollenti, dove si dice che era uno stolto, un idolatra, un bastardo, concepito durante le mestruazioni di sua madre. Questi sono i maestri di cui lei è onorato. Se ne vergogni!

    Rabbi Akiva ha indicato un falso messia, pertanto era un falso maestro, se fosse vissuto ai tempi di Mosè sarebbe stato lapidato, per non parlare dell’odio che nutriva nei confronti di Yeshua. E se questo era uno dei migliori, cosa possono essere gli altri? La storia ha dimostrato i tristi frutti di quei falsi maestri.

    Concludo dicendo che la carne ebraica, il lignaggio ebraico, sono un mistero di grandezza e di miseria poiché ci hanno portato il Messia Redentore, ma questi, posto come pietra di scandalo per il mondo, è stato anche scandalo per la stirpe da cui ha tratto il sangue. Allo stesso modo coloro, di tale progenie, che hanno creduto nel Messia, sono parte dell’olivo frondoso. Quanti, invece, di tale lignaggio, hanno rifiutato il Messia, sono i rami secchi tagliati da tale olivo.
    Dagli ebrei proviene la salvezza, ma essa è rivolta anche agli ebrei. Guai a questo popolo forgiato e santificato per recare la salvezza, per produrre il Messia, se crede che la salvezza sia posta nella carne! Allora, in nome della sua carne, crocifiggerà colui che costituiva la sua grandezza, e nel Talmud si scolpiscono le infamie più insolenti e sacrileghe contro il Messia e i cristiani.

    Ezechiele dice: E io santificherò il mio gran nome che è stato profanato fra le nazioni, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; e le nazioni conosceranno che io sono l’Eterno, dice il Signore, l’Eterno, quand’io mi santificherò in voi, sotto gli occhi loro. Io vi trarrò di fra le nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; v’aspergerò d’acqua pura, e sarete puri; io vi purificherò di tutte le vostre impurità e di tutti i vostri idoli. E vi darò un cuor nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne (36:23-26).

    Perché Dio fa questo? A causa della profanazione del suo nome per la dispersione d’Israele tra le nazioni. Israele tra le nazioni profana il nome di Dio. Il popolo non riesce a riscattarsi con le proprie azioni, non riesce a pentirsi, ma Dio è preoccupato per la gloria del suo nome, e quindi decide di salvare Israele dalle nazioni e li riporta nella loro terra. È un puro atto di misericordia.

    • Seguendo il suo ragionamento, allora bisognerebbe anche credere che Maometto è salito al cielo, o nelle apparizioni di Lourdes. E’ chiaro che ognuno ha i suoi criteri per decidere cosa credere, ma una cosa sono eventi miracolosi che soltanto un credente può accettare come reali, e cosa ben diversa è una semplice testimonianza sull’interpretazione ebraica di un passo biblico.
      Origene non sarebbe stato ammesso in un tribunale ebraico? Beh, neppure gli evangelisti. Lei sa bene che i testimoni, per essere accettati, dovevano concordare su ogni singolo dettaglio, anche sui più insignificanti, e dovevano mostrare imparzialità, mentre gli evangelisti scrivono con un dichiarato intento di predicazione. Tuttavia, se dovessimo applicare le norme giuridiche del Sinedrio per decidere quali testi siano autentici, allora gran parte della letteratura universale andrebbe gettata dalla finestra. La filologia non si fa in tribunale.
      Che Origene abbia scritto in un’epoca in cui il Cristianesimo si era già allontanato dalla radice non importa a nessuno. Ribadisco che la sua testimonianza non si basa sulle sue idee, ma su un’interpretazione che egli ha semplicemente udito da Ebrei del suo tempo. Dilungarsi oltre ci farebbe apparire ridicoli.

      La novità neotestamentaria, il Messia ucciso e resuscitato, dimostra appunto che una simile idea non faceva parte dell’Ebraismo. Ma è una “novità” che ritorna periodicamente nell’Ebraismo ogni volta che c’è da giustificare la morte di qualche presunto redentore. Anche i seguaci di Shabbetai Tzevì citano Isaia 53.

      Per quanto riguarda le ingiurie talmudiche rivolte a “Yeshu ben Pandira”, sempre che questo personaggio sia davvero da identificare con Gesù (gli studiosi non sono concordi), lei si sente offeso da tali brani perché appartiene alla fede cristiana. Io, che non sono cristiano, non mi offendo leggendo tali cose. In fondo, gli scritti dei Padri della Chiesa sono pieni di gravi insulti contro gli Ebrei, quindi perché mai gli Ebrei avrebbero dovuto lodare il Cristianesimo?
      Anche i discepoli di Bar-Iesus e di Simon Mago si saranno sentiti offesi dalle affermazioni neotestamentarie.
      Inoltre, non credo che le affermazioni su Yeshu ben Pandira abbiano la pretesa di essere lette come informazioni storiche sulla persona di Gesù. Semmai, questo Yeshu sarebbe da intendere come una personificazione allegorica del Cristianesimo (non del suo fondatore). In effetti, è scritto che egli era un discepolo dei Saggi, e che poi si sentì respinto da Yehoshua ben Perachia mentre costui recitava lo Shemà (non a caso, la professione del monoteismo…) e si mise ad adorare “una pietra” (probabile allusione alle derive idolatriche della cristianità dopo la separazione dall’Ebraismo). E’ detto inoltre che egli era un amico del governo romano, cosa che non si può dire del Gesù storico, ma che potrebbe riferirsi al Cristianesimo già in via di accettazione da parte dell’Impero.

      Rabbi Akiva non sarebbe stato lapidato al tempo di Mosè. Non c’è pena di morte (né altra pena) contro chi appoggia un guerriero che non riesce nel suo intento. La pena esiste semmai per chi adora un uomo, cosa che Akiva naturalmente non fece.
      Bar Kochba era un capo spietato, molto lontano dall’immagine biblica del re di giustizia, eppure andò molto più vicino di Gesù all’adempimento delle promesse messianiche. Riconquistò Gerusalemme per breve tempo, ripristinò i sacrifici e pianificò la ricostruzione del Tempio. La sua morte dimostrò che la Redenzione non era ancora giunta, e nessuno disse che egli sarebbe tornato per regnare, né che “nessuno viene al Padre se non per mezzo di Bar Kochba”.

  10. Lei più scrive e più dimostra la pochezza degli argomenti, e quando gli argomenti sono pochi, non possono che essere fallaci. Origene dice che ha udito una interpretazione dagli ebrei del suo tempo, ma siccome Origene non è un testimone attendibile, quello che dice non ha alcun valore.

    Per quanto riguarda gli evangelisti, lei non sa cosa dice, con quel suo strambo paragone. È come se io dicessi che il Deuteronomio di Mosè non è affidabile perché riporta versioni diverse di alcune storie, tra cui i famosi “10 comandamenti” o “10 parlate”. Ci pensi prima di parlare e dire fesserie.

    Ma a pensarci bene, forse Origene sarebbe stato accolto a testimoniare nel Sinedrio, data la corruzione di molti suoi esponenti dell’epoca.

    Il Messia ucciso e risuscitato è la grande novità che non faceva ma venne a far parte dell’ebraismo, se poi lei non lo vuole accettare sono affari suoi, ma myriades di ebrei lo accettarono e lo stesso Gamaliele lo guardava con favore. Nel 63 dC c’è stata la morte di Giacomo il Giusto, fratello di Yeshua. Secondo l’antico scrittore nazareno Egesippo, Giacomo il Giusto (di cui si parla anche nella letteratura rabbinica) era molto famoso in tutta la comunità ebraica, e molti erano venuti alla fede in Yeshua come Messia come risultato del suo carisma.
    Ma quello che forse non ha ancora capito, è che la storia poteva andare anche diversamente. La morte di Yeshua non era ineluttabile.

    Shabbetai Zevi, Shabbetai Zevi, che amore di anticristo. Molti rabbini fecero carte false per dire che non avevano avuto niente a che fare con lui. Persone dall’animo doppio.

    Lei non è cristiano, immagino che non sia neanche ebreo, perché altrimenti l’avrebbe detto. Che cos’è? Né carne né pesce? Un transgender religioso? È per questo che si tiene nascosto? Con quale autorità scrive? Cosa vuol dire non essere cristiano? Neanche i mussulmani lo sono, eppure rispettano Yeshua.

    Dicendo che non si sente offeso del fatto che Yeshua sia stato punito dai rabbini talmudici negli escrementi bollenti, non mi meraviglia considerando il lavaggio del cervello che ha ricevuto. I padri della chiesa forse avevano i loro motivi a dir male degli ebrei, considerando lo scherzetto che questi avevano fatto con Nerone, e diversi altri. Ma Yeshua, in vita sua, aveva fatto soltanto del bene.
    I discepoli di Bar-Iesus e di Simon Mago si sono sentiti offesi? Non sa più cosa dire, eh? Se è per questo anche i gentili si dovrebbero offendere da alcune cose scritte nel NT, ma non si offendono.
    Dio ha una parola di riprensione per tutti.

    Yeshu è la personificazione allegorica del cristianesimo? L’hanno detto i suoi consulenti o è idea sua? Cos’è peshat o derash o remez o sod? Quando fa comodo s’interpreta in una maniera e quando non fa comodo s’interpreta in un’altra maniera? Perché non va a consultare il Contro Celso di Origene anche in questo caso? Non le farebbe comodo?

    E se Yeshu è la personificazione allegorica del cristianesimo, i cristiani chi sarebbero? Di essi nel Talmud si dice che sono uomini pessimi, animali impuri, indegni di chiamarsi uomini, bestie dalla forma umana, contaminanti come sterco, buoi ed asini, porci, cani, peggiori dei cani; che si riproducono come bestie, che sono di origine diabolica; che le loro anime procedono dal diavolo e al diavolo devono ritornare; che il cadavere di un cristiano non differisce in nulla dai resti di un animale morto. Per non parlare quello che hanno scritto su Maria.

    La pena di morte c’è per il falso profeta, e rabbi Akiva fu un falso profeta. Ma continui pure a difenderlo, i panni sporchi si lavano in famiglia. Io sono ben contento di non essere vissuto nella sua epoca e di non essere stato un suo discepolo.

    Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Yeshua. Se le ricordi queste parole; quando le sinagoghe la cacceranno fuori le potranno servire.

    Siccome lei ama citare i padri della chiesa, adesso ne cito qualcuno anch’io, poi decida lei se prenderli a testimoni oppure no. Giustino, nel famoso Dialogo con Trifone, dice spesso che gli ebrei, dopo aver ucciso il Giusto e, prima di lui, i Profeti, disonorano ora e apostrofano vivamente i cristiani e, quando possono, giungono sino a toglier loro la vita (16 e 133); Basilio afferma che un tempo gli ebrei e i pagani hanno lottato tra di loro ma ora gli uni e gli altri lottano contro il cristianesimo; perciò vediamo gli ebrei a Smirne nel 155 reclamare dei supplizi per San Policarpo (Martirio di San Policarpo); nel 250 li vediamo insultare i cristiani che rifiutano di apostatare (Passione di San Pionio); nel 304 li si trova ancora tra i più violenti in mezzo a coloro che vogliono obbligare San Filippo e il suo diacono Ermete a sacrificare agli idoli (Passione di San Filippo d’Eraclea), ugualmente negli atti del martirio di San Ponzio di Cimiez nel 261 e di San Marciano di Cesarea; in Mauritania, nel 303, figurano gli ebrei in procinto di aizzare i pagani contro i santi martiri. Sono ancora loro a suscitare calunnie contro i cristiani per provocare persecuzioni da parte dei pagani, come affermano Giustino, Tertulliano (Contro Marcione III, 23), e San Gregorio di Nazianzio (Orazione II contro Giuliano l’Apostata).
    Mi fermo qui, non voglio infierire. La chiesa ha perdonato.

    • Questo commento pieno di ingiurie che sfociano nei più beceri pregiudizi antigiudaici (tanto per non voler usare un’altra parola anche più grave, solo per il gusto di non abusarne) dimostra ancora una volta scarsa obiettività e rabbia fanatica. Perché non ha tirato fuori anche le “pasque di sangue” o l’accusa della peste? Non mi sarei affatto stupito.
      Le faccio notare nuovamente che lei, sul suo sito, ha citato testimonianze di Origene in alcuni articoli, e ciò fa sgretolare la credibilità della sua obiezione.

      Per il resto, non so più cosa fare, né intendo dialogare con chi usa un linguaggio simile. Tornerò a rispondere solo se lei cambierà atteggiamento. In alternativa, questo sito non potrà ospitare altri sermoni.
      Io ho fatto il mio dovere citando le fonti rabbiniche e patristiche pertinenti e segnalando il carattere erroneo di alcune sue citazioni (Alshich, lo Zohar, De Vidas, Ibn Ezra). Chi vorrà leggere la nostra lunga conversazione con calma e obiettività potrà trarre le sue conclusioni.
      Lei potrà anche definirmi un “transgender religioso” (!), ma sappia che io non credo in Gesù, non accetto il Nuovo Testamento, che io ritengo non essere una “buona novella”, ma una “cattiva novella”, nonostante molti insegnamenti etici e spirituali di indiscusso valore in esso contenuti. Non ho subito alcun lavaggio del cervello, non credo nell’infallibilità di alcun uomo, mi sforzo di analizzare ogni cosa con lucidità e scetticismo.
      Delle sue minacce escatologiche non so cosa farne.
      La saluto cordialmente.

  11. Se uno parte dall’ipotesi che gli scritti del Nuovo Testamento siano truffaldini ed inventati ad hoc, potrà avere riserve circa il fatto che il NT è testimone del fatto che la profezia di Isaia 53 – così come anche la profezia di Deuteronomio 18:15, 18, 19 – era nel 1° sec. e.v. applicata al Messia di Hashèm. Gli scritti del NT, quindi, sono testimoni di un periodo ben più antico sia di Rashi, che del Talmud. Che poi l’Ebraismo viva di tradizioni, più che di Scrittura, questo è innegabile! Quindi se un rabbino autorevole dice che Is 53 non è riferita al Re Messia, tutti ci vanno dietro. Tra l’altro oggi nell’Ebraismo si parla più di “era messianica” che di “messia”, sempre sulla base di tradizioni.
    Rashi è riconosciuto come un rabbino autorevole, ma non erano autorevoli anche i Saggi precedenti a Rashi che hanno sempre visto Is 53 come un profezia messianica, come Argentino Quintavalle ha dimostrato ampiamente nei suoi commenti?

    • Il Nuovo Testamento non testimonia affatto che Isaia 53 fosse applicata al Messia da parte dei rabbini. Testimonia soltanto che Gesù e gli apostoli applicassero tale passo al Messia, così come, molti secoli dopo, i seguaci di Shabbetai Tzevì la applicheranno al loro Messia. I Vangeli ci fanno comprendere che gli Ebrei non aspettavano alcun Messia ucciso dai nemici, e infatti, quando Gesù fu ucciso, i discepoli rimasero delusi. Quella del Messia che muore è presentata come un’innovazione neotestamentaria, una rivelazione prima sconosciuta.

      Se affermi che “un rabbino dice una cosa e tutti gli vanno dietro”, ciò significa che non hai familiarità con la letteratura rabbinica e con l’esegesi ebraica. I Saggi del Talmud e i Maestri successivi esprimono ognuno la propria idea in piena libertà, formulando interpretazioni diverse su qualsiasi argomento.
      Rashi, in questo caso come in ogni altro, non ha inventato nulla, ha solo elaborato nel suo commentario un’interpretazione talmudica e midrashica, di cui parla anche Origene di Alessandria, e che rispecchia il senso letterale del libro di Isaia, al di là di riflessioni midrashiche.

  12. Se crede che sono ingiurie gratuite si difenda, e non faccia la vittima come un bambino. Io non lavoro dietro le quinte e ci metto la faccia in quello che dico, lei invece si nasconde nell’anonimato. Se vuole tiriamo fuori anche le pasque di sangue, anzi tiriamo fuori Ariel Toaff, e così ci divertiamo.

    Pensa un po’ che soddisfazione, l’unica arma che hanno i suoi consulenti per dimostrare che Isaia 53 si riferisce alla collettività del popolo d’Israele è un evirato gentile! Almeno ne trovi due di evirati, dato che la Torah prescrive un minimo di due testimoni.

    Perché le dà fastidio il mio linguaggio, e non quello degli escrementi bollenti del talmud? Le mie citazioni non sono affatto erronee, dato che la maggior parte sono state prese da un libro di Menachem M. Brod, un giudeo ortodosso e più competente di lei. Ma comunque nulla cambia sull’identità del Servo sofferente.
    La mia non è una minaccia escatologica, ma un buon consiglio.

    • Avevo deciso di non rispondere più, ma dato che ho saputo che alcuni hanno seguito con interesse il dibattito, eccomi qui a scrivere ancora qualcosa.
      Su Origene lei ha portato avanti un discorso che non sta minimamente in piedi. Decidere di ignorare un’attestazione scritta perché il suo autore si fece recidere gli organi genitali è come coprirsi gli occhi con la mano e urlare per non ascoltare il proprio interlocutore. E la cosa si fa particolarmente ridicola se consideriamo che:
      – Lei stesso ha un sito web in cui è talvolta citato Origene, come ho già notato in precedenza.
      – Se desidera davvero applicare i criteri giuridici del Sinedrio all’esame dei testi scritti, dovrebbe rinunciare ai Vangeli, a Esodo e Deuteronomio, ai libri di Samuele e a quelli delle Cronache (in quanto due testimoni devono concordare anche sugli aspetti minimi), nonché a Giuseppe Flavio (non è imparziale: era un liberto di Vespasiano) e a una lunga lista di storici.
      – Lei mi esorta a considerare la testimonianza dell’etiope incontrato da Filippo, che, guarda un po’, era anche lui evirato. Mi scusi se non mi risulta facile ormai prenderla seriamente.

      Le ho già mostrato, inoltre, che l’attestazione di Origene è in accordo con alcune fonti rabbiniche precedenti a Rashi (Targum Yonatan,Talmud in Berachot 5a e altri, Midrash Bemidbar Rabbah 13:2, Devarim Rabbah, Tanna D’Bei Eliyahu Rabbah 27), quindi abbiamo una sovrabbondanza di prove che smentiscono totalmente la famosa menzogna che imputa a Rashi l’introduzione di un’interpretazione nuova del passo di Isaia.

      Le sue citazioni non sono erronee? Già, peccato che è partito dicendo che Ibn Ezra applicasse Isaia 53 al Messia, e io ho verificato che non è affatto così (“kol eved Hashem asher baGalut”, ricorda?). Ha scritto lo stesso di Alshich, e io le ho mostrato che questo commentatore applica il passo a David, ai patriarchi, ai giusti, e ANCHE al Messia (in quanto membro di Israele). Lei ha inoltre applicato concetti specificamente cristologici e neotestamentari ad affermazioni del Talmud e dello Zohar, e io ho pazientemente spiegato che tali passi fanno riferimento a una concezione ben diversa (quella del Messia non ancora venuto al mondo) e che, soprattutto, si trattava di interpretazioni allegoriche (Midrash), non del senso letterale (pshuto shel mikra), come afferma Nachmanide, che cito testualmente dalla Disputa di Barcellona:
      “Secondo il suo vero significato, [il passo] si riferisce solo al popolo di Israele in generale. Il profeta infatti chiama continuamente Israele “mio servo” e “Giacobbe mio servo”. […]
      È vero che i nostri Maestri di benedetta memoria, nelle loro opere di Aggadah, hanno un Derash secondo cui si riferisce al Messia. Tuttavia, essi non affermano mai che egli sarà ucciso dai suoi nemici. In nessun libro, né nel Talmud e neppure nella Haggadah troviamo scritto che il Messia figlio di David sarà ucciso. Mai. E neppure che egli sarà consegnato ai suoi nemici o che sarà sepolto”.

      Adesso, se vorrà replicare, sarà libero di farlo, purché non si lanci di nuovo in sermoni con annessi riferimenti alla Geenna in cui, secondo lei, io rischio di finire. Altre maledizioni su questo sito non saranno tollerate.

  13. gentile sguardoasion, ho riletto la discussione che ha avuto con quel signor quintavalle. Mi scusi, ma come ha fatto ad avere cosi’ tanta pazienza? Tra l’altro Origene e’ studioso apprezzato anche dal cristianesimo; anche se poi ha commesso quella follia questo non significa che alcune sue idee non siano ancora adesso condivisibili. Le assicuro che l’ho ammirata e non solo per la sua dottrina.

    • Grazie infinite di queste considerazioni. Ho avuto tanta pazienza proprio perché ho pensato a chi avrebbe letto in futuro questo dibattito e ne avrebbe tratto conclusioni oggettive.

  14. Vorrei aggiungere, se permette, che Origene nel caso specifico stava riferendo un’interpretazione di maestri ebrei e non rendendo una testimonianza in giudizio. Quindi che cosa c’entrano i rigorosi requisiti richiesti per chi rendeva appunto una testimonianza che poteva avere come conseguenza anche eventualmente una condanna a morte?

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