L’origine della Torah Orale

oral torah

Quando nell’Ebraismo si parla di Torah (“Insegnamento”, spesso inteso nel senso di “Legge”) non si fa riferimento soltanto a un testo sacro, cioè a una Rivelazione messa per iscritto, ma anche a una tradizione custodita dal popolo ebraico. Oltre che sulla Torah Scritta (Torah she-bi-khtav), l’Ebraismo si basa infatti anche sulla Torah Orale (Torah she-be-al-peh), ritenuta indispensabile per l’applicazione concreta di molte leggi bibliche che nelle Scritture compaiono in forma oscura e generica.

Capire cosa sia la Torah Scritta è molto facile: essa si trova nei primi cinque libri della Bibbia — il cosiddetto “Pentateuco” — che contengono la Legge divina rivelata a Mosè più di tremila anni fa. Più difficile è invece riuscire a definire la Torah Orale; essa è comunemente intesa come un insieme di istruzioni trasmesse contemporaneamente alla Torah Scritta e tramandate oralmente per molte generazioni, fino a quando, a causa della dispersione del popolo ebraico in seguito alla distruzione del secondo Tempio, si decise di metterle per iscritto tramite la composizione del Talmud.

Questa idea è tuttavia tanto diffusa quanto problematica. Se infatti proviamo ad aprire il Talmud e a sfogliare le sue pagine, ci ritroviamo davanti a infinite discussioni e controversie tra i vari rabbini, racconti, massime sapienziali e interpretazioni della Bibbia. Quanto di tutto questo fa realmente parte della Torah Orale? Cosa viene dal Sinai e cosa invece è frutto delle riflessioni dei Maestri? Il fatto che il Talmud appaia come una raccolta di opinioni rabbiniche diverse e tradizioni di vario tipo sembra contraddire la definizione comune di Torah Orale. Ci aspetteremmo un libro di rivelazioni divine e invece siamo dinanzi a una grande enciclopedia del dibattito e dell’esegesi biblica.

Maimonide (1135 – 1204), nell’introduzione al suo commentario alla Mishnah, divide la Legge Orale in varie categorie, ponendo una rigida distinzione fra:

  1. I precetti trasmessi attraverso la tradizione fin dal tempo di Mosè, sui quali non esiste alcun disaccordo tra i rabbini del Talmud.
  2. I precetti che i Maestri hanno dedotto dalla Torah Scritta nel corso di varie generazioni, tramite metodi di interpretazione delle Scritture.
  3. Le leggi istituite dai Profeti e dai Maestri allo scopo di preservare l’osservanza della Torah.
  4. Usanze e ordinamenti che regolano varie pratiche e non fanno parte della Torah.

Secondo la suddivisione di Maimonide, fra tutti i precetti riportati nel Talmud, solo un numero estremamente limitato (circa trenta) risalgono davvero all’epoca di Mosè. Benché questa suddivisione si basi su criteri razionali e ineccepibili, è anche vero che il Talmud stesso sembra applicare il concetto di “trasmissione dal Sinai” in maniera decisamente più ampia, come si comprende da un brano il cui messaggio è a dir poco sorprendente:

“R. Levi bar Hama ha detto a nome di Rabbi Shimon ben Lakish: Qual è il significato del verso: ‘E io ti darò le tavole di pietra, la Legge e i comandamenti che ho scritto, perché tu li insegni loro’ [Esodo 24:12]? ‘La tavole di pietra’ sono i Dieci Comandamenti; ‘La Legge’ è il Pentateuco; ‘i comandamenti’ è la Mishnah; ‘che ho scritto’ sono i Profeti e gli Scritti; ‘perché tu li insegni loro’ è la Ghemarah. Ciò insegna che tutte queste cose furono consegnate a Mosè sul Sinai” (Berakhot 5a).

Dunque, secondo quanto riportato, non solo la Mishnah e la Ghemarah (cioè il Talmud), ma persino i Profeti e gli Scritti, ovvero l’intera Bibbia, risalirebbero tutti all’epoca del Sinai! Dovremmo allora immaginare che Mosè sia sceso dal monte con le profezie di Isaia e Geremia, i Salmi di David, il Cantico dei Cantici e le miriadi di discussioni rabbiniche del Talmud, tutti (presumibilmente) ben stampati nella mente e pronti ad essere tramandati ai posteri? Sarebbe davvero folle interpretare alla lettera un’affermazione tanto anacronistica. È invece ragionevole pensare che i Maestri alludessero a qualcosa di ben diverso.

In un altro trattato del Talmud (Menakhot 29b) è contenuto un racconto che, nonostante sia persino più sorprendente del passo che abbiamo già citato, potrà aiutarci a fare chiarezza sul concetto di “trasmissione dal Sinai” e a risolvere le illogicità che da esso derivano. Il racconto, che non è di natura storica (anzi, trascende la storia), narra che Mosè, avendo notato gli strani segni a forma di corona che ornano alcune lettere della Torah, chiese spiegazioni a Dio per poi ritrovarsi persino a compiere una sorta di “viaggio nel tempo”:

“Rav Yehudah ha detto a nome di Rav: Quando Mosè salì in alto trovò il Santo Benedetto Egli sia che era occupato ad apporre corone sopra le lettere. Mosè disse: «Sovrano dell’Universo! Per quale motivo fa questo la tua mano?» Egli rispose: «Sorgerà un uomo, tra molte generazioni, di nome Akiva ben Yosef, che esporrà moltitudini di leggi per ciascuno di questi segni». Mosè disse: «Sovrano dell’Universo! Mostramelo!» […] Mosè andò a sedersi all’ottava fila [nella scuola di Rabbi Akiva], ma non riuscì a comprendere ciò che veniva insegnato. La sua forza venne meno nel momento in cui Akiva giunse a una certa spiegazione. Gli studenti chiesero: «Maestro, da dove hai tratto ciò?» Akiva rispose: «È una legge data a Mosè sul Sinai». La mente di Mosè si calmò”.

Si potrebbe credere che questa incredibile storia sia stata composta da qualche eretico nemico dell’Ebraismo e che il suo messaggio sia addirittura blasfemo, e invece essa è stata scritta proprio dai Maestri del Talmud! Mosè, il più grande profeta di tutti i tempi, non riesce ad afferrare il senso degli insegnamenti di Rabbi Akiva; la “legge data a Mosè sul Sinai” è ignota a Mosè stesso. Com’è possibile?

Rabbi Yeshayahu Hollander spiega che, secondo un punto di vista classico e “contemporaneo”, la Torah Orale contiene tutti i nuovi concetti e gli insegnamenti che si sono sviluppati fin dal tempo di Mosè (o anche prima), attraverso i Profeti, il Talmud, e tutti i Saggi fino ad arrivare all’epoca attuale. Ciò si spiega alla luce dell’affascinante idea secondo cui tutto ciò che i Maestri possono formulare ed esporre non è altro che un’elaborazione delle parole della Torah Scritta. In questo senso, la Rivelazione sul Sinai non è intesa come un evento del passato, ma come un processo in continuo sviluppo. La Torah non è considerata dunque come un codice fisso, poiché essa rimane in vita e si espande attraverso la voce dei Maestri. Ecco il motivo per cui il Talmud ci dice che Mosè ricevette, assieme ai Dieci Comandamenti e al Pentateuco, anche i Profeti, gli Scritti, la Mishnah e la Ghemarah: tutti elementi che sbocciano direttamente dalla Torah, e che, in qualche modo, erano già presenti nella Rivelazione originaria, ma aspettavano solo di venire alla luce. Ciò spiega anche il significato del racconto di Mosè nella scuola di Rabbi Akiva: il grande profeta non poteva comprendere le interpretazioni di un maestro del futuro, eppure le riconosceva come uno sviluppo della propria eredità, poiché Rabbi Akiva non faceva altro che raccogliere la ricchezza lasciata sepolta da Mosè applicando la Torah alla propria epoca e alle nuove circostanze.

Questa idea è alla base del pensiero di Rav Tzadok HaKohen, secondo cui la Torah Orale non ha inizio con il Talmud, bensì con il Libro del Deuteronomio. Sembra un’affermazione paradossale, in quanto il Deuteronomio fa parte della Torah Scritta, eppure è pienamente condivisibile.

Nel quarantesimo anno, nell’undicesimo mese, nel primo giorno del mese, Mosè parlò ai figli d’Israele, secondo tutto ciò che Hashem gli aveva comandato di dir loro (Deut. 1:3).

Nell’esporre davanti a tutto il popolo le leggi della Torah, sulla soglia della terra promessa e di una nuova era per la giovane nazione d’Israele, Mosè, come notano tutti i commentatori, non si limitò a insegnare i precetti così come li aveva ricevuti negli anni precedenti. Egli agì da primo rabbino della storia, commentando la Torah e adattandola alla nuova condizione di vita degli Israeliti, che da popolo nomade stavano per trasformarsi in una nazione con una propria terra, e con delle esigenze prima sconosciute. È per questo che il Deuteronomio contiene leggi che non si trovano nei libri precedenti, oltre che nuovi particolari aggiunti alle leggi già note. Il compito dei giudici che la Torah comanda di istituire (vedi Deut. 16:18) — che nella nostra era sono chiamati “rabbini” — è anche quello di continuare nel corso dei secoli e dei millenni quanto Mosè aveva fatto a soli quarant’anni dall’uscita dall’Egitto: tramandare la Legge, insegnarla, trarre da essa nuovi significati e renderla un organismo vivente. Questo concetto, che sembra così complesso, è espresso in una sola frase, pronunciata dagli Ebrei in sinagoga ogni volta che si inizia la lettura della Torah: Baruch atah Adonai, noten HaTorah – “Benedetto sei tu Signore, che dai la Torah”. L’uso del verbo al presente è la dimostrazione del fatto che la Rivelazione sul Sinai non si sia ancora conclusa.

Per approfondire: Torah in contemporary application – Lezione video di Rabbi Joshua Berman.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...