“La terra godrà i suoi Sabati”

eretz

Nella porzione del Libro del Levitico nota come Parashat Bechukotai (26:3-27:34)la Torah elenca le varie benedizioni e maledizioni con cui il popolo d’Israele sarà premiato o punito a seconda della sua condotta. In questo brano, in particolare, troviamo per la prima volta la drammatica minaccia del futuro esilio del popolo ebraico dalla propria terra:

Devasterò il paese, e i vostri nemici che vi abiteranno rimarranno sbalorditi. Disperderò voi fra le nazioni e trarrò fuori la spada contro di voi. Il vostro paese sarà desolato e le vostre città saranno deserte. Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo in cui rimarrà desolata e voi sarete nel paese dei vostri nemici; così la terra si riposerà e godrà i suoi sabati. Per tutto il tempo che rimarrà desolata avrà il riposo che non ebbe nei vostri sabati, quando voi l’abitavate (Levitico 26:32-35).

Al tema delle maledizioni divine relative all’esilio e alla dispersione degli Israeliti abbiamo già dedicato un altro articolo (vedi “Ki Tavò: Israele non sarà mai abbandonato”); questa volta ci focalizzeremo invece su un argomento più specifico e altrettanto interessante.

Come è possibile notare dalla lettura del brano, il Levitico evidenzia in modo particolare l’immagine sconfortante della terra che diviene desolata a causa della rovina della nazione. Che l’enfasi sia posta sulla condizione della terra più che su quella del popolo esiliato è confermato dal fatto che, nell’intero passo relativo alle maledizioni, il termine “terra” (eretz) appare sette volte; anche le parole “desolazione” (nella sua radice sh-m-m) e “Sabato” (shabbat) ricorrono sette volte. La ripetizione di uno o più vocaboli in un unico brano per un numero preciso di volte, in particolare in numero di sette, è un espediente letterario comune nella Torah per dare risalto a determinati elementi e concetti all’interno del testo; il caso emblematico si trova nel racconto della Creazione della Genesi, dove le parole-chiave “Dio”, “cielo”, “terra”, “luce” e “buono” ricorrono tutte per un numero di volte che risulta essere multiplo di sette.

Sembra che la Torah intenda mostrare che le sofferenze e le persecuzioni che gli Israeliti subiranno tra i popoli stranieri non sono l’unico elemento importante su cui concentrarsi: anche la condizione della terra, rimasta vedova dei suoi abitanti, è parte essenziale dell’oscuro quadro che il brano dipinge. La desolazione del paese un tempo florido, come dichiarano i Profeti, è una testimonianza della rovina di Israele e dei suoi peccati: “Ridurrò questa città a una desolazione e a un oggetto di scherno; chiunque le passerà vicino rimarrà stupito e si metterà a fischiare per tutte le sue piaghe” (Geremia 19:8). “E questo Tempio, sebbene così imponente, sarà desolato; chiunque poi gli passerà vicino rimarrà stupito e fischierà, e dirà: Perché Hashem ha trattato così questo paese e questo Tempio? Allora gli risponderanno: Perché hanno abbandonato l’Hashem, il loro Dio, che ha fatto uscire i loro padri dal paese d’Egitto e hanno aderito ad altri dèi, si sono prostrati davanti a loro e li hanno serviti; per questo Hashem ha fatto venire su di loro tutta questa calamità” (1 Re 8-9).

Eppure, fra tutte queste tenebre sconfortanti, gli antichi Maestri e i commentatori rabbinici hanno saputo scorgere persino una luce di positività, come si legge nel Midrash noto come Torat Cohanim: ” ‘Devasterò il paese’ – si tratta di una buona cosa, poiché Israele non dirà: «Da quando siamo stati scacciati dal paese, i nostri nemici vi giungono e trovano gratificazione», come è scritto: ‘E i vostri nemici che vi abiteranno resteranno sbalorditi’. Anche i nemici che vi giungeranno in futuro non troveranno gratificazione” (Sifra, 6).

Nachmanide (1194 – 1270), vissuto in un periodo tutt’altro che positivo per il popolo ebraico, elabora il pensiero in chiave ancora più confortante nel suo Commentario alla Torah:

“Quando Dio dice: ‘I vostri nemici resteranno sbalorditi’, porta una buona notizia che riguarda tutti i nostri esili: il paese non accetterà i nostri nemici. Ciò rappresenta una grande prova e una grande promessa per noi, poiché in nessun luogo è possibile trovare una terra tanto buona e preziosa e un tempo abitata che è ora tanto desolata come la Terra d’Israele. Poiché da quando la abbiamo abbandonata, essa non ha accettato alcuna nazione o popolo; tutti hanno cercato di stabilirvisi, ma non hanno avuto successo”

Da questa prospettiva, quella che nella Bibbia è presentata come una maledizione racchiude al suo interno addirittura una benedizione. Se nessun popolo riesce a trarre pieno beneficio dalla Terra d’Israele, ciò significa che la possibilità del ritorno in patria rimane sempre aperta agli occhi degli Ebrei. È come se la terra restasse sempre fedele ai suoi veri possessori, anche in loro assenza, rendendosi arida ed inospitale ai dominatori stranieri. La situazione di cui parlava Nachmanide si è protratta attraverso i secoli, come testimoniano, tra l’altro, le parole di Mark Twain, che visitò il paese nel 1867:

“Tra le regioni atte a fungere da cupo scenario, credo che la Palestina non abbia rivali… Le colline sono sterili… Le valli desertiche e inospitali, orlate da una vegetazione stenta che accentua il senso di tristezza e abbandono… È una contrada deprimente, monotona, derelitta… La Palestina siede col capo cosparso di cenere… Pesa su di lei una maledizione che ne ha inaridito i campi e spento la vitalità”.

E poco più di cinquant’anni prima, lo scrittore francese François-René de Chateaubriand scriveva:

“Il paesaggio che circonda la città (Gerusalemme) è deprimente: da tutte le parti ci sono colline spoglie… l’entroterra è pieno di aride rocce.. ci si chiede se non siano le pietre crollate di un cimitero nel deserto… un’indicibile desolazione”.

Tutti i Profeti, senza eccezioni, non concludono mai i loro libri con annunci di disgrazie. Alle loro profezie di sventura, essi fanno seguire sempre promesse di restaurazione e di salvezza. L’immagine della Terra d’Israele deserta e devastata si dissolve dinanzi dall’annuncio del ritorno in patria degli Israeliti e della rinascita del suolo agricolo e delle antiche città.

“Ma voi, o monti d’Israele, metterete i vostri rami e porterete i vostri frutti per il mio popolo d’Israele che starà per tornare. Poiché ecco, io sono per voi, mi volgerò verso di voi e sarete coltivati e seminati. Farò moltiplicare su di voi gli uomini, tutta la casa d’Israele; le città saranno abitate e le rovine ricostruite. Farò moltiplicare su di voi uomini e bestie; moltiplicheranno e saranno fecondi. Vi farò abitare come nei tempi passati e vi farò del bene più che ai vostri inizi; allora riconoscerete che io sono Hashem” (Ezechiele 36:8-11).

In riferimento a questi versi di Ezechiele, il Talmud (Ketubot 68a) dichiara: “Rabbi Abba ha detto: Non esiste un segno della Redenzione che sia più manifesto di questo, come è scritto:  ‘Ma voi, o monti d’Israele, metterete i vostri rami e porterete i vostri frutti per il mio popolo d’Israele”.

Ma cosa significa l’espressione “la terra godrà i suoi sabati”, con cui il Levitico descrive la desolazione del paese? Proprio come all’uomo è comandato di astenersi dal proprio lavoro nel settimo giorno (Shabbat), così anche la terra necessita di un periodo di riposo: il settimo anno.

“Per sei anni seminerai il tuo campo, per sei anni poterai la tua vigna e ne raccoglierai i frutti, ma il settimo anno sarà un sabato di riposo per la terra, un sabato in onore di Hashem. Non seminerai il tuo campo né poterai la tua vigna” (Levitico 25:3-4).

Durante il settimo anno (Shemittah) non è permesso comportarsi da padroni nei confronti dei propri terreni: ciò che il suolo produce spontaneamente deve essere lasciato ai poveri, ai servi, agli stranieri, agli animali e a chiunque voglia usufruirne (vedi Levitico 25:6). Questo precetto è parte della grande rivoluzione egualitaria della Torah, oltre che un’espressione della concezione biblica della natura, ed è strettamente legato allo Yovel (Giubileo), il quarantanovesimo anno, in cui i debiti vengono condonati, i servi ricevono la libertà e tutti i terreni tornano ai proprietari originari. L’insegnamento che queste leggi vogliono trasmettere è ben riassunto in un unico verso: “Le terre non si venderanno per sempre, perché la terra è mia. Voi siete forestieri e miei affittuari” (Levitico 25:23).

Per sei anni è concesso sfruttare i propri terreni per trarne beneficio, ma poi, nel settimo anno, arriva il momento in cui ogni Israelita è chiamato a fermarsi e a riconoscere che la terra non gli appartiene realmente. Dio è l’unico vero padrone dei beni che gli uomini credono di possedere. Nella Terra d’Israele, per il suo carattere sacro di “terra promessa da Dio”, e per il significato spirituale che la Torah attribuisce alle sue caratteristiche geografiche (vedi Deuteronomio 11:10-12), questo concetto universale assume una particolare importanza, tanto che esso si tramuta in legge attraverso le norme dell’anno sabbatico e del Giubileo.

La relazione tra l’esilio del popolo ebraico e il “Sabato della terra” appare dunque piuttosto chiaro: quando gli Israeliti osservano i comandamenti della Torah e comprendono che la terra appartiene solo al Creatore (esprimendo ciò attraverso le leggi dell’anno sabbatico), allora essi meritano davvero di vivere nel paese dove Dio ha condotto i loro antenati. Ma se ciò non avviene, e il popolo si allontana dalla Torah e non riconosce il valore del dono che gli è stato fatto, in tal caso la conseguenza sarà l’abbandono della terra e la dispersione fra le nazioni del mondo.

Quando ci ritroviamo privati di qualcosa che un tempo ci apparteneva, allora comprendiamo di non avere realmente il controllo dei nostri beni, e che l’uomo non è un padrone, ma un ospite forestiero che vive sempre e soltanto in affitto.

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