Shemot: La diplomazia di Mosè

Tratto dal libro Between the Lines of the Bible, di Rabbi Yitzchak Etshalom.

Nella sezione iniziale del Libro dell’Esodo ci viene presentata la figura centrale del Pentateuco: Mosè. Il suo ruolo principale di capo e di profeta è senza rivali, indiscusso e incontrastato all’interno della tradizione ebraica. Ciò che però non ci viene detto – almeno non esplicitamente – è il motivo per cui Mosè fu scelto per guidare gli Israeliti fuori dall’Egitto, verso il Sinai e (idealmente) fino alla Terra promessa.

[…]

L’obiettivo della missione di Mosè sembra essere quello di condurre i figli d’Israele nel paese dei loro antenati (Esodo 3:8) dopo una sosta presso il Monte Sinai per adorare Dio. Perché mai quest’impresa doveva essere compiuta attraverso la diplomazia, e tramite gli ardui negoziati con il Faraone, che durarono molto tempo e costarono tanta sofferenza? Dio, con la sua onnipotenza, non poteva forse far uscire gli Israeliti dall’Egitto all’istante? Per la nostra immaginazione è certamente facile pensare a una redenzione e a un esodo rapidi ed immediati, ma ciò non rientrava nel piano di Dio. Perché allora Dio scelse di ricorrere alla diplomazia e di comandare al suo eletto di negoziare con il Faraone?

Come abbiamo detto, lo scopo dell’Esodo non era soltanto quello di liberare una nazione di schiavi, né di far stabilire gli Ebrei nella loro terra, bensì quello di condurli al Monte Sinai:
“…e questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: Quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte” (Esodo 3:12).
Affinché ciò potesse accadere, gli Israeliti dovevano essere pienamente consapevoli di due realtà: Chi è Dio e chi è il Suo popolo. Essi dovevano comprendere che Hashem, il Dio di Israele, è la sola potenza a cui è dovuta completa fedeltà e che Egli domina i cieli e la terra. Gli Israeliti dovevano anche essere consci del loro glorioso passato del loro ancora più glorioso futuro. Essi erano infatti i discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, destinati a diventare il prezioso popolo di Dio, il Suo tesoro tra le nazioni e un regno di sacerdoti (Esodo 19:5-6).
Fin dai primi versi del Libro dell’Esodo possiamo dedurre che gli Israeliti, in quella determinata epoca, non condividevano queste credenze. Ciò appare chiaramente nel momento in cui Mosè cerca di convincere il popolo a cooperare, ma quest’ultimo in risposta lo esorta a lasciar perdere e ad accettare lo status quo (vedi Esodo 5:19-21). Gli Israeliti, in quanto popolo, non erano pronti a una simile metamorfosi nazionale.

[…]

Gli Israeliti erano prigionieri dell’influenza del Faraone e della sua corte. Per ottenere la consapevolezza della loro missione e del loro orgoglio, oltre che della sovranità del loro Dio, essi avevano bisogno che il Faraone stesso riconoscesse il potere e la giustizia di Dio e ammettesse le colpe degli Egiziani. Questo è il tema ricorrente nelle relazioni diplomatiche tra Mosè e il Faraone. Gli Israeliti non potevano essere pronti a partire (verso il Sinai e la Terra promessa) fino a che la loro più grande icona culturale (il Faraone) non si fosse presentato a loro in piena notte implorando loro di lasciare l’Egitto, accettando la giustizia di Dio e il Suo decreto.
Le relazioni diplomatiche dovevano perciò essere condotte necessariamente da qualcuno che avesse una propria dignità, che fosse a suo agio nella corte del Faraone, e che comprendesse l’unità essenziale della nazione.

Essendo stato adottato dalla figlia del Faraone, Mosè conosceva i protocolli e il cerimoniale della corte. Egli percepiva la sua dignità, poiché non era mai stato soggetto alla schiavitù e non era culturalmente sottomesso al Faraone. […] Provenendo dall’esterno, egli comprendeva l’unità di base degli Israeliti. Si noti in che modo la Torah descrive l’interesse di Mosè per le sofferenze del popolo:
“Mosè crebbe ed uscì fra i suoi fratelli” (Esodo 2:11).
Agli occhi di Mosè, tutti gli Ebrei, non importa se Leviti o Daniti, erano suoi fratelli senza distinzione.
Mosè era dunque il candidato perfetto per unire il popolo, per rappresentarlo con dignità dinanzi alla corte e per affrontare il Faraone sul suo stesso campo, finché questi non avesse dichiarato: “Il Signore è giusto, e io e il mio popolo siamo malvagi” (9:27).

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