Vayetzè: la scala che conduce al cielo

sullam

Sulla strada verso la città di Charàn, dove Yaakòv (Giacobbe) si stava recando per fuggire dal suo furioso fratello Esàv, il futuro patriarca del popolo ebraico assiste, durante la notte, a una visione onirica di grande forza suggestiva:

Yaakòv fece un sogno: ed ecco, una scala poggiava sulla terra, e la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio ne salivano e ne scendevano. Ed ecco che Hashèm gli stava sopra e disse: «Io sono Hashèm, il Dio di tuo padre Avrahàm e il Dio di Yitzchak: la terra su cui ti sei coricato, la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra; ti espanderai a occidente, a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. In te e nella tua posterità saranno benedette tutte le famiglie della terra. Ed ecco che Io sono con te, ti proteggerò ovunque andrai e ti farò tornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver compiuto ciò che ti ho detto» (Genesi 28:12-15).

Nella tradizione ebraica, la misteriosa immagine dei malakhei Elohim (emissari di Dio) che salgono e scendono ha dato luogo a numerose interpretazioni diverse, di carattere filosofico, mistico e oracolare. Il Midrash Tanchumah intende il sogno come una sorta di anticipazione profetica dell’intera storia ebraica, e gli angeli come simboli dei grandi imperi nemici di Israele, che si elevano al potere per poi crollare. Altri ritengono invece che la scala rappresenti il Monte Sinai, e che gli “emissari di Dio” siano Mosè e Aronne. Secondo Maimonide, il sogno sarebbe da interpretare come un’illustrazione del processo di elevazione spirituale dei profeti.
Ciascuna delle interpretazioni proposte possiede un proprio valore ed è in grado di trasmettere efficacemente un determinato insegnamento. Ma ciò non può esimerci dal ricercare anche il significato contestuale e immediato della visione, quello che il testo biblico intende comunicare e che Yaakov stesso poteva comprendere nel suo ambiente culturale.

Alcuni studiosi, in particolare Yair Zakovitz e Yitzchak Etshalom, hanno fatto notare che esiste un parallelismo tra il brano del sogno di Yaakov e il racconto della Torre di Babele. Le parole: “ed ecco, una scala poggiava sulla terra, e la sua cima raggiungeva il cielo” ci ricordano infatti ciò che la Torah aveva detto a riguardo della famosa torre, la cui cima avrebbe dovuto toccare il cielo (Genesi 11:4). Il nome Bavèl (Babele \ Babilonia), che in lingua sumera significa “porta di Dio”, è simile a Betel (“Casa di Dio”), il nome che Yaakov conferisce alla località in cui aveva ricevuto la visione (Genesi 28:19). Yaakov chiama quel luogo anche Shaar HaShamayim, cioè “porta del cielo”, un’espressione non molto diversa dal nome con cui era nota la ziggurat di Babilonia (da identificare verosimilmente con la Torre di Babele), ovvero: “casa delle fondamenta del cielo e della terra” (Etemenanki). Il parallelismo risulta ancora più significativo se si considera che, secondo Efraim Avigdor Speiser, la scala menzionata nel brano era in realtà una forma di ziggurat, le antiche strutture mesopotamiche che si riteneva mettessero in contatto gli esseri umani con le divinità del cielo.
Tuttavia, nel caso di Babele, l’incontro tra l’umano e il Divino avveniva secondo un’unica direzione, una discesa verticale: “E Hashèm scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo” (Genesi 11:5); al contrario, nel sogno di Yaakov l’intervento divino segue due direzioni:  “ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano”. Ciò avviene perché la Torre costituisce un tentativo umano e blasfemo di elevazione, mentre l’immagine della scala è l’allegoria di un vero contatto con Dio, che non deriva dall’orgoglio dell’uomo. Non è un caso allora che, mentre i costruttori della Torre erano emigrati da oriente (Genesi 11:2), Yaakov, dopo essersi destato, segue la via opposta: “E Yaakòv si mise in cammino e andò nella terra dei figli dell’oriente” (29:1).

Dunque il primo messaggio che il sogno comunica è il particolare valore spirituale attribuito alla Terra di Kenàn (poi chiamata Terra di Israele). Il paese in cui Avraham si era stabilito per ordine di Dio, promesso ai suoi discendenti come eredità eterna, è presentato ora a Yaakov come un luogo speciale dove la Presenza divina si manifesta e si rivela. Ma c’è anche un altro importante messaggio su cui la Torah insiste:

“Ed ecco che Io sono con te, ti proteggerò ovunque andrai e ti farò tornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver compiuto ciò che ti ho detto” (Genesi 28:15).

Proprio nel momento in cui si apprestava a lasciare la sua patria, la terra santa, Yaakov riceve una promessa essenziale: Dio non è solo nella Terra di Kenàn. Il Sovrano dell’universo potrà accompagnarlo ovunque, vegliare su di lui e infine ricondurlo nel paese dei suoi padri. Yaakov stesso sembra piuttosto sorpreso da questa promessa, come si può dedurre dal giuramento che egli pronuncia dopo il risveglio:

“Yaakòv fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, Hashèm sarà il mio Dio»” (Genesi 28:20-21).

Si ha quindi l’impressione che Yaakov non sia pienamente convinto che la promessa si compirà realmente. Ciò è comprensibile se si considera che, nel mondo antico, ad ogni divinità era associato un particolare territorio o un ambito limitato della natura. In altre parole, gli dèi avevano un proprio raggio d’azione e una sorta di “giurisdizione” ben definita, anche dal punto di vista geografico. La fede in un Dio universale, capace di estendere il proprio potere in qualsiasi luogo, contraddice radicalmente tale concezione religiosa arcaica. Questa idea, come attesta la Bibbia stessa, non fu compresa facilmente dalle nazioni confinanti con Israele. Gli Aramei, ad esempio, dopo aver subito una sconfitta da parte del popolo ebraico, incoraggiarono il loro re con queste parole: «Il loro Dio è un Dio dei monti, per questo ci sono stati superiori; forse se li attaccassimo in pianura, saremmo superiori a loro» (1 Re 20:23).
In maniera simile, gli stranieri inviati dal re d’Assiria in Terra d’Israele, chiamarono Hashem “Il Dio del paese” (2 Re 17:26).

In alcuni casi, l’antica credenza pagana influenzò anche gli Ebrei. In più occasioni, infatti, coloro che si trovavano al di fuori della Terra di Israele vennero considerati come tagliati fuori dal culto di Dio (vedi Giosuè 22:24-25 e 1 Samuele 26:19). Ma questa visione estremamente limitativa non può applicarsi al Creatore del mondo, che il Salmista chiama “Re grande su tutta la terra” (Salmi 46:3).

Subito dopo il suo sogno profetico, Yaakov dichiara: «Certamente Hashèm è in questo luogo e io non lo sapevo» (Genesi 28:16). Questa è la lezione che egli apprende all’inizio del viaggio. Ma al suo ritorno, Yaakov avrà imparato che Dio non si trova soltanto in quel luogo, la Terra di Kenàn. Eppure, questa seconda lezione appare tanto radicale che anche molti anni dopo, quando il patriarca lascerà nuovamente la propria patria per scendere in Egitto, la voce divina dovrà rassicurarlo ancora una volta:
«Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare» (Genesi 46:3-4).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...