Quello che non vi hanno mai detto su Adamo ed Eva

GanEden

E il Signore Dio piantò un giardino in Eden, ad oriente, e vi pose l’uomo che aveva formato. E il Signore Dio fece spuntare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e i cui frutti erano buoni da mangiare. In mezzo al giardino vi erano anche l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2:8-9).

La vicenda di Adamo ed Eva è considerata una storia notissima, come le favole che tutti abbiamo ascoltato fin da piccoli e che ci appaiono perciò banali e persino irrilevanti. Ma cosa sappiamo veramente di questo racconto? Molti sarebbero sorpresi nel constatare che il testo della Genesi non parla affatto di una mela, del diavolo, del “peccato originale” e neppure della corruzione della natura umana. Numerosi elementi associati al racconto dell’Eden provengono in realtà da varie tradizioni e da culture differenti che spesso costituiscono un ostacolo alla comprensione della storia biblica e del suo messaggio originale. Cerchiamo allora di accostarci al misterioso giardino e ai suoi abitanti primordiali nel tentativo di apprendere ciò che la Torah intende davvero trasmettere ai suoi lettori.

– La struttura

Il testo si presenta come un perfetto esempio di chiasmo biblico, una struttura simmetrica in cui ogni sequenza del racconto ha un suo parallelo posto in posizione speculare.

Struttura

Come si può notare dallo schema qui riportato, il centro del racconto è occupato dalla vicenda del peccato della prima coppia. È infatti proprio il peccato a creare una sorta di “inversione” nella storia, che si riflette sia nella narrazione che nella struttura letteraria. Il testo appare quindi diviso in due parti simmetriche, di cui la seconda è il capovolgimento della prima. La costruzione dell’impianto narrativo, evidenziata dallo schema, ci porta già a comprendere l’unità e la coerenza del racconto e ad apprezzarne la complessità.

– Realtà o allegoria?

All’interno dell’Ebraismo, questa storia è stata interpretata nei modi più diversi.
Gli antichi Midrashim hanno cercato in ogni singola parola del testo insegnamenti morali di grande importanza, e la Kabbalah ha caricato il racconto di innumerevoli elementi mistici e concetti spirituali. Nel XV secolo, confrontandosi con gli autori precedenti e contemporanei, Isaac Abravanel faceva il punto della situazione:

“Alcuni commentatori interpretano questa sezione secondo il significato semplice del testo. Rashi e Ramban (Nachmanide) scelgono questa via, e anche Ibn Ezra segue questo approccio, poiché asserisce che tutti gli eventi del racconto siano accaduti nel modo in cui sono narrati. Un altro approccio sostiene che la storia non debba essere intesa letteralmente, e che essa non sia realmente accaduta, poiché si tratta di una parabola o di un’allegoria. Questa è l’interpretazione di Rambam (Maimonide), ed in verità è anche quella seguita segretamente da Ibn Ezra. Ralbag, nel suo Commentario alla Torah, sceglie anch’egli questa via. […] Le varie difficoltà riscontrate da Rabbeinu Nissim lo hanno spinto a non commentare questa sezione, poiché egli non ha avuto la forza di contendere con i suoi colleghi nella spiegazione allegorica, e non è stato capace di interpretare il significato letterale. Perciò egli ha deciso di rimanere in silenzio sulla questione”.

L’interpretazione che ha influenzato fortemente la cultura occidentale negli ultimi duemila anni è senza dubbio quella imposta dal Cristianesimo, secondo cui il peccato di Adamo ed Eva avrebbe provocato la “caduta dell’uomo dalla Grazia”, corrompendo così la natura umana e rendendo necessaria la venuta di un redentore per poter ottenere la salvezza dell’anima. Anche se oggi la Chiesa Cattolica sostiene che i primi capitoli della Genesi siano stati composti in un “linguaggio di immagini”, e che non siano di natura puramente storica, la dottrina del peccato originale ha mantenuto il suo ruolo centrale.
In ambito ebraico, l’idea che l’anima umana sia stata macchiata a causa del peccato della prima coppia viene da sempre rigettata. Rabbi Samson Raphael Hirsch definisce il peccato originale “una menzogna sconsolante che compromette il futuro morale dell’umanità” (Commentario a Bereshit 3:19).

Le scoperte scientifiche degli ultimi secoli sull’origine della specie umana e sullo sviluppo della civiltà, rigettate e contestate in molti ambienti religiosi, hanno fatto sì che la storia di Adamo ed Eva sia spesso divenuta oggetto di disprezzo e di derisione da parte di coloro che la vedono come un mito infantile incompatibile con le conoscenze odierne. Contro questo atteggiamento superficiale, alcuni autori, sia Ebrei che Cristiani, hanno affermato che il racconto della Creazione e quello del Giardino dell’Eden siano da interpretare in maniera non letterale e che in essi si nascondano metafore e insegnamenti elevati.

Ma il desiderio di riuscire a riconciliare la Bibbia con le moderne teorie scientifiche non basta per bollare la vicenda di Adamo come un’allegoria. Una simile pretesa necessita di essere dimostrata attraverso uno studio obiettivo del Libro della Genesi, senza cedere al semplice bisogno di accordare la fede con la ragione.
All’interno del testo, in effetti, si possono rintracciare alcuni indizi a favore dell’ipotesi che il racconto non sia da interpretare alla lettera:

1) I nomi dei protagonisti si addicono più a personificazioni allegoriche che a personaggi reali. Adam significa infatti “Umano”, mentre la donna è chiamata Ishah, che significa appunto “Donna”, finché in seguito le viene dato il nome di Chavah (Eva) in quanto ella è la “madre di tutti i viventi (chayim)”.
2) Il racconto è pieno di elementi favolistici insoliti: un giardino soprannaturale in cui la conoscenza e la vita eterna crescono sugli alberi, un serpente parlante, la donna tratta dal corpo dell’uomo e tanti altri.
3) Se interpretiamo il racconto alla lettera, la punizione che Dio infligge alla prima coppia umana ci appare inappropriata e terribilmente severa in rapporto al lieve peccato commesso. Questo problema ci stimola a ricercare significati metaforici che chiariscano la relazione tra il frutto proibito, l’espulsione dal Giardino e la morte.
4) Dio viene descritto in termini antropomorfi e materiali particolarmente eloquenti. Egli plasma l’uomo dalla polvere della terra, gli infonde un respiro vitale, lo sottopone a una sorta di “operazione chirurgica”, passeggia nel Giardino e veste Adamo ed Eva con delle tuniche. Dal momento che la Bibbia rifiuta di associare il Creatore ad una forma fisica, tutti questi particolari risultano più idonei a una parabola che a una storia da intendere letteralmente.

– Come interpretare il testo

A prescindere dalla questione della storicità, ciò che risulta davvero fondamentale è cercare di comprendere il messaggio del racconto dell’Eden, l’insegnamento che esso vuole comunicarci attraverso una vicenda che può apparire semplice, ma che in realtà è piena di dettagli enigmatici, espressioni oscure e immagini da decifrare.

Innanzitutto, che cosa rappresenta l’albero della conoscenza del bene e del male (etz hadaat tov v’ra)?
Secondo un’interpretazione un po’ maliziosa, esso non sarebbe altro che la scoperta della forma più completa di “conoscenza”, cioè il rapporto sessuale. Nachmanide afferma invece che tale conoscenza sia da identificare nel libero arbitrio, ma Abravanel osserva che ciò è impossibile, poiché “un comandamento si applica solo a chi ha la possibilità di scegliere”, e dunque l’uomo doveva necessariamente possedere il libero arbitrio fin dal principio.
Ma lasciamo da parte ogni divagazione psicanalitica e filosofica, e chiediamoci semplicemente che cosa sia la conoscenza del bene e del male nel linguaggio strettamente biblico.

Nel Deuteronomio, in riferimento ai bambini del popolo d’Israele, il testo dichiara: “I vostri figli, che oggi non conoscono né il bene né il male (Deuteronomio 1:39).

Nel Libro dei Re, il giovane Salomone afferma davanti a Dio: “Io sono solo un fanciullo e non so come comportarmi […] Concedi dunque al tuo servo un cuore intelligente, perché possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male (1 Re 3:7-9).

Isaia, parlando del bambino chiamato Imanuel, profetizza dicendo: “Prima che il fanciullo sappia rigettare il male e scegliere il bene, il paese che temi a motivo dei suoi re sarà abbandonato” (Isaia 7:15).

Dunque, secondo la Bibbia ebraica, la conoscenza del bene e del male è ciò che manca ai bambini, la maturità che consente agli uomini di effettuare delle scelte in modo consapevole. La chiave per decodificare il racconto è nascosta proprio in questo concetto.

Se leggiamo il brano con attenzione, ci accorgiamo che in esso si trovano continui richiami al mondo incantato e illusorio dell’infanzia. L’essere umano è posto in un ambiente puro e protetto in cui tutti i suoi bisogni vengono soddisfatti. A causa della sua ingenuità primordiale, egli non prova vergogna pur essendo nudo. Non conosce il pudore e la malizia. Il rapporto con la natura è sereno e diretto. Dio, il genitore premuroso, fa sì che al proprio figlio non manchi nulla, ma impone anche una semplice regola. L’uomo, non avendo ancora una coscienza morale, capisce di dover rispettare questa regola solo per evitare di incorrere nel castigo, proprio come un bambino.
Dio ha stabilito anche dei doveri per l’essere umano: occuparsi del giardino e custodirlo (Genesi 2:15). In realtà, tuttavia, il testo ci lascia intendere che non ci fosse molto lavoro da fare, dato che l’Eden si irrigava da solo. Dio si comporta quindi come un genitore che chiede al figlio di tenere in ordine la propria stanza.
Un cambiamento significativo avviene nel momento in cui Adamo si rende conto di non essere solo. Esiste un altro sesso, un altro “lato” dell’esistenza umana: il termine tzelah, spesso tradotto con “costola”, significa principalmente “lato”.
In questo paradiso infantile in cui il tempo appare eterno, si insinua però una figura negativa: il serpente (nachash). Nel Midrash, i Maestri spiegano che questo personaggio rappresenta lo yetzer harah, l’istinto del male, che nel contesto del racconto è il desiderio che induce a seguire i propri impulsi e a mettere in discussione i limiti imposti dall’autorità paterna. Il dialogo tra Eva e il serpente ha infatti tutte le caratteristiche di un vero monologo interiore.

Dopo aver ceduto alla tentazione, l’innocenza e l’ingenuità scompaiono: “Allora si aprirono gli occhi di ambedue ed essi si accorsero di essere nudi” (Genesi 3:7). Rabbi Mordecai Breuer spiega:

“Il lento sviluppo che ogni individuo attraversa gradualmente, cadde su Adamo in un solo istante. Un momento prima egli era perfetto e innocente, puro come un bambino, ed ora è già diventato un adulto. Egli acquisì tutto ciò che il mondo degli adulti ha di buono, ma anche tutte le parti negative: il dissidio, la vergogna e il peccato” (R. Mordecai Breuer, Pirkei Mo’adot I, p. 113).

Dopo il peccato, la natura umana non è degenerata; anzi, essa ha acquisito virtù superiori. La conoscenza del bene e del male ha reso Adamo ed Eva “simili a Dio” e diversi dagli animali (Genesi 3:4; 3:22).
Una domanda sorge spontanea: Dio voleva davvero privare l’umanità della conoscenza del bene e del male? Non era forse il proposito iniziale del Creatore quello di rendere l’uomo a Sua immagine e somiglianza?
Secondo il Midrash (Bereshit Rabbah) il peccato di Adamo non è stato un incidente di percorso, bensì qualcosa di inevitabile, un evento già previsto fin dall’inizio. Non è un caso che la Torah ci dica che l’albero della conoscenza si trovava al centro del giardino (Genesi 2:9). In altre parole, tutte le strade conducevano ad esso. Adamo ed Eva non avrebbero potuto ignorarlo. Forse la maturazione di cui l’uomo aveva bisogno poteva essere ottenuta solo a causa della trasgressione di una norma. Sappiamo infatti che la crescita psicologica dell’individuo passa inevitabilmente attraverso una temporanea messa in discussione dell’autorità paterna.

Con la fine dell’infanzia, gli esseri umani devono iniziare ad affrontare la durezza della vita, la fatica, la realtà ostile che li circonda. Si esce dal paradiso incantato per entrare in un mondo più aspro e concreto, e si acquisisce così anche l’idea della morte, sconosciuta ai bambini e agli animali: “Finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai” (Genesi 3:19).
La donna diviene portatrice di vita (Genesi 3:20), ma da ciò consegue inevitabilmente il dover fare i conti con i dolori della gravidanza (Genesi 3:16). Quelle che nel racconto biblico sono presentate come condanne inflitte da Dio, nella realtà sono aspetti importanti della condizione umana di cui si prende coscienza attraverso la maturazione.

Nonostante la disobbedienza, Dio non abbandona i suoi figli e non li priva della sua misericordia. Al contrario, prima di lasciarli andare per la loro strada, Egli compie per Adam e Chavah un gesto d’amore: “Poi il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelle e li vestì” (Genesi 3:21).

In questa riflessione non possiamo tralasciare la condanna riservata al serpente:
E il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le fiere dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita» (Genesi 3:14).
Leggendo questo verso, è facile cadere nell’errore di credere di trovarci davanti a un mito sull’origine della particolare anatomia dei serpenti. Ma un’interpretazione così semplicistica non sembra pertinente a quanto abbiamo compreso fino ad ora. Un mito di questo genere, inoltre, si avvicinerebbe più alla cultura greca che a quella semitica.
Se il racconto è allegorico, allora il giardino non è un luogo fisico, gli alberi rappresentano concetti astratti, e dunque anche il serpente non è un vero serpente. Del resto, come è stato osservato, i Maestri hanno sempre identificato il viscido tentatore con l’istinto del male. È quindi plausibile che il testo voglia insegnarci che chi cede alle proprie pulsioni carnali “cammina sul proprio ventre”, cioè finisce per essere dominato dai suoi appetiti. L’istinto del male ci appare astuto (Genesi 3:1), ma chi segue la sua via incontra miseria e insoddisfazione, come “mangiare la polvere”.
La maledizione prosegue: “Io porrò inimicizia fra te e la donna e fra la tua discendenza e la discendenza di lei; essa ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno” (Genesi 3:15).
In tutta la sua lunga storia, l’umanità è chiamata ad affrontare una lotta contro le proprie tendenze animalesche ed egoistiche. Il serpente deve essere schiacciato, nonostante abbia il potere di ferirci. Il Cristianesimo ha frainteso questo verso interpretandolo come la promessa della venuta di un redentore capace di sconfiggere il peccato, mentre di fatto esso esprime un dovere che riguarda “la discendenza della donna”, ovvero l’intera razza umana.

Se quanto abbiamo affermato fosse corretto, il racconto del Giardino dell’Eden sarebbe da interpretare come una parabola che descrive la condizione dell’umanità e la perdita dell’innocenza infantile. La storia di Adamo ed Eva non sarebbe una vicenda limitata a due individui del passato, ma una rappresentazione di ciò che può accadere in ogni epoca a ciascuno di noi. Tutto ciò priverebbe forse i primi capitoli della Genesi della loro validità? E quali sarebbero le conseguenze per le religioni che dichiarano di basarsi sul testo biblico? Lasciamo che ognuno formuli le proprie risposte.

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