La Sukkà dei popoli

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La festività ebraica di Sukkot (che significa “Capanne”) ricorda il cammino degli Israeliti nel deserto in seguito alla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Nel corso del lungo viaggio verso la terra promessa, infatti, il popolo ebraico dimorò all’interno di strutture fragili e provvisorie, in una situazione di precarietà che ogni anno si è chiamati a rivivere e a celebrare. La Torah comanda:

Celebrerete questa festa in onore del Signore per sette giorni, ogni anno. È una legge perpetua, per tutte le vostre generazioni. La celebrerete il settimo mese. Dimorerete in capanne per sette giorni. Tutti quelli che sono nativi d’Israele dimoreranno in capanne, affinché i vostri discendenti sappiano che io feci dimorare in capanne i figli d’Israele, quando li feci uscire dal paese d’Egitto (Levitico 23:41-43).

Questa festa, che per il suo significato principale sembra essere legata unicamente al popolo ebraico e alla sua storia, assume nella Bibbia e nella tradizione rabbinica anche un sorprendente valore universale che coinvolge l’umanità intera.

Per il primo giorno di Sukkot, la liturgia ebraica prevede la lettura del capitolo conclusivo del libro di Zechariah (Zaccaria), un brano profetico in cui la festa delle Capanne è menzionata esplicitamente. In questo capitolo, Zaccaria preannuncia una terribile guerra futura in cui un gran numero di nazioni si coalizzeranno per attaccare Israele e conquistare Gerusalemme.

Ecco, viene il giorno del Signore. Allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. Io radunerò tutte le nazioni per combattere contro Gerusalemme. La città sarà presa, le case saranno saccheggiate e le donne violentate (Zaccaria 14:1-2).

Secondo la profezia, questa guerra sanguinosa sarà interrotta dall’intervento diretto di Dio, che si manifesterà per proteggere il popolo d’Israele e per punire i suoi nemici. Il giudizio contro le nazioni porterà quindi all’instaurazione di un regno universale in cui l’idolatria cesserà di esistere:

Poi il Signore uscirà a combattere contro quelle nazioni, come combattè altre volte nel giorno della battaglia.  […] Il Signore sarà re su tutta la terra; in quel giorno il Signore sarà uno e il Suo Nome sarà uno (Zaccaria 14:3-9).

Lo stesso evento escatologico è descritto in tutta la sua grandiosità nel libro di Yekhezkel (Ezechiele), nella famosa profezia di Gog uMagog (capitoli 38-39), che non a caso il Talmud comanda di leggere durante lo Shabbat di Sukkot. I due profeti, tuttavia, si focalizzano su aspetti diversi del medesimo avvenimento. Ezechiele, vissuto in un periodo storico in cui i pagani schernivano la religione degli Israeliti a causa della recente distruzione del Tempio, pone enfasi sulla santificazione del Nome di Dio come una forma di riscatto definitivo. Zaccaria, coerentemente con il tema principale del suo libro, mette invece al centro della scena Gerusalemme e la liberazione finale della città santa.
Proprio in questo contesto il profeta predice che, nell’era messianica, la festività di Sukkot dovrà essere celebrata da tutti i popoli, e diventerà così una festa di pellegrinaggio universale:

E avverrà che ogni sopravvissuto di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme salirà di anno in anno ad adorare il Re, il Signore degli eserciti, e a celebrare la festa di Sukkot. E avverrà che, se qualche famiglia della terra non salirà a Gerusalemme per adorare il Re, il Signore degli eserciti, su di essa non cadrà alcuna pioggia (Zaccaria 14:16-17).

Le nazioni che prima avevano invaso Gerusalemme per sterminare i suoi abitanti, ora invece si recano nella città santa per celebrare una festività in onore di Dio. La situazione appare capovolta, così come il rapporto tra Israele e il resto dell’umanità.
Ma perché, tra le tante solennità e celebrazioni istituite dalla Torah, è proprio Sukkot ad essere citata da Zaccaria come festa universale? Che legame può esistere tra Sukkot e le nazioni del mondo?

Nel Libro dei Numeri (capitolo 29), la Bibbia elenca i vari sacrifici da offrire nel Santuario durante la festa delle Capanne. La Torah ordina di sacrificare complessivamente settanta tori nel corso dei sette giorni di Sukkot. All’ottavo giorno (la festa di Sheminì Atzeret), veniva poi offerto un unico toro. Nel Talmud (Sukkah 55b), Rabbi Elazar rivela il significato di questi sacrifici e del loro numero:

“A cosa corrispondono questi settanta tori? Essi corrispondono alle settanta nazioni del mondo. Perché allora [all’ottavo giorno] è offerto un solo toro? Per rappresentare un popolo unico (Israele). Ciò si può paragonare al caso di un re che ordinò ai suoi servi di allestire una grande festa. Nell’ultimo giorno della festa, egli disse ai suoi cari: Preparate un piccolo banchetto affinché io possa godere della vostra compagnia”.

Il passo del Talmud appena citato fa riferimento alle settanta nazioni originarie menzionate nel Libro della Genesi (capitolo 10), che nella tradizione ebraica rappresentano il genere umano nella sua totalità. Dunque Sukkot, secondo l’interpretazione dei Maestri, era anche la festività in cui nel Tempio venivano compiuti riti a favore di tutti i popoli della terra. La stessa idea è elaborata nel Midrash Shir HaShirim:

“…Israele espia i peccati di tutti i popoli, poiché i settanta tori sacrificati sull’altare durante la festa di Sukkot erano offerti per il bene delle nazioni, affinché la loro esistenza fosse mantenuta nel mondo. Perciò è scritto:  «In cambio dell’amore che ho per loro, essi mi accusano, ed io mi volgo alla preghiera» [Salmi 109:4]”.

Il popolo consacrato adempie le sue funzioni sacerdotali nei confronti dell’umanità in modo particolare durante la festività di Sukkot. Ma nell’era messianica, con l’estensione della conoscenza di Dio su tutta la terra, anche le nazioni sono chiamate ad avere una parte attiva in tutto ciò e a vivere consapevolmente una festa in cui la Torah ordina a Israele di preoccuparsi per il bene di tutti i popoli. Nella sua straordinaria opera Israele e l’umanità, Elia Benamozegh spiega:

“L’aspetto universale della celebrazione di Sukkot appare più chiaro se riflettiamo sul periodo del calendario designato per la festività, cioè l’inizio dell’anno. Sappiamo che gli Ebrei avevano due modi di calcolare gli anni: il mese di Nissan, in primavera, reso sacro dalla commemorazione dell’uscita dall’Egitto, segnava l’inizio del calendario religioso esclusivo di Israele. L’anno secolare, invece, che iniziava nel mese di Tishri, apparteneva sia al popolo ebraico che agli altri popoli. Questo ciclo dei mesi, che si apre con l’equinozio d’autunno, era l’unico calendario riconosciuto anche dai Gentili. Era perciò naturale che l’Ebraismo lo consacrasse con riti che erano essenzialmente di carattere universale”.

Chag Sukkot Sameach lechol HaOlam! 
Felice festa di Sukkot a tutto il mondo.

Vedi anche:
Informazioni sulla festività dal sito romaebraica.it
Sukkot, festa dell’umanità, lezione audio di Rav Gianfranco Di Segni

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Una risposta a “La Sukkà dei popoli

  1. Dio Ingrandisca Jafet e dimori nelle tende di Sem.
    Presumo che da questo versetto si puo capire che Sukkot sia una festa universale.

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