“Secondo il numero dei figli d’Israele”

La Shirat Ha’azinu (Cantico dell'”ascolto”), contenuta nel capitolo 32 del Deuteronomio, è il componimento poetico che Moshè scrisse per trasmettere un ultimo messaggio di ammonimento a tutte le generazioni future del popolo d’Israele. In questo lungo cantico dal linguaggio elevato si mescolano insieme elementi diversi: l’esaltazione della giustizia del Creatore, la severità delle punizioni inflitte a coloro che abbandonano la Torah e l’amore di Dio per la nazione ebraica.

In questo articolo vogliamo focalizzarci in particolare su due versi della Shirat Ha’azinu, la cui comprensione può risultare alquanto problematica:

Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figli degli uomini, Egli fissò i confini dei popoli, secondo il numero dei figli d’Israele. Poiché la parte di Hashem è il suo popolo, Giacobbe è la sua eredità (Deuteronomio 32:8-9).

L’idea di base sembra essere piuttosto chiara: Dio (come narra il Libro della Genesi) ha diviso l’umanità sulla terra, e ha decretato che ciascun popolo possieda un determinato territorio, per poi scegliere Israele come Sua nazione consacrata a cui rivelare la Torah. Fino a qui nulla di nuovo in relazione a ciò che il racconto biblico ci ha già insegnato in passato. Tuttavia, il brano ci dice anche che l’Altissimo stabilì i confini dei popoli lemispar benè Israel (letteralmente: “per il numero dei figli di Israele”). Che cosa significa?

La citazione del Deuteronomio che abbiamo riportato si basa sul testo ebraico masoretico, la versione della Bibbia ritenuta ufficiale ed autorevole all’interno dell’Ebraismo, nonché la più utilizzata dai traduttori di altre religioni. Se però consultiamo la traduzione greca dei LXX, scopriamo che, al posto di “figli di Israele”, tale versione ha invece “angeli di Dio” (ἀγγέλων θεοῦ). Questa variante testuale ha acquisito notevole credito nel mondo accademico in seguito alla scoperta di un antico frammento appartenente ai celebri “manoscritti di Qumran“, in cui la frase enigmatica appare nella forma: lemispar benè El; cioè: “secondo il numero dei figli di Dio”, da identificare con gli “angeli” di cui parla la LXX greca.
Sulla base di questa scoperta, molti critici hanno adottato un’interpretazione in netto contrasto con quanto affermato dalla tradizione ebraica: l’Altissimo (Elyon) sarebbe una divinità suprema che divise l’umanità e affidò ciascuna nazione a uno dei suoi figli (i benè El), divinità minori già presenti nel pantheon cananeo. Il popolo di Israele sarebbe stato assegnato ad Hashem (Y-H-V-H, il Nome divino), il quale avrebbe anch’egli ricevuto la sua eredità da Elyon.
Questa interpretazione politeistica, benché pretenda di chiarire il significato di un brano di difficile comprensione, presenta due grandi difficoltà:

  1. Il passo di Deuteronomio 32:8-9 fa riferimento al racconto della divisione dei popoli dopo il Diluvio (riprendendo anche alcuni termini di Genesi 10:32); tuttavia, nella Genesi non troviamo alcuna traccia dei “figli di Dio” a cui Elyon assegnò le nazioni. L’interpretazione dei critici appare quindi priva di un fondamento biblico su cui appoggiarsi. Al contrario, essa asserisce l’esatto opposto di quanto è espresso in alcuni versi della Torah, come Esodo 19:5, in cui Hashem dice agli Israeliti: “Voi sarete per me una proprietà speciale tra tutti i popoli, perché tutta la terra è mia.
  2. Il contesto della Shirat Ha’azinu è chiaramente monoteistico. Al versetto 39 dello stesso capitolo, Dio dichiara infatti: “Ora vedete che io, io sono Egli, e che non vi è altro Dio all’infuori di me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano, e non vi è nessuno che possa liberare dalla mia mano”. Inoltre, nonostante il cantico menzioni “altri dèi”, questi sono definiti “idoli vani” (Deut. 32:21), ovvero false divinità e oggetti privi di potere. Nessun altro passo del Pentateuco, fatta eccezione per la professione di fede dello Shemà (Deut. 6:4), presenta il monoteismo in maniera così esplicita.

Sulla base di quanto abbiamo spiegato, possiamo affermare che Elyon (l’Altissimo) sia certamente da identificare con Hashem (Y-H-V-H). L’impiego di due nomi divini differenti in un unico brano rientra nell’uso comune del linguaggio biblico, ma può avere anche un significato ben preciso. Elyon è infatti un titolo divino universale che risulta idoneo ad essere utilizzato nel contesto della relazione tra Dio e l’intera umanità (v.8). Il Tetragramma sacro, cioè il Nome di Dio vero e proprio, compare invece in rapporto al popolo ebraico (v.9), l’unico popolo che custodisce la rivelazione di questo nome.

Se la variante “figli di Dio” fosse realmente da preferire, sarebbe più coerente intendere questi benè El come emissari del Dio unico e identificarli perciò con i malachim (inviati, angeli) menzionati in vari racconti della Bibbia, piuttosto che con le divinità minori descritte nei testi dei Cananei. La tradizione rabbinica sostiene che ogni nazione possieda un rappresentante metafisico al cospetto del Creatore, eccetto Israele, a cui è associato soltanto Dio. Questa credenza si accorderebbe perfettamente con la variante benè El.
Proprio in riferimento alla Shirat Ha’azinu, Nachmanide scrive:

“Israele non ha alcun sorvegliante o governatore tra le creature angeliche che lo guidi o lo assista, eccetto Dio stesso, poiché Egli è la sua eredità e la sua porzione”.

Si può allora ritenere che la variante “figli d’Israele” sia da scartare? Assolutamente no, poiché, come insegna uno dei principi della critica testuale (noto come Lectio difficilior potior): «Laddove manoscritti differenti di uno stesso testo sono in conflitto su una determinata parola, il termine più insolito è anche, probabilmente, quello più fedele all’originale». Questo criterio si fonda sul fatto che, trovandosi davanti a espressioni difficili da comprendere, gli antichi copisti tendessero maggiormente a sostituire tali espressioni con altre più semplici o più comuni. Nel nostro caso, “figli d’Israele” è probabilmente la variante più ardua, mentre “figli/angeli di Dio” risulta di comprensione più immediata nel contesto. È allora indispensabile chiedersi in che modo sia possibile interpretare il passo così come esso è stato tramandato dall’autorevole versione masoretica.

Secondo Rashbam (Rabbi Shmuel ben Meir), l’espressione “secondo il numero dei figli di Israele” allude al fatto che Dio stabilì i confini della Terra di Canaan decretando che in futuro quel territorio sarebbe appartenuto al popolo ebraico. Seguendo un’interpretazione differente, Rashi spiega che il “numero dei figli di Israele” si riferisce ai settanta membri della famiglia di Giacobbe che discesero in Egitto (vedi Esodo 1:5), e che poi costituirono il nucleo da cui ebbe origine il popolo d’Israele. Questo numero, secondo quanto si apprende dalle tavole genealogiche riportate in Genesi (capitolo 10), corrisponde infatti a quello dei settanta discendenti di Noè che fondarono le nazioni del mondo. È utile citare a questo punto la spiegazione di Umberto Cassuto:

“Il numero settanta denota abitualmente la perfezione di una famiglia che è stata benedetta con una discendenza, sia nella tradizione israelitica che in quella precedente. I Cananei, come sappiamo grazie ai testi ugaritici, parlavano dei settanta figli degli dèi, mentre la tradizione degli Israeliti menziona i settanta discendenti di Noè. […]
Proprio come le nazioni del mondo intero, secondo il capitolo 10 di Genesi, sono in numero di settanta, così anche i figli di Israele sono settanta. Essi compongono un piccolo mondo in parallelo con il mondo più grande, un microcosmo che corrisponde al macrocosmo” (U. Cassuto, A Commentary on the Book of Exodus).

Settanta Israeliti che diedero vita ad un popolo e settanta nazioni originarie da cui si formò l’intera civiltà. Questa è la corrispondenza numerica che il Deuteronomio sembra indicare, seppure in maniera non esplicita. Ma una nuova domanda prende forma nella mente: qual è il senso di tutto ciò? Ovvero: perché Israele dovrebbe rappresentare un microcosmo delle nazioni del mondo?
Sappiamo che gli Ebrei sono stati scelti per essere “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6). Citando le parole di Elia Benamozegh, possiamo dire che “Israele, come il primogenito era nella famiglia il vicario paterno, il sacerdote, l’insegnante, il conservatore del culto di Dio, così e non altrimenti è Israele nell’umanità”.
Il sacerdote, secondo l’antica concezione biblica, è il rappresentante di un gruppo di persone dinanzi a Dio. Questa è l’idea della funzione del sacerdozio e della primogenitura così come appare nella Torah. Se quindi Israele è il «sacerdote dei popoli», uno dei suoi compiti è indubbiamente quello di rappresentare le nazioni del mondo al cospetto del Sovrano dell’universo, esattamente come il Sommo Sacerdote, quando esisteva il Tempio, entrava all’interno del Santuario portando sul suo petto le pietre su cui erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele, delle quali egli era rappresentante durante i riti.
Alla luce di queste riflessioni, da un passo problematico della Shirat Ha’azinu abbiamo tratto una lezione sulla centralità di Israele nel piano di Dio secondo la Torah, ma abbiamo anche appreso come questa centralità non escluda il resto del genere umano, ma riesca a conciliare particolarismo e universalismo nella maniera più completa.

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