La Torah non è in cielo

Nella Parashah di questa settimana troviamo un insegnamento importantissimo che chiarisce il rapporto che esiste tra l’essere umano e la Torah:

Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi nel cielo e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Non è al di là del mare, perché tu dica: “Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo porterà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?”. Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica (Deuteronomio 30:11-14).

Rav Hirsch spiega: “La Torah, con tutti i suoi contenuti, è vicina a te. Parla di te stesso, e si occupa la tua vita qui sulla terra. Per comprendere ciò che la Torah contiene devi solo scavare nelle profondità del tuo animo, e aprire gli occhi per guardare la tua condizione umana materiale”.

La Legge divina, al contrario di come sostiene la teologia cristiana ispirata al pensiero di Paolo di Tarso, non è un giogo da cui bisogna essere liberati. Essa è stata rivelata per essere messa in pratica, per condurre gli esseri umani alla giustizia, come afferma il Deuteronomio nel passo successivo: “Poiché io ti comando oggi di amare Hashem, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva e ti moltiplichi, e Hashem, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare” (30:16).

Tutto ciò ci pone tuttavia davanti a un problema fondamentale. Se la Torah è così vicina all’uomo, e i suoi precetti non sono troppo difficili da osservare, com’è possibile che nessuno riesca ad applicarla in modo impeccabile, senza mai fallire nemmeno una volta? Tra tutti i grandi personaggi della Bibbia ebraica, nessuno può essere definito un uomo perfetto, immune dal peccato o infallibile. Il Talmud riporta un’affermazione secondo cui “Se il Santo Benedetto Egli sia fosse entrato in giudizio con Abramo, Isacco e Giacobbe, questi non avrebbero potuto resistere al rimprovero” (Arachin 17a).
Quando Rabbi Eliezer chiese a Rabbi Akiva: «Ho mai trascurato qualcosa dell’intera Torah?», questi gli rispose: «Maestro, tu ci hai insegnato: “Non c’è alcun uomo giusto sulla terra che faccia il bene e non pecchi mai”» (Sanhedrin 101a).

Sembrerebbe dunque che la completa giustizia sia inaccessibile a chiunque, e che nessuno possa elevarsi senza rischiare di cadere.
La soluzione a questo problema, secondo l’Ebraismo, si chiama Teshuvah. La Teshuvah (letteralmente “ritorno”) è un percorso di ravvedimento che comprende il riconoscimento delle proprie colpe, il pentimento e l’abbandono del peccato. Nei Profeti è scritto: “Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore” (Malachia 3:7).
Il Talmud dichiara: “Grande è la Teshuvah, perché porta guarigione al mondo. Grande è la Teshuvah, perché raggiunge il Trono della Gloria” (Yoma 86a).

Nachmanide, nel suo Commentario, vede una relazione diretta tra il brano del Deuteronomio che abbiamo preso in esame e la Teshuvah. Egli infatti spiega:
“L’espressione «essa è nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu la metta in pratica» significa che [gli Israeliti] devono confessare la loro iniquità, e l’iniquità dei loro padri, attraverso la loro bocca, e ritornare con il loro cuore a Dio accettando la Torah da questo giorno fino alle prossime generazioni”.

In altre parole, se la Torah “non è troppo difficile”, è anche grazie all’esistenza della via del ravvedimento, che permette all’uomo di correggere i propri errori e di ripartire da dove era caduto. E ciò non vale soltanto per Israele, ma per ogni popolo, come ci mostra l’esempio degli abitanti di Ninive nel libro di Giona. Del resto, secondo un’antica tradizione, la Teshuvah è considerata talmente essenziale che essa fu creata da Dio ancora prima che il mondo fisico venisse formato. Questo insegnamento intende sottolineare che, senza il ravvedimento, non ci sarebbe alcuna speranza per l’umanità. L’opportunità di imparare dai propri sbagli per riuscire a migliorarsi è un dono di cui si può far tesoro in ogni momento, senza salire in cielo o attraversare il mare.

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