“Non odiare l’Egiziano”

Commento alla Parashah di Ki Tetzei (Deuteronomio 21:10 – 25:19) di Rabbi Jonathan Sacks.

Ki Tetzei è la porzione della Torah che contiene il maggior numero di leggi, e con tutta la sovrabbondanza di dettagli che in essa ci vengono presentati si rischia addirittura di essere sommersi. Un versetto, tuttavia, si distingue per la sua pura contro-intuitività:

Non disprezzare l’Edomita, perché egli è tuo fratello. Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra (Deuteronomio 23:7).

Si tratta di due precetti che non ci aspetteremmo di trovare, ma che, una volta compresi, possono trasmetterci un’importante lezione.

Sappiamo che, fra tutti i popoli del mondo, noi Ebrei siamo quelli che hanno dovuto subire il razzismo più a lungo nel tempo e in forma maggiore. Per questo motivo dobbiamo essere anche i più attenti a non renderci noi stessi colpevoli di discriminazione razziale. Crediamo infatti che Dio abbia creato ciascun essere umano a Sua immagine, a prescindere dal colore della pelle, dalla classe sociale, dalla cultura e dalla fede personale. Disprezzare altri popoli per la loro razza significa degradare l’immagine di Dio e non riuscire a rispettare il kavod habriyot (l’onore delle creature), ovvero la dignità umana.

Chi pensa che una persona sia inferiore a motivo del colore della sua pelle, non fa altro che ripetere il peccato di Aaron e Miriam:
“Miriam e Aaron parlarono contro Moshè a causa della moglie etiope che aveva sposato, poiché egli aveva sposato una donna etiope” (Numeri 12:1). Nel Midrash troviamo alcune interpretazioni che intendono questo passo in maniera diversa, ma il suo significato letterale è evidente: Aaron e Miriam discriminarono la moglie di Moshè poiché, come tutte le donne etiopi, aveva la pelle scura. Siamo quindi davanti a uno dei casi più antichi di pregiudizio basato sul colore della pelle. A causa di questo peccato, Miriam fu colpita dalla tzaarat.

Dobbiamo sempre ricordare ciò che è scritto nel Cantico dei Cantici: “Sono nera, ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come le cortine di Salomone. Non guardate me che sono nera, perché il sole mi ha rivolto il suo sguardo” (Cantico 1:5).

Gli Ebrei non possono lamentarsi del razzismo degli altri popoli se essi stessi seguono atteggiamenti razzisti. “Correggi prima te stesso e poi potrai correggere gli altri”, dichiara il Talmud. Anche se il Tanakh esprime giudizi negativi su alcune nazioni, ciò è sempre a causa della loro immoralità, mai della loro etnia o del loro colore.

Il comandamento contro l’odio appare straordinario: “Non disprezzare l’Egiziano, perché sei stato straniero nella sua terra”.
Gli Egiziani  avevano ridotto gli Israeliti in schiavitù per poi sterminarli con un programma graduale di genocidio. Nonostante le piaghe che devastavano il loro paese, essi si erano rifiutati di lasciarli andare in libertà. Tutte queste non sono forse valide ragioni per odiare? Eppure gli Egiziani, secoli addietro, avevano anche permesso agli Israeliti di sopravvivere a una grave carestia. Essi avevano onorato Yosef (Giuseppe, figlio di Giacobbe), divenuto viceré d’Egitto. Le azioni malvagie commesse in seguito erano scaturite dall’istigazione del Faraone, non dall’iniziativa del popolo nella sua collettività. Inoltre, era stata proprio la figlia del Faraone a salvare Moshè e ad adottarlo.

La Torah traccia una chiara distinzione tra gli Egiziani e gli Amalekiti. I secondi erano destinati ad essere gli eterni nemici di Israele, mentre i primi seguirono una strada diversa. Secondo una profezia di Isaia, ci sarebbe stato un tempo in cui anche gli Egiziani avrebbero subito una dura oppressione. Allora essi avrebbero gridato a Dio, che sarebbe intervenuto per salvarli, proprio come aveva fatto con gli Israeliti:

Quando essi grideranno al Signore a motivo dei loro oppressori, Egli manderà loro un salvatore e un potente che li libererà. Il Signore si farà conoscere all’Egitto e gli Egiziani conosceranno il Signore in quel giorno (Isaia 19:20-21).

La saggezza del precetto di Moshè di non disprezzare gli Egiziani conserva la sua luce ancora oggi. Se il popolo ebraico avesse perseverato nell’odiare i suoi vecchi oppressori, Moshè sarebbe riuscito solo a trarre gli Israeliti fuori dall’Egitto, ma avrebbe fallito nel trarre l’Egitto fuori dai cuori degli Israeliti. Il popolo sarebbe rimasto ancora schiavo, non fisicamente, ma dal punto di vista psicologico. Sarebbe rimasto schiavo del passato, imprigionato dalle catene del rancore, incapace di costruire il suo futuro. Per essere liberi, bisogna lasciar andare via l’odio. È una verità difficile, ma anche necessaria.

Articolo originale: www.rabbisacks.org/ki-tetzei-5774-hate

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