Chukkat: L’enigma del peccato di Mosè

chukas

Il brano di questa settimana (Numeri 19:1 – 22:1) ci presenta alcuni eventi che richiamano alla mente quanto era già stato narrato nel Libro dell’Esodo, poco dopo l’uscita dall’Egitto. Prima di esaminare i nuovi tragici svolgimenti, è perciò utile ricordare gli avvenimenti che avevano segnato le tappe del primo periodo trascorso dagli Israeliti nel deserto, nell’ordine in cui la Torah li espone:

1) Attraversamento del Mar Rosso e canto di vittoria (Esodo 14 – 15:21)

         2) Lamentele del popolo per la mancanza d’acqua (Esodo 15:22-27)

              3) Lamentele per la mancanza di carne; osservanza dello Shabbat (Esodo 16)

         4) Nuove lamentele per la mancanza d’acqua (Esodo 17:1-7)

5) Vittoria di Israele contro Amalek  (Esodo 17:8-16).

Il racconto si svolge secondo una struttura chiastica facilmente individuabile. La vittoria degli Israeliti sugli Egiziani presso il Mar Rosso (1) è messa in parallelo alla battaglia contro Amalek (5). La sete del popolo accomuna sia la seconda che la quarta sequenza narrativa. Al centro dello schema troviamo le lamentele per la mancanza di carne, con la successiva discesa della manna e il precetto del riposo sabbatico.

Tutti questi temi ritornano nel Libro dei Numeri, al termine delle peregrinazioni degli Israeliti nel deserto. Anche qui, come nell’Esodo, il popolo affronta le stesse sfide e le stesse problematiche. Al posto del Faraone e di Amalek ora ci sono i temibili Cananei;  le proteste e il bisogno di acqua e di cibo affliggono la nuova generazione come quella precedente.

Eppure, in questa successione di eventi che ricorrono, avviene un cambiamento inatteso: Moshè, la grande guida del popolo ebraico, assieme a suo fratello Aaron, viene ora escluso dalla promessa di entrare nella Terra santa:

E Hashem disse a Moshè e ad Aaron: «Poiché non avete creduto in me per dare gloria al Mio Nome agli occhi dei figli d’Israele, voi non introdurrete questa assemblea nel paese che io ho dato loro» (Numeri 20:12).

Questa drammatica decisione della Volontà divina è espressa in seguito a una vicenda molto simile ai racconti del Libro dell’Esodo che prima abbiamo ricordato. Il problema nasce ancora una volta dalle recriminazioni del popolo assetato:

Il popolo ebbe una lite con Moshè, dicendo: «Magari fossimo morti quando morirono i nostri fratelli davanti ad Hashem! Perché avete condotto la comunità di Hashem in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? E perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bere».
Allora Moshè e Aaron si allontanarono dalla comunità per recarsi all’ingresso della tenda del convegno; si prostrarono con la faccia a terra e la Gloria di Hashem apparve loro. Hashem disse a Moshè: «Prendi il bastone e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua; tu farai sgorgare per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al suo bestiame».
Moshè dunque prese il bastone che era davanti ad Hashem, come Hashem gli aveva ordinato. Moshè ed Aaron convocarono la comunità davanti alla roccia e Mosè disse loro: «Ascoltate, ribelli! vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?».  Moshè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza. Ne bevvero la comunità e tutto il bestiame (Numeri 20:1-11).

Nulla di nuovo, a prima vista, se non fosse che questo lieto epilogo è seguito immediatamente dalla condanna a morire nel deserto inflitta ai due capi di Israele. Ma qual è il peccato di Moshè? Cos’ha fatto il più grande Profeta della Bibbia per meritare tanta disapprovazione? I Maestri e i commentatori hanno cercato di risolvere l’enigma proponendo interpretazioni diverse. Secondo Rashi, l’errore di Moshè fu quello di colpire la roccia invece di parlare ad essa come gli era stato comandato. Eppure la Torah ci dice che l’ordine di Dio iniziava proprio con le parole “Prendi il bastone”, e inoltre Moshè aveva già compiuto un gesto molto simile in passato (vedi Esodo 17:6), senza che ci fossero conseguenze negative. È dunque difficile ritenere del tutto soddisfacente questa prima spiegazione.

Maimonide individua il peccato di Moshè nell’asprezza delle parole che egli rivolge al popolo: “Ascoltate, ribelli!”. Nachmanide e il Chizkunì pongono invece l’attenzione su ciò che Moshè afferma riguardo al miracolo: “Vi faremo forse noi uscire acqua da questa roccia?”. Un simile modo di esprimersi potrebbe infatti lasciar credere erroneamente che a fornire l’acqua siano Moshè e Aaron con i loro poteri, mentre lo scopo del miracolo era invece quello di santificare il Nome di Dio per rinnovare la fede degli Israeliti.
Altri commentatori, fra cui Ibn Ezra, ritengono che il motivo della condanna sia da identificare nell’atteggiamento tenuto dalle due guide d’Israele davanti alle proteste del popolo: essi infatti si allontanarono in fretta dall’assemblea dimostrando così la loro debolezza. Di tutt’altro avviso è invece Abrabanel, il quale spiega che la decisione divina di impedire a Moshè l’ingresso nella terra promessa era in realtà già stata presa in occasione della triste vicenda dei dodici esploratori (Numeri 14:26-33), e che l’episodio della roccia non è quindi da intendere come la causa principale della punizione.
L’approccio interpretativo che consiste nel ricercare in ogni minimo dettaglio del brano una trasgressione da imputare a Moshè diviene oggetto di critica da parte di Samuel David Luzzatto, che scrive: “Moshè nostro Maestro ha compiuto solo un peccato, ma i commentatori fanno gravare su di lui più di tredici peccati, poiché ciascuno nel proprio cuore inventa un nuovo peccato”.

Secondo Rabbi Jonathan Sacks, più che un vero e proprio peccato, ciò che la Torah imputa a Moshè è probabilmente la sua inadeguatezza a guidare una nuova generazione, poiché ogni epoca ha bisogno di un proprio leader, e l’autorità di una guida non può trascendere lo spazio e il tempo. Chi ha condotto gli Israeliti alla libertà, e ha affrontato la loro mentalità di schiavi, non può riuscire anche a trasformare un popolo di nomadi in una nazione stabilita sulla terra. Attraversare il Mar Rosso non è come attraversare il Giordano.

Sembra che inoltre, in questo contesto, le colpe del popolo siano in parte attribuite anche al suo condottiero, che è responsabile dell’istruzione e dell’avanzamento morale della sua gente, e che è chiamato ad identificarsi con l’intera comunità. Ma in tutto ciò, l’unica cosa davvero certa è che alla domanda “Perché a Moshè non fu permesso di entrare nella terra promessa?” si continuerà a rispondere con nuove ipotesi e nuove interpretazioni.

 

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Una risposta a “Chukkat: L’enigma del peccato di Mosè

  1. Povero Mosè, speriamo che fra le tante nuove ipotesi ed interpretazioni, non gli affibiamo qualche altro peccato come tu dici. Vai e non fare storie gli disse in pratica Dio quando lo mandò a liberare il suo popolo, e tu non entrerai nella terra promessa e non parlarmi più di questa storia. Categorico in entrambi i casi, e sebbene parlava a faccia a faccia con Dio, bemché lo pregasse e supplicasse, sembra che Dio non gli abbia voluto rivelare il motivo per cui non l ha fatto entrare, Nemmeno Mosè lo sapeva, come possiamo saperlo Noi? E se Mosè forse lo sapeva, visto che è stato lui a scrivere la torah, sembra che gli sia piaciuto nascondere il peccato agli occhi degli uomini, o per confoderli o per timore di essere giudicato, non si sa, Scusa il mio tono umoristico, ma qui la cosa è molto seria, perché anche se Mosè ha commesso qualche peccato, piccolo o grande non importante, perché il Signore non l’ha perdonato, proprio a lui a cui aveva manifestato la gloria e fatto conoscere il suo nome misericordioso. Lui che parlare a facci a faccia con Dio non è entrato, mentre i peccatori sono entrati, ed il Signore misericordiosa proprio a lui non l’ha perdonato. le prove per i giusti non finiscano mai, e dai giusti pretende molto il Signore si potrebbe dire, perché la misericordia la riserva ai peccatori, ma qualsiasi discorso ci porterebbe molto lontano. Ma se Mosè non è entrato, ci si potrebbe chiedere se forse era l ‘unico che non poteva mai entrare nella terra promessa, e farci domande su domande per cercare di capire come mai proprio lui era l unico a non poter mai entrare nella terra promessa.

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