Bemidbar: Cosa conta davvero?

Bemidbar

Iniziamo lo studio del Libro dei Numeri (Bemidbar) con la sintesi di un commento di Rabbi Jonathan Sacks.

Il brano che leggiamo questa settimana comincia con la narrazione del censimento degli Israeliti, l’atto per il quale l’intero Libro è stato poi denominato “Libro dei Numeri”. Ebbene, due elementi di questo brano appaiono di difficile comprensione. Il primo è l’idea stessa di contare il popolo. La tradizione ebraica conosce infatti due approcci diversi e apparentemente contraddittori al concetto del censimento.

Nel suo Commentario, Rashi nota che il popolo d’Israele era già stato contato prima di questa occasione. Il suo numero era già stato fornito al momento dell’uscita dall’Egitto (Esodo 12:37). In seguito, un calcolo più preciso aveva avuto luogo quando tutti i maschi adulti avevano donato un mezzo shekel per la costruzione del Santuario (Esodo 38:26). Ora la Torah ci parla di un terzo censimento. Perché dunque un simile calcolo viene ripetuto? La risposta di Rashi è semplice ed emozionante:

“Poiché essi (i figli d’Israele) sono cari a Dio, Egli li conta con frequenza. Egli li contò quando essi lasciarono l’Egitto. Li contò dopo il peccato del vitello d’oro per stabilire quanti ne fossero rimasti. Poi, quando Egli si apprestava a far dimorare la Sua Presenza fra loro (con l’inaugurazione del Santuario), li contò di nuovo” (Rashi su Bemidbar 1:1).

Secondo Rashi, l’atto di contare il popolo era un segno dell’amore divino. Eppure, ciò non corrisponde all’idea che sembra emergere da altri brani. Al contrario, la Torah considera l’effettuazione di un censimento come qualcosa di gravemente pericoloso:

Hashem parlò ancora a Moshè, dicendo: «Quando conterai i figli d’Israele, per il loro censimento, ognuno di essi darà ad Hashem il riscatto della propria vita, quando saranno contati, perché non siano colpiti da qualche piaga (Esodo 30:11-12).

Secoli dopo, quando il Re David indisse il censimento del popolo, l’ira divina che ne scaturì provocò la morte di settantamila persone. Sembra quindi difficile accettare l’idea del censimento come atto d’amore.

La seconda fonte di perplessità è l’espressione che la Torah utilizza per descrivere l’azione del conteggio: nasò / se’u et rosh, cioè, letteralmente: “solleva la testa”. In ebraico antico esistono molti verbi adatti ad indicare l’atto del contare: limnot, lifkod, lispor, lachshov. Perché, allora, nei libri di Esodo e Numeri, la Torah ricorre a questa frase insolita?

Per comprendere tutto ciò, alla luce della grande rivoluzione che la Bibbia ebraica ha portato nel mondo, dobbiamo prima considerare le conseguenze che la nascita della civiltà ha comportato per il genere umano.
Le prime città si formarono, dopo la nascita dell’agricoltura, nelle terre fertili della pianura mesopotamica, tra il Tigri e l’Eufrate e il delta del Nilo. Nel Libro di Bereshit (Genesi), la Torah ci offre un ritratto di due civiltà urbane: quella della Torre di Babele e quella dell’Egitto. In entrambi i casi il racconto biblico è molto critico. Nel caso di Babele, come spiegano i Maestri, il valore attribuito alla vita umana era molto scarso. in Egitto, intere popolazioni (e fra queste, poi, anche gli Israeliti) erano costrette a lavorare forzatamente per costruire piramidi, templi e monumenti, di cui alcuni esistono ancora oggi.

La crescita delle città favorì la nascita del denaro  e di una complessa divisione del lavoro, dando inizio alla stratificazione sociale. L’ineguaglianza divenne uno degli aspetti universali delle società antiche. Al vertice stava il re, l’imperatore o il faraone, considerato come una divinità o come un figlio degli dei. Ai livelli inferiori esistevano vari gradi di figure privilegiate: membri della corte, governatori e sacerdoti. Le masse popolari, composte soprattutto da poveri e analfabeti, erano importanti solo in quanto formavano l’esercito e la forza lavorativa. Da ciò deriva il valore del censimento nel mondo antico (e da un certo punto di vista, ben poco è cambiato da allora ad oggi). Il numero significa forza, sia militare che economica. I sovrani contavano il loro popolo per ottenere informazioni sulle dimensioni del loro esercito, o sulla quantità del denaro da poter ricavare attraverso le tasse.

La religione di Israele segna una protesta contro questa visione militare, politica ed economica della condizione umana. Secondo la Torah, ogni persona umana, sia maschio che femmina, ricco o povero, potente o debole, è l’immagine di Dio e possiede perciò un valore non negoziabile.

Ora possiamo comprendere il motivo per cui il censimento possa comportare grandi rischi spirituali. Il conteggio del popolo è il segno caratteristico di una società che vede gli individui solo in quanto parti di una totalità il cui valore risiede nelle cifre.
Il Dio d’Israele, che è il Dio dell’intera umanità, rivela il Suo amore particolare a un popolo la cui forza non ha nulla a che fare con i numeri; un popolo che non aspira a diventare un impero, che non ha la missione di intraprendere guerre sante per convertire altre nazioni. Un popolo che era ed è rimasto piccolo in relazione ai regni da cui è sempre stato circondato, rimanendo vulnerabile nel punto di incontro fra tre diversi continenti.

Esiste una netta differenza tra un censimento umano e uno comandato da Dio. Nell’ordinare il censimento, David si comportò come ogni altro re della terra, e la Bibbia descrive questo atto come un segno di declino per Israele. Al contrario, un censimento voluto da Dio non ha nulla a che fare con la potenza che risiede nei numeri. Esso esprime invece l’idea che ogni membro della nazione è importante, e che qualsiasi persona o famiglia è preziosa davanti a Dio. Ecco perché un simile atto non può essere indicato con un banale verbo che descriva l’azione del contare. Solo la frase “solleva la testa degli Israeliti”  ( nasò / se’u et rosh) rende giustizia a questo tipo di enumerazione. Coloro che ricevono il compito di censire il popolo hanno l’obbligo di “sollevare la testa” di ogni persona contata, facendo così comprendere a ciascuno il proprio valore speciale, che non è una semplice cifra fra migliaia o fra milioni.

Un verso del Salmo 147, che recitiamo ogni mattina, dichiara “Egli conta il numero delle stelle e le chiama per nome”. Il nome è un segno di unicità. I nomi collettivi raggruppano insieme più elementi, ma i nomi propri distinguono gli individui. Solo ciò che ha valore riceve un nome. Non a caso,  nei campi di sterminio, uno dei metodi impiegati dai nazisti per disumanizzare i prigionieri era quello di non utilizzare mai i nomi propri, ma soltanto i numeri, scritti sulla pelle di tutti i deportati.
Il censimento di Dio ci insegna che siamo individui, non semplici masse, e che ciascuno riceve il proprio speciale e incalcolabile amore.

Nel momento in cui gli Israeliti si preparano a diventare una società con il Santuario nel suo centro, essi divengono anche i pionieri di un nuovo e rivoluzionario ordine sociale, la cui definizione più famosa fu coniata dal profeta Zaccaria, quando il popolo si preparava a ricostruire il Tempio in rovina: Non con la potenza o con la forza, ma con il Mio Spirito, dice Hashem (Zaccaria 4:6).

Fonte: http://www.rabbisacks.org/covenant-conversation-naso-what-counts/

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