Metzorà: acqua, sangue, uccelli e purificazione

La Parashah di Metzorà (Levitico 14:1 – 15:33) prosegue il discorso sulle leggi di purità rituale affrontando il tema della tzaraat, una strana malattia della pelle la cui identificazione è tuttora controversa, ma che storicamente è stata spesso intesa come la lebbra o come altre patologie cutanee.

Secondo Ralbag e Abravanel, la tzaraat era una malattia diffusa nei tempi biblici, della quale in epoche successive si è persa la conoscenza. Molti commentatori rabbinici, tuttavia, hanno attribuito a questa piaga un’origine e una natura prevalentemente spirituale. Secondo questa interpretazione, la tzaraat sarebbe dunque la manifestazione fisica di una problematica interiore sorta a causa delle azioni negative della persona affetta.

Ciò su cui vogliamo concentrarci ora, a prescindere dai diversi approcci sull’identificazione della tzaraat, è il bizzarro rituale di purificazione che la Torah prescrive per colui che è guarito da questa patologia:

Hashem parlò ancora a Moshè, dicendo: «Questa è la legge relativa al lebbroso per il giorno della sua purificazione. Egli sarà portato dal sacerdote. Il sacerdote uscirà dal campo e lo esaminerà e se la piaga della tzaraat è guarita nel lebbroso, il sacerdote ordinerà di prendere per colui che dev’essere purificato due uccelli vivi e puri, del legno di cedro, dello scarlatto e issopo. Il sacerdote ordinerà che si sgozzi uno degli uccelli in un vaso d’argilla con acqua corrente. Poi prenderà l’uccello vivo, il legno di cedro, lo scarlatto e l’issopo, e li immergerà, con l’uccello vivo, nel sangue dell’uccello sgozzato nell’acqua corrente. Lo spruzzerà quindi sette volte su colui che deve essere purificato dalla tzaraat; lo dichiarerà puro e lascerà andar libero per i campi l’uccello vivo. Colui che è purificato, si laverà le vesti, si raderà tutti i peli, si laverà nell’acqua e sarà puro. Dopo questo potrà entrare nel campo, ma resterà per sette giorni fuori della sua tenda (Levitico 14:1-7).

Davanti alla descrizione di una simile cerimonia, così lontana dalla sensibilità moderna, è facile rimanere sorpresi e confusi. Prima di esaminare i suoi vari dettagli, bisogna però comprendere che questo strano rito non ha lo scopo di curare il malato in maniera soprannaturale. Al contrario, esso si svolge soltanto dopo la guarigione, nel momento in cui il “lebbroso” si appresta ad essere riammesso nella comunità. È necessario anche ricordare che il concetto di “impurità”, nella visione biblica, è molto diverso da quello che troviamo presso altre culture. Nella Torah, ciò che è impuro non è maledetto, sporco o demoniaco. L’impurità è semplicemente una condizione momentanea che non consente alla persona di recarsi al Santuario.

Come abbiamo già chiarito la scorsa settimana (vedi l’articolo “L’amore che genera la vita“), l’impurità è associata a tutto ciò che riguarda la morte o la privazione della forza vitale, poiché l’Ebraismo riconosce da sempre l’esistenza di un legame indissolubile tra la santità e la vita. Secondo la concezione della Torah, il Santuario e il culto divino devono rimanere nettamente separati da ogni manifestazione dell’esistenza della morte, in contrapposizione a quanto avveniva presso gli altri popoli, fra i quali i sepolcri, i resti dei trapassati e l’invocazione delle anime facevano parte delle pratiche religiose più importanti.

Se quindi la tzaraat, al contrario delle altre malattie, ricopre un significato rituale nelle leggi del Levitico, è proprio perché essa richiama in modo particolare l’idea della morte e la sua vicinanza. La perdita del normale colorito della pelle e gli altri sintomi della tzaraat (vedi Levitico 13) rendevano i corpi delle persone affette spaventosamente simili ai cadaveri in decomposizione. Inoltre, come osservano le fonti rabbiniche, l’aspetto esteriore dei lebbrosi (viso coperto, capelli rasati) e le loro condizioni di vita in isolamento, apparivano analoghi a quelli delle persone in lutto.

L’individuo affetto da tzaarat era costretto a stabilirsi al di fuori del centro abitato. Sia che ciò avvenisse per impedirgli di contagiare altre persone, come intendono alcuni commentatori, o per permettergli di correggere i propri difetti spirituali attraverso un’introspezione interiore da svolgere in solitudine, come altri affermano, di fatto il “lebbroso” veniva escluso dalla comunità fino all’eventuale guarigione.

Qual è allora il significato del complesso rituale di purificazione descritto dalla Torah in relazione a quanto abbiamo spiegato?
Se si riflette con grande attenzione su tutti gli elementi della cerimonia, si può comprendere che essi costituiscono dei riferimenti a qualcosa di preciso, qualcosa di cui la Torah ha già parlato in precedenza.
Un uccello viene sacrificato, un altro viene fatto uscire in libertà. Il sangue dell’uccello morto è lasciato scorrere nell’acqua (all’interno di un vaso), che si colora così di rosso. Il legno e la pianta di issopo sono anch’essi particolari significativi. L’individuo purificato deve restare per sette giorni al di fuori del campo. Cosa ci ricorda tutto ciò?

Nachmanide, nel suo commentario alla Torah, nota una certa somiglianza tra questo rito e quello della festività di Pesach, la Pasqua ebraica. In effetti, molti dettagli apparentemente privi di senso sembrano in realtà richiamare gli avvenimenti della liberazione dall’Egitto. Durante la purificazione del lebbroso, uno dei due uccelli viene ucciso, mentre l’altro è lasciato libero; allo stesso modo, nella notte della decima piaga, i primogeniti degli Egizi trovarono la morte, mentre gli Israeliti furono risparmiati e ottennero la libertà. Il sangue che rende l’acqua rossa rievoca la prima piaga (“…e tutte le acque che erano nel fiume furono cambiate in sangue”). Il legno e l’issopo tinti con il sangue hanno precise corrispondenze nel racconto della Pasqua: “Poi prenderete un mazzetto d’issopo, lo intingerete nel sangue, e con il sangue spruzzerete l’architrave e i due stipiti delle porte” (Esodo 12:22). L’uccello vivo, prima di poter volare via, passa anch’esso attraverso l’acqua, come avvenne agli Israeliti durante l’attraversamento del mare. I sette giorni che il lebbroso guarito deve attendere, prima di essere riammesso dal popolo, ricordano i sette giorni di Pesach, nei quali il lievito (chametz) deve essere bandito da ogni abitazione.

Rimane ora da comprendere il messaggio che questa sorta di “Pesach in miniatura” intende trasmettere. È noto che la celebrazione di Pesach, per gli eventi ad essa collegati, rappresenta la nascita del popolo ebraico come nazione e come collettività indipendente. La festa della liberazione dalla schiavitù, commemorata in quello che diviene “il mese più importante, il primo dei mesi” (Esodo 12:2), segna la fondazione dell’identità di Israele. Colui che è stato colpito dalla piaga della tzaraat, escluso dal popolo e privato del senso di appartenenza alla nazione, ha dunque bisogno di rivivere quell’esperienza essenziale se vuole recuperare la propria unione con la comunità.

Articolo basato su una video-lezione di Rabbi David Fohrman disponibile al seguente link: http://alephbeta.org/course/lecture/tazria-the-bizarre-purification-of-the-metzora

 

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