Il perdono dei peccati senza sacrifici

I testi sacri del Cristianesimo stabiliscono un nesso fondamentale tra l’espiazione dei peccati e l’offerta dei sacrifici. Nel Nuovo Testamento si afferma infatti che senza spargimento di sangue non c’è perdono (Lettera agli Ebrei, 9:22).
I sacrifici animali prescritti dalla Torah, secondo la dottrina cristiana, erano però soltanto una prefigurazione incompleta di un sacrificio più elevato, quello di Gesù sulla croce, che rappresenta l’adempimento definitivo degli antichi riti ebraici. Su questo punto, il messaggio del Vangelo appare particolarmente intransigente: solo il corpo e il sangue di Gesù, attraverso la fede nella morte espiatoria del Messia, possono garantire all’uomo la salvezza dell’anima.
“Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha vita eterna»” (Vangelo di Giovanni, 6:53-54).
Allo stesso modo, Paolo di Tarso dichiara che l’uomo, benché si sforzi di compiere opere buone, non può ottenere da solo il perdono dei peccati, e deve perciò affidarsi al potere del sacrificio di Gesù: “…poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Lui è stato prescelto da Dio per fare l’espiazione mediante la fede nel suo sangue” (Lettera ai Romani, 3:23-25).

Se tutto ciò fosse vero, il popolo ebraico si troverebbe in una condizione spirituale altamente problematica. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta duemila anni fa, gli Ebrei avrebbero infatti perduto l’espiazione incompleta e temporanea fornita dai sacrifici; e inoltre, poiché essi non credono in Gesù, non esisterebbe per loro alcuna via per ottenere il perdono di Dio.
Questo è il punto di vista della dottrina cristiana tradizionale, su cui tuttora insistono molti movimenti religiosi, in particolare evangelici e messianici.

La posizione dell’Ebraismo su questo tema è radicalmente diversa. Gli antichi Maestri del Talmud insegnano che, in mancanza del Tempio e dei riti che in esso si svolgevano, le offerte sacrificali sono sostituite dalla preghiera, dallo studio della Torah e dagli atti caritatevoli. Questi tre elementi, se uniti al ravvedimento (Teshuvah), permettono a chiunque di ricevere il perdono di tutte le proprie colpe.
Su cosa si basa tale insegnamento? Con quale autorità i rabbini hanno stabilito una “via alternativa” ai sacrifici?
In realtà, come si può facilmente constatare, è la Bibbia stessa a indicare la preghiera e le altre opere di pentimento come mezzi di espiazione, indipendentemente dalla pratica dei culti sacrificali. Quando la costruzione del Primo Tempio di Gerusalemme fu completata, il re Salomone si rivolse a Dio pronunciando un discorso che basterebbe da solo a confutare le teorie cristiane sull’espiazione:

“Quando [gli Israeliti] peccheranno contro di te (perché non c’è alcun uomo che non pecchi), e tu, adirato contro di loro, li abbandonerai in balìa del nemico e saranno deportati nel paese del nemico, lontano o vicino, se nel paese in cui sono stati deportati rientrano in se stessi, se tornano a te e ti supplicano nel paese di quelli che li hanno portati in prigionia e dicono: «Abbiamo peccato, abbiamo agito iniquamente, abbiamo fatto del male», se tornano a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nel paese dei loro nemici che li hanno deportati e ti pregano rivolti al loro paese che tu hai dato ai loro padri, alla città che tu hai scelto e al Tempio che io ho costruito al tuo Nome, tu ascolta dal cielo, il luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e sostieni la loro causa, e perdona al tuo popolo che ha peccato contro di te tutte le trasgressioni che ha commesso contro di te” (1Re 8:46-50).

Il Libro del profeta Osea parla di un’epoca futura in cui “…i figli d’Israele staranno per molti giorni senza re, senza capo, senza sacrifici” (Osea 3:4); eppure lo stesso profeta riconosce l’efficacia di un altro tipo di sacrificio, quello che si offre attraverso la preghiera: “Prendete con voi delle parole e tornate al Signore. Ditegli: «Togli via ogni iniquità e accetta ciò che è buono, e noi ti offriremo i sacrifici delle nostre labbra»” (Osea 14:2).

Daniele, trovandosi in esilio a Babilonia, prega per il perdono dei peccati del suo popolo e per la ricostruzione di Gerusalemme: “Mentre io stavo ancora parlando, pregando e confessando il mio peccato e il peccato del mio popolo d’Israele e presentavo la mia supplica davanti al Signore, il mio Dio […]  era l’ora dell’offerta della sera (Daniele 9:20-21). Questo versetto segna probabilmente l’origine dell’usanza ebraica di pregare in corrispondenza dell’orario in cui al Tempio venivano eseguiti i riti sacrificali.

Ma qual era la vera natura dei sacrifici e il loro scopo secondo la Torah?
Fra tutte le offerte che venivano presentate nel Santuario, solo alcune avevano la funzione di espiare i peccati. Il Levitico parla anche di sacrifici di ringraziamento, oblazioni di cibo, sacrifici da offrire per sciogliere un voto o per la purificazione rituale. Al contrario di quanto lasciano intendere le fonti cristiane (“Senza spargimento di sangue non c’è perdono”), non tutti i sacrifici di espiazione avevano come oggetto un animale; la Torah consente infatti ai poveri di offrire prodotti farinacei sull’altare per espiare alcuni tipi di trasgressioni (vedi Levitico 5:11).

Ciò che la Bibbia ebraica sottolinea in moltissime occasioni è il fatto che il Creatore del mondo non ha bisogno dei sacrifici: essi servono all’uomo, come segno di rinuncia e di comunione con Dio, ma non sono da intendere come doni materiali volti a placare l’ira di una divinità assetata di sangue.

“Io sono Dio, il tuo Dio. Non ti riprenderò per i tuoi sacrifici, né per i tuoi olocausti che mi stanno sempre davanti. Non prenderò alcun torello dalla tua casa né capri dai tuoi ovili. Mie sono infatti tutte le bestie della foresta; mio è il bestiame che sta a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli dei monti, e tutto ciò che si muove nei campi è mio. Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio. Mangio forse carne di tori, o bevo sangue di capri? Offri a Dio sacrifici di lode e adempi i tuoi voti fatti all’Altissimo” (Salmi 50:7-14).

Senza il pentimento e lo spirito di umiltà, i sacrifici sono del tutto privi di valore, e vengono perciò rifiutati da Dio:
“Poiché io desidero la misericordia e non i sacrifici, e la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6:6).
Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).
 “Il sacrificio dell’empio è cosa abominevole, tanto più se lo offre con intento malvagio” (Proverbi 21:27).

I sacrifici erano quindi considerati soprattutto uno strumento per permettere agli uomini di raggiungere una giusta disposizione interiore attraverso un atto di rinuncia. La via più autentica per ricevere il perdono era però quella del ravvedimento e del ritorno alla giustizia, come spesso la Bibbia afferma chiaramente:
“Ciascuno si ritirerà dalla propria via malvagia, e così io perdonerò la loro iniquità e il loro peccato” (Geremia 36:3)
“Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri, e ritorni al Signore che avrà compassione di lui, e al nostro Dio che perdona largamente” (Isaia 55:7).
“Se il mio popolo, sul quale è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia faccia e torna indietro dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese” (2Cronache 7:14).

Si potrebbe a questo punto obiettare che ciò sia valido per Israele, ma non per gli altri popoli. Forse le nazioni del mondo, prive della Rivelazione della Torah, avevano bisogno di un redentore che si sacrificasse per i peccati e di una nuova fede che permettesse anche a loro di conoscere la grazia Divina. Ma una simile idea si dimostra anch’essa inaccettabile alla luce della Bibbia ebraica.
Il Libro di Giona insegna che la potenza del ravvedimento è valida per chiunque, sia Ebrei che non-Ebrei:

“Il re fece proclamare e divulgare a Ninive un ordine che diceva: «Uomini e bestie, armenti e greggi non assaggino nulla, non mangino cibo e non bevano acqua, ma uomini e bestie si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua via malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non si volga, non si penta e metta da parte la sua ira ardente, e così noi non periamo». Quando Dio vide ciò che facevano, e cioè che si convertivano dalla loro via malvagia, Dio si pentì del male che aveva detto di far loro e non lo fece” (Giona 3:7-10).

Il testo non menziona vittime offerte su un altare. Gli abitanti di Ninive ottennero il perdono solo tramite la loro penitenza e il loro abbandono della malvagità.
In modo ancora più clamoroso, persino al re di Babilonia Nabucodonosor, colui che distrusse Gerusalemme e deportò gli Israeliti, il dono della misericordia non viene negato; Daniele dichiara infatti: “Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando compassione verso i poveri” (Daniele 4:27).

Questa esaltazione della potenza del ravvedimento, presente nella Torah prima che nella tradizione rabbinica, appare quindi lontanissima dalle dottrine di chi intende colmare l’abisso tra l’uomo e Dio tramite l’esistenza di mediatori e di sacrifici di riscatto per l’anima umana.

Vedi anche: 
I sacrifici nella Torah (commento di Rabbi Jonathan Sacks).

 

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