I sacrifici nella Torah

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Tratto da un commento di Rabbi Jonathan Sacks.

Nulla nell’Ebraismo è considerato più complesso e controverso dell’approccio biblico ai riti dei sacrifici.
All’interno del Pentateuco, i sacrifici svolgono un ruolo importantissimo, e le leggi relative ad essi sono espresse molto dettagliatamente. Non meno significativo è anche il luogo in cui queste leggi si trovano, cioè nel Levitico, il libro posto al centro della Torah.
Il motivo di questa centralità dei sacrifici e del servizio sacerdotale è certamente legato all’affermazione della missione del popolo ebraico, che viene annunciata subito prima della Rivelazione e della stipulazione del Patto sul Monte Sinai: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19:6).
Il rapporto tra Israele e le altre nazioni è paragonato a quello che si instaura tra un sacerdote e il suo popolo. Come un sacerdote, Israele è “santo”, nel senso di “separato”, con il compito di fare da mediatore tra D-o e il mondo. Le regole di purità rituale, che non fanno parte dei precetti universali imposti all’intera umanità, costituiscono la testimonianza di una vocazione nazionale, senza che ciò implichi alcuna superiorità del popolo ebraico.
Come sacerdote del mondo, Israele è chiamato a condurre una vita particolarmente vicina a D-o. I sacrifici, indicati anche con il termine avodah (servizio), sono dunque un elemento rappresentativo dell’identità ebraica. La loro importanza nella visione biblica non può essere negata.

 Eppure, come è noto, molti dei più grandi profeti di Israele si espressero con affermazioni che possono apparire superficialmente come una critica dell’intera istituzione dei sacrifici, almeno in relazione alla condizione morale e spirituale di Israele durante la loro epoca. Amos infatti dichiara nel Nome di D-o:

 “Io odio, disprezzo le vostre feste, non provo piacere nelle vostre assemblee solenni. Anche se mi offrite i vostri olocausti e le vostre oblazioni di cibo, io non le gradirò. […] Ma scorra il diritto come acqua e la giustizia come un corso d’acqua perenne” (Amos 5:21-24).

Lo stesso spirito lo troviamo in Isaia, nel passo che leggiamo ogni anno prima di Tisha B’Av:

“Che m’importa della moltitudine dei vostri sacrifici, dice il Signore. Smettete di portare oblazioni inutili. […] Il vostro incenso io lo detesto. […] Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia presenza la malvagità delle vostre azioni, cessate di fare il male. Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Isaia 1:11-16).

Ancora più notevoli sono le parole di Geremia, che sembrano addirittura mettere in discussione l’idea che i sacrifici facessero parte del proposito originario di D-o:

“Poiché io non parlai ai vostri padri e non diedi loro alcun ordine, quando li feci uscire dal paese d’Egitto, riguardo agli olocausti e sacrifici, ma questo comandai loro: Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro D-o e voi sarete il mio popolo. Camminate in tutte le vie che vi ho comandato, perché siate felici” (Geremia 7:22-23).

Com’è possibile che Geremia dica una cosa del genere? La Torah non è forse piena di precetti sui sacrifici?
Una delle spiegazioni più famose e controverse delle parole di Geremia è stata fornita da Maimonide, nella sua opera filosofica La Guida dei Perplessi. Secondo Maimonide, il tempo è un fattore essenziale della trasformazione dell’umanità. Come la natura si evolve gradualmente, così anche la condotta collettiva della società umana si modifica. Questo è il motivo per cui la Torah contiene alcune leggi il cui scopo non è immediato, e il cui effetto può essere notato solo nel corso di molte generazioni. Maimonide spiega:

“Non è possibile passare istantaneamente da un estremo ad un altro; per la natura umana è dunque inconcepibile abbandonare in un attimo tutto ciò a cui è abituata. […] Nei tempi antichi, la consuetudine diffusa in tutto il mondo comprendeva il sacrificio di varie specie animali nei templi nei quali erano state poste alcune immagini, il prostrarsi davanti a tali immagini e l’offerta dell’incenso davanti ad esse. La sapienza e la cura di D-o non hanno imposto il rifiuto e l’abbandono di tutti questi tipi di culto, perché allora non si sarebbe potuta nemmeno immaginare una cosa del genere, a causa della natura umana. […] Perciò, D-o ha trasferito al Suo culto le pratiche usate precedentemente per l’adorazione delle cose create. […] In questo modo è stato possibile cancellare le tracce dell’idolatria, mentre il vero principio della nostra fede, l’esistenza di D-o e la Sua unità, è stato affermato saldamente. Tutto ciò è stato ottenuto senza confondere e sconvolgere la mente degli uomini con l’abolizione di pratiche a cui erano abituati”.

Questa interpretazione ci permette di comprendere meglio l’apparente negazione dei sacrifici da parte di Geremia. Ciò che il profeta intende affermare è che i sacrifici non erano fini a sé stessi. Essi servivano invece a stabilire fermamente nella mente delle persone l’obbligo di adorare soltanto D-o. Eppure, all’epoca di Geremia, il popolo aveva confuso il mezzo con il fine, vedendo i sacrifici come se non ci fosse in essi alcun significato profondo.

Volendo usare un eufemismo, si può dire che l’interpretazione di Maimonide incontrò pareri contrastanti tra i pensatori ebrei dei secoli successivi. La sua riflessione sembrava condurre all’idea che i sacrifici fossero necessari allo sviluppo del popolo ebraico in un preciso periodo storico, ma non in ogni epoca. Tuttavia, questo non era davvero ciò che Maimonide riteneva. Nella Guida dei Perplessi, egli dichiara infatti che “Le leggi non possono essere modificate a seconda delle persone e delle circostanze. […] Non sarebbe giusto far dipendere i principi fondamentali della Torah dai cambiamenti di tempo e di luogo”.

 Maimonide distingue inoltre tra interiorità ed esteriorità nel servizio Divino. Secondo la sua visione, l’Ebraismo impone forti limitazioni al culto sacrificale. I sacrifici possono essere offerti solo in determinati momenti, e soltanto da membri di una certa stirpe (i discendenti di Aronne), utilizzando animali specifici, ed in un solo luogo (il Santuario). La preghiera, al contrario, appartiene all’interiorità del servizio Divino e può essere quindi offerta dovunque, in qualsiasi momento, e da chiunque. La preghiera si avvicina al culto ideale, mentre i sacrifici rappresentano quasi una concessione.

I sacrifici sono dunque soltanto un’espressione esteriore di un concetto che si trova nel cuore dell’Ebraismo, cioè il “servizio di D-o” (avodah).

 Uno degli aspetti più sorprendenti dell’Ebraismo è il fatto che esso non si pone come una religione fra le tante, ma come qualcosa di completamente nuovo. Fin dall’inizio, l’identità ebraica ha sempre rappresentato una sfida ai grandi imperi e alle strutture gerarchiche e sociali. La Bibbia è una continua battaglia contro l’idolatria (il sistema imposto dal potere), il mito (i racconti che giustificano il sistema), e i riti pagani (gli atti che alimentano il sistema).

Nella società a cui l’Ebraismo si opponeva, quella basata sul conflitto, sul dominio e sulle gerarchie, il sacrificio era visto come un tentativo di placare gli dei, di ottenere la loro benevolenza e di procurarsi la loro forza.
Nell’Ebraismo, il sacrificio è invece qualcosa di completamente diverso. Il D-o di Israele è il Creatore dell’universo, il Potere supremo, ma anche Colui che si preoccupa dei deboli (gli schiavi in Egitto, le vedove, gli orfani e gli stranieri). Un D-o simile non può essere corrotto o placato con offerte materiali. Il vero significato del sacrificio viene perciò modificato per diventare un rito che crea un effetto sull’uomo, non su D-o.

 La parola korban (sacrificio) ha il significato di “portare”, o “avvicinarsi”. Per avvicinarsi a D-o, nell’Ebraismo, bisogna rinunciare a sé stessi, al proprio potere, alla propria volontà, all’esistenza autonoma e autosufficiente. È necessario cedere qualcosa, impegnarsi in un atto simbolico di rinuncia. Il risultato di un tale “avvicinamento a D-o” ci permette di guardare il mondo in maniera diversa. Rinunciare al nostro possesso di qualcosa (un animale, o una parte del raccolto agricolo) significa riconoscere che tutto ciò che abbiamo appartiene in realtà soltanto a D-o.

Per questo motivo, quando il Tempio fu distrutto, le altre forme di rinuncia rimasero valide: quelle che si compiono attraverso la volontà (con la preghiera), la mente (lo studio della Torah), o i propri beni (tramite la beneficenza e l’ospitalità verso gli stranieri).

 Ma finché esisteva il Tempio, bisognava confrontarsi con un grande pericolo. Visti dall’esterno, i sacrifici erano ciò che rendeva il culto ebraico più simile alle pratiche pagane. Anche se il loro significato profondo era del tutto diverso, la forma esteriore dei sacrifici ordinati dalla Torah era di fatto simile a quella prevista dagli altri culti. Questo problema era la vera causa della critica dei sacrifici da parte dei profeti. Ad essere contestata non era l’istituzione di tali riti, ma la degenerazione che portava i sacrifici ad assomigliare ai culti idolatrici. Senza un costante ammonimento da parte dei profeti, gli Ebrei rischiavano di vedere i sacrifici come un modo di placare D-o, per poter essere poi liberi di commettere i loro crimini contro i più deboli.

Dunque l’intenzione con cui si offrivano i sacrifici era particolarmente importante. Chi eseguiva questi riti con un proposito ingiusto poteva trasformare un atto sacro in un atto pagano.
Secondo la mentalità comune, compiere un gesto simbolico è il modo migliore di esprimere un sentimento o un’intenzione. Il rituale rappresenta infatti l’azione scenica di un proposito interiore. Nel caso del ravvedimento, in particolare, bisogna sacrificare qualcosa (che simboleggia la propria coscienza) per far nascere qualcos’altro, il rinnovamento della propria vita.
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