I segreti dell’Arca dell’Alleanza

Aaron

Riproduzione artistica dell’Arca realizzata da “The Temple Institute”

L’Arca Santa (Aron Hakodesh), o Arca dell’Alleanza, è l’oggetto più sacro e misterioso tra quelli costruiti dagli Israeliti nel deserto secondo il racconto biblico. Moltissime leggende e teorie fantasiose sono nate nel corso dei secoli per dare una risposta a tutti gli enigmi connessi all’Arca: qual è l’origine di questo oggetto? Che cosa simboleggia? Dove si trova adesso?

L’Aron Hakodesh è descritta nella Bibbia come una cassa di legno d’acacia, ricoperta d’oro all’interno e all’esterno, che conteneva le due Tavole su cui erano incisi i Dieci Comandamenti (vedi Esodo 25:10-11; Deuteronomio 10:1-2).
Sopra l’Arca era posto un coperchio d’oro chiamato Kapporet, sul quale erano scolpite le figure di due cherubini:
“Farai due cherubini d’oro: li farai lavorati a martello sulle due estremità della Kapporet. Fa’ un cherubino ad una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini tutti di un pezzo con la Kapporet alle sue due estremità. I cherubini avranno le due ali stese verso l’alto, proteggendo con le ali la Kapporet; saranno rivolti l’uno verso l’altro e le facce dei cherubini saranno rivolte verso la Kapporet” (Esodo 25:18-20).

L’Arca si trovava nel luogo più sacro del Tabernacolo (e in seguito del Tempio di Gerusalemme): il Kodesh Kodashim, l’area inaccessibile in cui solo il Sommo Sacerdote poteva entrare, ed esclusivamente in occasione della festività di Yom Kippur.

In varie occasioni la Bibbia afferma che Dio “siede sui cherubini” (Salmo 99:1; Isaia 37:16), e questa immagine misteriosa è talvolta associata esplicitamente ai cherubini dell’Arca:
“Così il popolo mandò gente a Shilò a prendere di là l’Arca dell’Alleanza del Signore degli eserciti che siede tra i cherubini (1Samuele 4:4);
“Poi [David] si alzò, e con tutto il popolo che era con lui partì da Baalè di Yehudah per trasportare di là l’Arca di Dio, sulla quale è invocato il Nome del Signore degli eserciti, che siede tra i cherubini (2Samuele 6:2).
La Torah racconta che, ai tempi delle peregrinazioni degli Ebrei nel deserto, la Gloria di Dio si manifestava in maniera visibile, sotto forma di una nube, proprio sopra il coperchio dell’Arca:
“Quando Mosè entrava nella tenda di convegno per parlare con il Signore, udiva la Sua voce che gli parlava dall’alto della Kapporet che è sull’Arca della Testimonianza, fra i due cherubini” (Numeri 7:89; vedi anche Levitico 16:2 e Esodo 35:22).

In alcuni passi biblici l’Arca è perciò chiamata metaforicamente “Lo sgabello dei piedi di Dio” (Salmi 99:5; Salmi 132:7; 1Cronache 28:2). Tale associazione simbolica ci permette di comprendere il vero motivo per cui le Tavole dei Dieci Comandamenti erano custodite proprio all’interno nell’Arca, invece che essere esposte pubblicamente e mostrate al popolo. Nel corso dell’ultimo secolo, gli archeologi hanno scoperto infatti l’esistenza di un’usanza diffusa nel Medio Oriente antico, che consisteva nel deporre ai piedi delle statue delle divinità i testi dei trattati di alleanza fra i re di diverse nazioni. Quest’uso fu seguito in particolare dal Faraone Ramses II e dal re degli Ittiti Hattusili III.
Nel Santuario edificato dagli Israeliti, invece, non esisteva alcuna statua che raffigurasse il Dio Unico, ma soltanto un “trono vuoto“, costituito dalla Kapporet e dai cherubini, su cui la Presenza del Creatore del mondo risiedeva senza essere percepita dall’occhio umano, o si manifestava attraverso fenomeni impalpabili come la nube o la voce, proprio a dimostrazione del fatto che il Dio concepito dalla Torah non possiede alcuna natura corporea. L’Arca Santa, in quanto “sgabello dei piedi di Dio” era perciò il luogo adatto per conservare la testimonianza del Patto stipulato con Israele dal Sovrano dell’universo.

arca2

Rimane però da comprendere che cosa siano i cherubini e per quale motivo la Presenza di Dio dovesse risiedere proprio su di essi.

Nel Libro di Ezechiele (capitoli 1 e 10), i cherubini (keruvim, in ebraico) appaiono nelle visioni mistiche del Profeta come quattro figure angeliche che trasportano il trono di Dio su una nuvola circondata da bagliori incandescenti. L’idea secondo cui le nubi del cielo rappresentino il carro della Divinità era già presente nell’immaginario religioso dei Cananei, ma la Bibbia rielabora queste antiche credenze e le utilizza in chiave poetica per impartire insegnamenti coerenti con la concezione monoteistica. Non bisogna dunque stupirsi se Dio è designato nei Salmi come “Colui che cavalca le nubi” (Salmi 68:4).
Da tutto ciò deriva che i cherubini, gli angeli che muovono le nuvole, possano essere intesi come personificazioni dei venti:
“Egli cavalcava sopra un cherubino e volava, appariva sulle ali del vento (2Samuele 22:11; Salmi 18:10).
“Egli fa delle nubi il suo carro e cammina sulle ali del vento.  Fa dei venti i suoi angeli e una fiamma di fuoco i suoi ministri” (Salmi 104:3-4).
Anche il numero di queste creature celesti, secondo la visione di Ezechiele, corrisponde a quello dei quattro venti.

Queste immagini poetiche e metaforiche esaltano la sovranità di Dio sulla natura, e costituiscono il fondamento del simbolismo dell’Arca e dei cherubini d’oro. È interessante notare che, secondo alcune fonti della mistica ebraica, l’Arca dell’Alleanza e la Kapporet rappresentano rispettivamente la terra e il cielo, un’affermazione che trova una sorprendente corrispondenza nelle parole del Profeta Isaia: “Così dice il Signore: «Il cielo è il mio trono e la terra è lo sgabello dei miei piedi. Dov’è dunque la casa che mi potreste edificare e dov’è il luogo della mia dimora?»” (Isaia 66:1).
In base a questo insegnamento, l’Arca (lo “sgabello”) appare quindi come un elemento di un microcosmo, e rinvia ad una realtà superiore e ad una verità più grande. Se da un lato essa trasmette l’idea della Presenza di Dio in mezzo al Suo popolo, dall’altro ci ricorda anche che l’esistenza del Creatore riempie l’intero universo e non è confinata ad alcun luogo, come dichiara il re Salomone: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti; tanto meno questo Tempio che io ho costruito!” (1Re 8:27).

Un’ultima osservazione. Abbiamo spiegato, citando passi delle Scritture, che i cherubini siano da interpretare come personificazioni dei venti; ma la tradizione rabbinica sostiene invece che essi rappresentino il popolo d’Israele (Talmud, Yoma 54a). Forse, tra queste due interpretazioni apparentemente così diverse, si potrebbe cogliere un legame nascosto. La nazione ebraica, in quanto popolo disperso in tutto il mondo, è messa in relazione proprio ai venti: «Io vi ho disperso come i quattro venti del cielo», dice il Signore” (Zaccaria 2:6).
Il Talmud attribuisce a un proselita la seguente affermazione: “Come il mondo non potrebbe esistere senza i venti, così esso non potrebbe esistere neppure senza Israele” (Avodah Zarah 10b).
Mentre i cherubini della visione di Ezechiele mostrano la Gloria di Dio nell’universo, analogamente il popolo ebraico, nel custodire la Torah in tutte le sue peregrinazioni, fa sì che la stessa Gloria possa essere riconosciuta anche sulla terra.

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