La schiavitù nella Bibbia

Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, cosa farò, quando Dio si alzerà, e quando mi chiederà conto, cosa risponderò? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto forse anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo? (Giobbe 31:13-15).

schiavitù

La sezione della Torah dedicata alle norme che regolano la società si apre con le leggi relative all’eved ivrì, il servo ebreo. Questa priorità ha un suo significato preciso: per un popolo di schiavi, divenuto libero da poco tempo, è essenziale fondare la propria identità di nazione sulla dolorosa esperienza del passato. E così gli Israeliti, prima di ogni altra cosa, devono sapere come comportarsi con gli schiavi.

La Torah condanna l’ingiustizia dell’oppressione a cui erano soggetti gli Ebrei in Egitto, eppure non comanda al popolo di abolire del tutto la schiavitù, ma solo di limitarla e di gestirla secondo un’etica sconosciuta alle nazioni vicine.
Prima della rivoluzione industriale, soprattutto nelle società basate sull’agricoltura, la schiavitù ricopriva un’enorme importanza nell’economia, al punto che la mancanza di schiavi poteva mettere a rischio la sopravvivenza di intere popolazioni. Inoltre, per le moltitudini di famiglie povere incapaci di provvedere ai propri bisogni più elementari, la possibilità di mettersi al servizio di un padrone appariva spesso l’unica via per scampare alla fame. All’interno di questo contesto storico, ciò che la Torah stabilisce è una forma di schiavitù molto diversa da quella consueta, priva dei suoi aspetti inumani e degradanti.

In moltissime occasioni la Torah comanda di aiutare i poveri, e stabilisce vari mezzi e metodi concreti per adempiere questo precetto: non solo la semplice carità, ma anche l’assegnazione delle decime dei raccolti e dei residui della mietitura, il divieto di effettuare prestiti con interessi e lo scarso rigore imposto ai creditori nei confronti degli indigenti. Tutte queste misure hanno anche lo scopo di rendere la schiavitù non necessaria, se non in casi estremi.

Nell’Ebraismo esistono tre categorie di avadim (schiavi, o servi), che è necessario prendere in esame separatamente, considerando tuttavia che da circa duemila anni nessuna di esse è mai uscita da una dimensione puramente teorica.

– Il servo ebreo

Un eved ivrì può essere un Ebreo che ha compiuto un furto e non ha di che restituire, e che viene perciò venduto dal Tribunale ad una famiglia benestante affinché intraprenda un percorso di riabilitazione e possa saldare i suoi debiti; oppure, in un altro caso, si tratta di un Ebreo che vive in una condizione di gravissima povertà e non è in grado di autogestirsi economicamente. In entrambe le situazioni parliamo di casi controllati e amministrati dalla Legge, non di schiavi divenuti tali per costrizione; la Torah infatti proibisce espressamente di rapire un essere umano e di venderlo (vedi Esodo 21:16).

La schiavitù ammessa dalla Torah per Israele, al contrario di quella praticata dagli altri popoli, non è una condizione permanente, ma ha un limite di tempo ben definito: “Se acquisti un eved ivrì, egli ti servirà per sei anni, ma al settimo se ne andrà libero, senza pagare nulla” (Esodo 21:2).
Esistono però anche dei casi in cui il servo si rifiuta di andare in libertà:
“Ma se il servo fa questa dichiarazione: «Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli, non voglio andarmene libero», allora il suo padrone lo farà comparire davanti ai giudici, lo farà accostare alla porta e allo stipite; poi il suo padrone gli forerà l’orecchio con un punteruolo ed egli lo servirà per sempre” (Esodo 21:5-6).
I Maestri si chiedono quale motivazione simbolica si nasconda dietro questo rito. Il Talmud (Kiddushin 22b) spiega, a nome di Rabban Yochanan Ben Zakkai: “L’orecchio che ascoltò sul Monte Sinai le parole: «I figli di Israele sono miei servi», e nonostante questo ha scelto di essere soggetto a un padrone, dovrà essere forato”.
Un confronto con le leggi esistenti nel Medio Oriente antico risulta illuminante: il codice di Hammurabi si conclude con l’ordine di recidere l’orecchio a uno schiavo che osa rifiutare l’autorità del suo padrone; al contrario, la prima sezione delle leggi civili della Bibbia impone di forare l’orecchio allo schiavo che non riconosce il valore della libertà.

Non solo il settimo anno porta a termine la schiavitù, ma anche il settimo giorno, lo Shabbat, garantisce a tutti gli schiavi un completo riposo settimanale: “Osserva il giorno di Shabbat per santificarlo, come Hashem, il tuo Dio, ti ha comandato. […] Non farai in esso alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia né il tuo servo né la tua serva […] affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te (Deuteronomio 5:12-14).
Questo precetto rappresenta una grande rivoluzione morale nella concezione della schiavitù e dimostra quanto la Torah sia in opposizione allo sfruttamento degli esseri umani.

La Bibbia accorda agli schiavi molti importanti diritti, certamente inimmaginabili nelle altre culture. Se il padrone picchia il suo schiavo causandogli danni permanenti, quest’ultimo diviene automaticamente libero (Esodo 21:26-27). Se lo schiavo viene ucciso dal padrone o da chiunque altro, il colpevole deve essere processato per omicidio (Esodo 21:20). Secondo il codice di Hammurabi e altre antiche raccolte di leggi, il padrone può invece compiere qualsiasi abuso nei confronti dei suoi schiavi senza temere alcuna punizione.
Basandosi sul divieto biblico di trattare i servi ebrei con asprezza (vedi Levitico 25:42-43), i Maestri affermano che l’eved ivrì deve mangiare lo stesso cibo del suo padrone, godere delle stesse comodità e risiedere nello stesso tipo di abitazione. Inoltre non è permesso fargli compiere lavori umilianti, poiché il servo può svolgere solo la professione che esercitava quando era libero. Alla luce di tutti questi obblighi, il Talmud dichiara: “Chi acquista uno schiavo acquista un padrone” (Kiddushin 20a).

– La servitù femminile

“Se un uomo vende la propria figlia per essere serva, ella non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. Se ella non sarà gradita al suo padrone, che se l’era presa per sé, egli la lascerà riscattare; ma non avrà il diritto di venderla a gente straniera, perché in questo modo la tratterebbe con inganno. E se la darà in sposa a suo figlio, si comporterà con lei come con una figlia. Se prenderà un’altra moglie, egli non diminuirà il suo cibo, il suo vestiario e la sua coabitazione. Se non fa per lei queste tre cose, ella se ne andrà in libertà, senza pagamento di prezzo” (Esodo 21:11).

Il brano biblico appena citato, dal punto di vista di un lettore moderno, può facilmente apparire scandaloso e offensivo nei confronti della dignità femminile. Uno studio più approfondito, alla luce del contesto storico, dimostra invece l’esatto contrario. Lo scopo di queste disposizioni legali è infatti quello di tutelare la donna dagli abusi che erano ampiamente concessi secondo le antiche legislazioni.

Ciò che la Torah descrive non è una situazione ideale o un modello positivo, ma una circostanza spiacevole che necessita di essere regolata affinché sia posto un limite alle prevaricazioni maschili.
Vendere la propria figlia è un’azione disonorevole, che tuttavia in alcuni casi poteva rappresentare l’ultima speranza di una famiglia estremamente bisognosa. I Maestri spiegano che una scelta simile può essere compiuta solo da un padre che ha già venduto tutti i suoi beni e i suoi possedimenti, e che nonostante questo non è in grado di provvedere alle necessità della figlia (vedi Kiddushin 20a). Di fatto, l’unico caso concreto in cui nella Bibbia si parla di persone che vendettero le proprie figlie come serve si trova nel Libro di Nehemia (capitolo 5), dove viene descritta una condizione economica disastrosa. In tale circostanza, Nehemia, il governatore della Terra d’Israele, mostra una grande indignazione ed esorta i magistrati a condonare i debiti dei poveri (vedi Nehemia 5:6-12).

Una figlia venduta come serva, secondo la Torah, non può essere ingannata o venduta ad altri. Può invece essere riscattata in qualsiasi momento, e andare in libertà nel caso in cui i suoi diritti non vengano rispettati. Se il figlio del padrone di casa decide di sposarla, ella acquisisce tutti i diritti di una moglie, e il padrone dovrà trattarla esattamente come una figlia. In questo modo, una bambina che rischiava di morire di fame nella casa paterna, ottiene l’opportunità di entrare a far parte di una famiglia benestante dove nessuno potrà maltrattarla, e di contrarre un matrimonio che sconvolge i parametri consueti imposti della divisione delle classi sociali.

– Lo schiavo cananeo

Eved kena’ani, cioè “schiavo cananeo” è un termine che la Legge ebraica applica a qualsiasi schiavo proveniente da altre nazioni. Mentre l’eved ivrì, come abbiamo visto, otteneva automaticamente la libertà al settimo anno (o nell’anno del Giubileo), l’eved kena’ani era soggetto invece alla schiavitù perpetua (Levitico 25:46).

Rav Hirsch, nel suo Commentario alla Torah, spiega tale differenza in questi termini:
“Nessun Ebreo può rendere schiavo un altro essere umano, ma gli è permesso soltanto acquistare delle persone che, secondo la legge internazionale universalmente accettata, erano già considerate schiave. Questa transizione sotto la proprietà di un Ebreo rappresentava la sola e unica salvezza per coloro che, secondo la legge delle nazioni, erano marchiati come schiavi”.

Dunque la Torah, che proibisce la schiavitù perpetua agli Israeliti, riconosce lo status che le “leggi internazionali” riservavano agli schiavi. Ciò significa che queste disposizioni non sarebbero più applicabili oggi, poiché la schiavitù è stata da tempo abolita, almeno come istituzione ufficiale.
Rav Hirsch sottolinea come l’eventuale acquisto di un eved kena’ani da parte di un Ebreo portasse grandi vantaggi allo schiavo, il quale, mentre negli altri paesi era stato trattato come il peggiore degli animali, in Israele godeva invece di propri diritti e della tutela della Legge.
Una spiegazione simile è riportata anche da R. Ben-Zion Meir Hai Uziel:

“L’acquisto degli schiavi stranieri era concesso solo nel caso di coloro che erano già stati venduti dai loro fratelli [pagani] sotto determinate condizioni. Inoltre, non era permesso sfruttare i loro corpi; al contrario, se lo schiavo subiva un danno ad un organo, come un occhio o un dente, egli doveva essere lasciato in libertà. Da ciò si comprende che l’acquisto di uno schiavo cananeo era permesso dalla Torah proprio per il bene dello schiavo, affinché potesse salvarsi dai suoi fratelli Cananei e non fosse trattato con crudeltà o sfruttato fino al punto di morire” ( Mikhmannei Uziel, Tel Aviv, 1939).

Come il servo ebreo, anche quello cananeo è tutelato nei casi di maltrattamenti fisici o di omicidio (Esodo 21:26-27; 21:20). Inoltre, il riposo settimanale dello Shabbat vale per qualsiasi schiavo o lavoratore senza distinzioni di nazionalità o di sesso:
“Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo. […] non farai in esso alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è nelle tue porte” (Esodo 20:8-10).

Nel loro approccio verso gli stranieri, gli Israeliti devono ricordarsi del loro passato di schiavi in Egitto: “Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai; perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22:21).
“Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10:18-19).

Merita poi notevole attenzione una norma della Torah che protegge gli schiavi fuggiti dai loro paesi:
“Non consegnerai al suo padrone lo schiavo che è scappato dal suo padrone per rifugiarsi da te. Egli abiterà con te, in mezzo a voi, nel luogo che ha scelto, in quella delle tue città che gli sembrerà migliore, e non lo molesterai” (Deuteronomio 23:15-16).

Maimonide, nel suo Mishneh Torah, codifica le leggi relative agli schiavi non-ebrei con queste parole:
“Noi non dovremmo mettere a disagio uno schiavo [straniero] con i nostri comportamenti o con le nostre parole, poiché la Torah ha prescritto che essi lavorino, non che siano umiliati. Nessuno dovrebbe gridare contro di essi o mostrare rabbia in maniera eccessiva. Dovremmo invece rivolgerci a loro con gentilezza, e ascoltare le loro richieste. Ciò è esplicitamente affermato a riguardo delle opere di Giobbe, per le quali egli fu lodato: «Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, cosa farò, quando Dio si alzerà, e quando mi chiederà conto, cosa risponderò? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto forse anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo?». La crudeltà e l’arroganza si trovano solo tra i pagani adoratori di idoli. I discendenti di Abramo, ai quali Dio ha donato la bontà della Torah, e ha comandato loro di osservare statuti e giudizi giusti, sono misericordiosi con tutti(Hilchot Avadim, 9).

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