Il cuore del Faraone e il libero arbitrio

Parò

L’essere umano è libero di scegliere fra il bene e il male, oppure le sue azioni sono determinate da una Volontà superiore?
Il principio etico accettato dall’Ebraismo, secondo cui l’individuo è ritenuto responsabile delle proprie scelte, sembra essere messo in discussione nel racconto del Libro dell’Esodo, in cui in più occasioni si legge che Dio rese ostinato il cuore del Faraone, condizionando così le decisioni del sovrano d’Egitto (vedi ad esempio Esodo 4:21; 7:3-4).
In questo articolo ci proponiamo di offrire diversi approcci per analizzare questo antico dilemma da punti di vista diversi, allo scopo di chiarire il significato delle espressioni impiegate dalla Torah.

– La spiegazione di Umberto Cassuto

Dal Commentario al Libro dell’Esodo, Gerusalemme, Hebrew University, 1967.

E Hashem disse a Moshè: «Quando sarai tornato in Egitto, avrai cura di fare davanti al Faraone tutti i prodigi che ti ho dato potere di compiere, ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il popolo (Esodo 4:21).

Questo verso, almeno in apparenza, ci pone davanti ad una questione problematica, nella cui risoluzione si sono impegnati molti esegeti, e in particolare i filosofi medievali. Se è il Signore a rafforzare (o “indurire”) il cuore del Faraone, allora quest’ultimo non può essere ritenuto davvero colpevole, e dunque neppure la punizione risulterà appropriata dal punto di vista etico.
In Esodo 3:19 è scritto: Ma io so che il re d’Egitto non vi lascerà andare. Anche questa affermazione può far sorgere una questione dello stesso tipo. Se infatti il Signore conosce a priori ciò che il Faraone sceglierà di fare, ciò significa che per il re d’Egitto non esiste una vera libertà di scelta: egli non potrà agire in maniera diversa da come Dio ha predetto.

Prima di affrontare questi dilemmi, dobbiamo innanzitutto comprendere che lo scopo della Torah non è quello di trattare argomentazioni filosofiche, neppure se relative all’ambito della religione. Il racconto preso in esame non si occupa della relazione tra il libero arbitrio dell’uomo e la prescienza di Dio, o di altri problemi filosofici simili. All’epoca in cui la Torah fu scritta, la filosofia greca, con tutto il suo sistema fondato sulla logica, non era neppure stata ideata. Inoltre, la Torah non si rivolge ad una cerchia ristretta di grandi pensatori, bensì all’intero popolo, e si esprime in un linguaggio comprensibile alle masse, secondo la mentalità della gente comune.
Di conseguenza, il nostro obiettivo non dovrà essere quello di risolvere questioni filosofiche, ma quello di spiegare il significato dei brani citati cercando di comprendere il vero messaggio della Torah, ciò che il testo vuole trasmetterci.

Per quanto riguarda l’indurimento del cuore del Faraone, la prima cosa da considerare è il modo in cui l’ebraico antico si esprime. Nel linguaggio biblico, si usa abitualmente attribuire ogni singolo fenomeno all’azione diretta di Dio. Nel menzionare una donna sterile, ad esempio, la Bibbia afferma che “Il Signore aveva chiuso il suo grembo” (1 Samuele 1:5); nel caso di un incidente in cui una persona ne uccide un’altra involontariamente, si dice che “Dio lo ha fatto cadere nelle sue mani” (Esodo 21:13).
Ogni avvenimento ha delle proprie cause, e queste, a loro volta, derivano da altre cause, e così all’infinito. Secondo la concezione degli Israeliti, la causa di tutte le cause è in definitiva sempre la Volontà di Dio, il Creatore del mondo. Il filosofo, nelle sue riflessioni, esamina la lunga e complessa catena delle varie cause, mentre la persona comune salta immediatamente dall’effetto ultimo alla causa prima, e attribuisce quest’ultima a Dio. La Torah, che si serve del semplice linguaggio umano, si esprime proprio secondo questo uso. Si può quindi affermare che espressioni come “Io indurirò il suo cuore” e “Il suo cuore sarà indurito” (vedi Esodo 7:13) sono essenzialmente identiche nel significato.

C’è poi un altro punto su cui bisogna riflettere. Il peccato commesso dal Faraone fu quello di imporre una dura schiavitù agli Israeliti, e di decretare lo sterminio dei loro neonati maschi; furono queste azioni malvagie a fargli meritare la punizione, non la durezza del suo cuore. Se il Faraone avesse soddisfatto subito le richieste di Mosè e Aronne, allora non gli sarebbe stata inflitta alcuna sofferenza, e ciò non sarebbe stato giusto. Il cuore duro era perciò soltanto un mezzo per fare in modo che il Faraone potesse subire il castigo delle piaghe (una punizione che egli meritava a causa dei suoi peccati) e per mostrare al mondo l’esistenza di una legge morale e di un Giudice che esamina le azioni di ogni essere umano.
In nessuna occasione il testo della Torah dichiara che il Faraone fu punito per la sua ostinazione, e neppure che tale intransigenza gli fosse imputata come una colpa. Un caso simile che ci permette di fare ulteriore chiarezza lo troviamo in un passo del Deuteronomio:
“E Sihon, re di Heshbon, non volle lasciarci passare nel suo territorio, perché Hashem, il tuo Dio, gli aveva indurito lo spirito e reso ostinato il cuore, per farlo cadere nelle tue mani” (Deut. 2:30).
Qui, come è facile comprendere, il peccato di Sihon non è la sua ostinazione nel difendere il proprio dominio; questa è infatti solo un mezzo di cui Dio si serve per punire l’iniquità del re e del suo popolo.

Se dunque partiamo da queste osservazioni, e interpretiamo i passi biblici in questione secondo il loro significato semplice, non alla luce di concetti che appartengono ad epoche successive, vediamo che il testo non presenta alcun problema, ma tutto appare chiaro nella prospettiva dell’antica concezione ebraica.

– Le interpretazioni classiche

Da un articolo di Rav Scialom Bahbout sulla Parashah di Vaerà.

Libertà e responsabilità costituiscono un binomio inscindibile nell’ebraismo: lo afferma la Torà nel colloquio tra il Signore e Caino (Genesi 4:7): tu potrai dominarlo (il tuo istinto), e lo confermano i Maestri quando dicono: Le porte del ritorno (cioè del pentimento) non vengono mai chiuse.
Come giustificare quindi l’affermazione secondo la quale Dio avrebbe indurito il cuore del Faraone?

Shadal sostiene che la Bibbia attribuisce a Dio le azioni che risultano strane e incomprensibili all’uomo (in questo caso la testardaggine del Faraone, di fronte ai disastri che avevano già messo in ginocchio l’Egitto).

Rabbì Ovadià Sforno conferisce alle due espressioni un senso completamente diverso da quello cui ci ha abituato la tradizione: è stato proprio l’indurimento del cuore che avrebbe consentito al Faraone di poter fare le scelte nella massima libertà, senza essere costretto a cedere ad alcuna pressione. Incapace di sopportare la durezza degli eventi, il Faraone avrebbe mandato via gli ebrei non perché convinto dalla potenza divina, ma piuttosto perché non sarebbe più stato in grado di sopportare le piaghe.
Rabbi Chaim ben Atar fornisce una risposta alla questione su un piano filosofico: il Signore può eliminare dalla propria conoscenza un fatto che egli stesso ha conseguito con la sua stessa conoscenza, e questo proprio per evitare che l’uomo si giustifichi affermando di aver agito in stato di costrizione. Ogni contraddizione tra la preveggenza e la perfezione divina viene così eliminata.
Rabbi Jeshaià Horowitz sostiene che il Signore conosce perfettamente il carattere dell’uomo, sa cosa l’uomo sceglierà di fare, ma l’uomo ha sempre la possibilità di reagire e di cambiare il proprio carattere e quindi è responsabile delle proprie azioni. Ciò sarebbe possibile in quanto uomo e Dio hanno una nozione di tempo diversa: il presente, il passato e il futuro sono presenti contemporaneamente nella mente divina. Egli conosce ogni evento per il fatto che conosce se stesso e, poiché ha dato all’uomo il libero arbitrio, non può conoscere le azioni dell’uomo se non solo dopo che l’uomo le ha fatte e ha quindi lasciato in alto una traccia della sua azione. E questo perché il prima, il dopo e il durante in Dio coincidono.
Maimonide risponde alla nostra questione dando una interpretazione sul piano della sociologia del comportamento. In effetti, fino alla quinta piaga il Faraone aveva la piena libertà di azione (la Torà afferma che fu il Faraone a indurire il proprio cuore), ma il fatto di avere continuato a persistere nel suo comportamento gli rese più difficile, se non addirittura impossibile, cambiare atteggiamento: le sue colpe finirono per creare una barriera tra l’uomo e il pentimento: ecco quindi perché, nelle piaghe successive, è scritto che Dio indurì il cuore del Faraone.

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