Vayerà: La grande prova

akedat

Dopo questi fatti Dio mise alla prova Avraham e gli disse: “Avraham!” Egli disse: “Eccomi”. Dio gli disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, quello che ami, Yitzkhak, va’ alla terra di Moriyà e là fallo salire in olocausto su uno dei monti che ti dirò”. 
Avraham si alzò presto al mattino, sellò il suo asino e prese con sé i suoi due aiutanti e suo figlio Yitzkhak; spaccò la legna per l’olocausto e si alzò per andare al luogo che Dio gli aveva detto (Genesi 22:1-3).

La prova più dura di Avrahàm

Tra le dieci prove che Avraham ebbe a sostenere, quest’ultima è senza dubbio la più dura. La lettura del capitolo 22 di Bereshit mette in evidenza quella che è una caratteristica di tutta la Torà: l’estrema concisione nel narrare per esprimere solo ciò che è strettamente necessario. In questo caso, per esempio, non traspare nulla riguardo allo stato d’animo di Avraham, non viene raccontato come il patriarca sciolse le contraddizioni interiori che pure emergono leggendo il testo biblico in cui, da un lato, gli viene promesso che Yitzkhak sarà il suo unico erede, dall’altro gli viene chiesto di sacrificare proprio questo figlio. E ancora: come è risolta la contraddizione che emerge fra il versetto della Torà in cui si vieta lo spargimento del sangue umano (Bereshit 9:5-6) e il sacrificio che viene richiesto ora?

Il Midrash (raccolta di riflessioni rabbiniche omiletiche che scrutano il testo biblico in profondità, n.d.r.) colma le lacune introducendo la figura di un interlocutore. Ad Avraham si fa incontro un vecchio che lo tenta sottoponendogli diversi problemi e tutta una serie di obiezioni. Chi è questo vecchio? Non è altro che lo yetzer harà (istinto cattivo) di Avraham stesso.

Per tutti i tre giorni di cammino verso il luogo indicato da Hashem, il patriarca viene tormentato da dubbi insistenti, ma nonostante gli interrogativi e il dilemma, resterà fermo nella sua decisione di eseguire il comando divino. Nella Torà, però, di tutto questo travaglo interiore non viene fatto cenno; vi è solo un breve colloquio fra il padre e il figlio.

E quest’ultimo in che posizione si trova? Come riesce a superare anch’egli la prova? Dal testo della Torà non risulta con chiarezza. Il Midrash fa incontrare Yitzkhak con un giovane che gli pone delle domande. È interessante notare come ad Avraham sia comparsa la figura di un vecchio, mentre ad Yitzkhak quella di un giovane, come a dire che chi pone le domande non è altro che la proiezione dell’istinto. I quesiti, i dubbi, le problematiche, sono perciò diversi perché diversa è l’età del personaggio. Si vede anche come il giovane Yitzkhak abbia bisogno dell’aiuto paterno per scacciare definitivamente i pensieri che lo turbano. Anche se tutto ciò non compare nel testo della Torà, quali siano i dubbi che tormentano l’animo di Yitzkhak lo si evince da come sono esposte le domande e dalla breve conversazione fra padre e figlio: Yitzkhak parlò a suo padre Avraham e disse: “Padre mio!” E Avraham disse: “Eccomi, figlio mio!” Yitzkhak disse: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” Avraham disse: “Dio provvederà per sé l’agnello per l’olocausto, figlio mio! (Bereshit 22:7-8).

Il padre invita il figlio, che ha coscienza del proprio dramma, a sottomettersi e ad avere fede in Dio che li ha posti su quella strada. Che Yitzkhak accetti le parole del padre lo si deduce dall’espressione: I due camminarono insieme (Beresit 22:8), altrimenti superflua poiché già presente nel versetto 6. La ripetizione della stessa espressione, dopo il colloquio tra padre e figlio, dimostra che, secondo il Midrash, sia Avraham che Yitzkhak sono concordi nell’eseguire il comando divino.

Tratto dall’edizione tradotta e commentata del Libro di Bereshit, pubblicata da Mamash.

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