La Torah e i popoli del mondo

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Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo. I capi dei popoli si riuniscono insieme al popolo del Dio di Abramo (Salmi 47:7-9).

Per quasi duemila anni, nel tentativo di appropriarsi delle promesse bibliche, il Cristianesimo ha preteso di sostituire Israele e di proclamare la Chiesa “nuovo popolo eletto”, affermando così l’abolizione dell’Ebraismo e la nascita di una nuova rivelazione universale.
Ma qual è il vero ruolo dei popoli del mondo secondo la Bibbia ebraica? Che posto occupano tutti coloro che non sono Ebrei all’interno della Torah? Questi interrogativi possono aiutarci ad individuare l’autentica dimensione universale dell’Ebraismo e a comprendere quanto la dottrina cristiana della “sostituzione di Israele” sia ingiustificata.

Nonostante la  forte enfasi posta sull’elezione di Israele, sarebbe un grave errore credere che la Torah ignori il resto del genere umano o che lo escluda dalla propria visione del mondo e della Redenzione.
Fin dal principio, la Bibbia attribuisce a tutta l’umanità un’unica natura e una medesima origine: «Dio creò l’uomo a Sua immagine. Lo creò a immagine di Dio. Li creò maschio e femmina» (Genesi 1:27). I Maestri del Talmud, riflettendo sul racconto della Creazione, enunciano un insegnamento capace di sradicare ogni ideologia razzista:
«Perché fu creato un solo uomo? Per propagare la pace tra le nazioni, cioè affinché nessuno potesse dire agli altri: i miei antenati erano più grandi dei tuoi!» (Sanhedrin 37a).

Dopo i primi undici capitoli del libro di Bereshit (Genesi), la narrazione biblica inizia a focalizzarsi specificamente sulla storia del popolo ebraico, pur senza dimenticare il resto del mondo. Infatti, nel rivelare ad Abramo il suo destino, Dio dichiara: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12:3), e più tardi si afferma: «Abramo deve diventare una nazione grande e potente, e in lui saranno benedette tutte le nazioni della terra» (Genesi 18:8).
La scelta di Israele come “nazione separata” non serve a penalizzare gli altri popoli, ma a portare benefici all’intera umanità, poiché il compito degli Ebrei è proprio quello di essere la “luce delle genti” (Isaia 42:6).
Secondo i Profeti biblici, uno degli avvenimenti più importanti che caratterizzeranno l’era messianica sarà la diffusione della conoscenza di Dio su tutta la terra:
«Molti popoli e nazioni potenti verranno a cercare il Signore degli eserciti a Gerusalemme e a supplicare la faccia del Signore» (Zaccaria 8:22).
«Le nazioni cammineranno alla tua luce e i re allo splendore del tuo sorgere» (Isaia 60:3).
«Le nazioni sapranno che Io sono Hashem che santifico Israele, quando il mio Santuario sarà in mezzo a loro per sempre» (Ezechiele 37:28).

Questa visione universalistica non appare limitata soltanto ad una speranza futura. La Bibbia ci mostra infatti che in ogni epoca sono esistiti degli uomini giusti fra le nazioni, e che i popoli non sono mai stati esclusi dalla grazia Divina.
Al tempo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, una “grande moltitudine di gente” lasciò il paese assieme agli Israeliti (Esodo 12:38).
Yitrò, il suocero di Mosè, benché fosse un sacerdote midianita, riconobbe la grandezza del Dio Unico dopo aver udito delle meraviglie dell’uscita dall’Egitto: «E Yitrò disse: “Benedetto sia Hashem, che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano del Faraone, e ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani. Ora so che Hashem è più grande di tutti i potenti» (Esodo 18:10-11).

Le Legge mosaica riconosce e accetta l’esistenza di “residenti stranieri” che vivono in Terra d’Israele senza entrare necessariamente a far parte del popolo ebraico. Questi forestieri, anche se non circoncisi e non sottoposti alle regole alimentari e rituali della Torah, devono essere trattati con il massimo rispetto dai nativi del paese (vedi Esodo 22:21 e Levitico 19:33-34).
Nella Bibbia vengono menzionate delle vere e proprie comunità etniche non ebraiche che risiedevano in Israele. Si tratta dei Gabaoniti (vedi Giosuè cap. 9), e dei Recabiti, discendenti di Rechab, citati da Geremia come esempio di fedeltà (vedi Geremia 35).

Il re Salomone, dopo aver fatto costruire il Tempio a Gerusalemme, pronunciò una preghiera per i popoli stranieri che adorano il Dio Unico:
«Anche lo straniero, che non appartiene al Tuo popolo Israele, se viene da un paese lontano a causa del Tuo Nome, perché si sentirà parlare del Tuo grande Nome, della Tua mano potente e del Tuo braccio disteso, se egli viene a pregare in questo Tempio, Tu ascoltalo dal cielo, il luogo della Tua dimora, e soddisfa tutte le richieste dello straniero, affinché tutti i popoli della terra conoscano il Tuo Nome, Ti temano come Israele Tuo popolo e sappiano che il Tuo Nome è invocato su questo Tempio che io ho costruito» (1Re 8:41-43).

La stessa chiamata universale all’adorazione (che non implica un’imposizione dell’intera Legge mosaica) è espressa in molte occasioni nel Libro dei Salmi:
«Dio abbia pietà di noi e ci benedica; faccia risplendere il suo volto su di noi, affinché si conosca sulla terra la tua via e la tua salvezza fra tutte le nazioni. I popoli ti celebreranno, o Dio, tutti quanti i popoli ti celebreranno. Le nazioni si rallegreranno ed esulteranno, perché tu giudicherai i popoli rettamente e condurrai le nazioni sulla terra» (Salmi 67:1-4).
«Tutte le estremità della terra si ricorderanno di Hashem e si volgeranno a Lui. Poiché ad Hashem appartiene il regno, Egli domina sulle nazioni» (Salmi 22:27).
«I re della terra e tutti i popoli, i principi e i giudici tutti della terra, i giovani e le fanciulle, i vecchi e i bambini, lodino il Nome di Hashem, perché solo il Suo Nome è esaltato» (Salmi 148:11-13).

Fra tutti i libri di cui è composta la Bibbia ebraica, due portano il nome di personaggi non ebrei: Ruth, la convertita del popolo di Moab, e Giobbe, che la tradizione ebraica considera uno dei profeti delle nazioni. Il Libro di Giona trasmette anch’esso un messaggio universale, poiché racconta la storia del ravvedimento degli abitanti di Ninive, città pagana e nemica di Israele.

La Giustizia di Dio non conosce alcuna parzialità, e la Bibbia afferma chiaramente che Israele, nonostante la sua vicinanza alla Rivelazione e il suo ruolo particolare, non gode di una condizione privilegiata rispetto alle nazioni straniere.
«”Non siete forse per me come i figli degli Etiopi, voi  figli d’Israele?” dice Hashem, “Non ho forse condotto Israele fuori dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e i Siri da Chir?”» (Amos 9:7).

Come gli Ebrei hanno ricevuto la loro terra promessa, così anche alle altre popolazioni il Creatore ha assegnato dei territori da ereditare:
«Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figli degli uomini, Egli fissò i confini dei popoli» (Deuteronomio 32:8).

Nessuno, neppure Israele, può violare arbitrariamente questi confini con la forza e privare le altre nazioni dei propri diritti, com’è scritto chiaramente nella Torah:
«Hashem mi disse: Non attaccare Moab e non muovergli guerra, perché io non ti darò nulla da possedere nel suo paese, poiché ho dato Ar ai figli di Lot, come loro proprietà» (Deuteronomio 2:9).
«Voi state per passare i confini dei figli di Esav, vostri fratelli, che abitano in Seir; essi avranno paura di voi. State bene in guardia, non muovete loro guerra, poiché del loro paese io non vi darò neppure quanto ne può calcare un piede, perché ho dato il monte Seir a Esav come sua proprietà» (Deuteronomio 2:4-5).

In riferimento alla conquista della Terra di Canaan, ogni possibile pretesa di superiorità da parte del popolo eletto viene smentita esplicitamente dalle Scritture:
«Non dire nel tuo cuore: “È per la mia giustizia che Hashem mi ha fatto entrare in possesso di questo paese”; poiché Hashem scaccia davanti a te queste nazioni, per la loro malvagità. […] Non è dunque per la tua giustizia che Hashem, il tuo Dio, ti dà il possesso di questa buona terra, perché sei un popolo dal collo duro» (Deuteronomio 9:4-6).

L’opinione, ancora fin troppo diffusa, secondo cui l’Ebraismo sarebbe una religione esclusivista, discriminatoria e addirittura razzista, non trova dunque riscontro nelle parole della Torah e dei Profeti. La dimensione nazionale dell’Ebraismo, legata indissolubilmente a Israele, si concilia perfettamente, dal punto di vista biblico, con la visione universale che riguarda tutto il genere umano, e che non è stata ancora pienamente riconosciuta e realizzata nella Storia.  Come scrive il Prof. Marco Morselli, «Il riconoscimento della missione d’Israele è la garanzia che tutte le altre diversità non verranno cancellate, nel tentativo di dare origine a una pericolosa uniformità o a un confuso sincretismo».

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