Noach: L’individuo e la responsabilità collettiva

Bavel
Un’interessante interpretazione del racconto del Diluvio e della Torre di Babele, da un articolo di Rabbi Jonathan Sacks.
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La parashah inizia e finisce con due grandi avvenimenti. Da una parte il Diluvio, dall’altra Babele e la sua torre. Superficialmente, questi due eventi non hanno nulla in comune. Il fallimento della generazione del Diluvio è esplicito: “Il mondo era corrotto davanti a Dio, e la terra era piena di violenza. Dio vide il mondo, ed esso era corrotto. Ogni carne era divenuta perversa sulla terra” (Genesi 6:11-12). Malvagità, violenza, corruzione, perversione: questa è la descrizione di un fallimento morale sistematico.
Babele, al contrario, appare quasi idillica. “Tutta la terra aveva una sola lingua e un unico linguaggio” (11:1). I costruttori sono occupati ad edificare, non a distruggere. Non è per nulla chiaro quale fosse il loro peccato. Eppure, dal punto di vista della Torah, Babele rappresenta un altro grave errore, poiché subito dopo Dio chiama Abramo per iniziare un capitolo del tutto nuovo nella storia religiosa dell’umanità. Non c’è alcun Diluvio (Dio ha giurato che non punirà mai più l’umanità in questo modo), ma è chiaro che dopo Babele Dio giunge alla conclusione che per gli uomini sia necessario un modo diverso per vivere.
Sia il Diluvio che la Torre di Babele hanno le loro radici in eventi storici reali, anche se la narrazione non è espressa in un linguaggio storiografico. La Mesopotamia possiede molti miti che parlano di un diluvio, ed ognuno di essi testimonia il ricordo di disastrose inondazioni, soprattutto nei territori pianeggianti della valle del Tigri e dell’Eufrate (vedi il Commentario di R. David Zvi Hoffman su Genesi 6, che ipotizza che il Diluvio possa essere stato limitato ai centri abitati umani, piuttosto che aver coperto tutta la Terra).
Gli scavi effettuati a Shurrupak, Kish, Uruk e Ur (la terra dove nacque Abramo) rivelano la presenza di argilla depositata dalle alluvioni.
Allo stesso modo, la Torre di Babele fu una realtà storica. Erodoto parla del recinto sacro di Babilonia, nel cui centro c’era una ziggurat (o torre) alta trecento piedi. I resti di più di trenta di simili torri sono stati ritrovati soprattutto nella bassa Mesopotamia, e molti riferimenti sono presenti anche nella letteratura del tempo, in cui si parla di torri che “raggiungevano il cielo”.
Tuttavia, i racconti del Diluvio e di Babele non sono puramente storici, poiché la Torah non è un libro di Storia, ma di insegnamento e di norme etiche. Tali racconti trasmettono una profonda verità morale, sociale, politica e spirituale sulla condizione umana dal punto di vista dalla Torah. La storia del Diluvio serve a spiegare cosa accade alla civiltà quando a comandare è l’individuo e non esiste collettività, mentre Babele rappresenta la collettività che domina gli individui e li costringe a sacrificare la propria identità.
Secondo Thomas Hobbes (1588 – 1679), il pensatore che ha posto le fondamenta della politica moderna, prima che nascessero le istituzioni politiche gli esseri umani erano in uno “stato di natura”. Senza un’autorità stabile, un govenro effettivo e leggi esecutive, la gente si troverebbe in una condizione di caos violento e permanente, “una guerra di tutti contro tutti”, e gli uomini lotterebbero per le risorse più rare. Questa situazione esiste ancora oggi in molti Stati crollati o che stanno crollando. Si tratta dell’esatta descrizione della Torah prima del Diluvio. Quando non c’è un governo che vincola gli individui, il mondo si riempie di violenza.
Babele è l’opposto, ed ora possediamo importanti prove storiche per capire il significato della frase “Tutta la terra aveva una sola lingua e un unico linguaggio”. Ciò non può riferirsi all’umanità primitiva precedentemente alla divisione delle lingue. Di fatto, nel capitolo precedente la Torah aveva già affermato: “Da essi derivarono le nazioni disperse per le isole nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua” (Genesi 10:5). Il Talmud Yerushalmi (Megillah 1:11, 71b) registra una disputa tra R. Eliezer e R. Yochanan, uno dei quali sostiene che la divisione dell’umanità in settanta linguaggi risalga a prima del Diluvio.
Il testo di Genesi sembra invece riferirsi all’uso imperiale dei neo-Assiri di imporre la loro lingua ai popoli conquistati. Un’iscrizione dell’epoca testimonia che Ashurbanipal II “Fece adottare lo stesso linguaggio alla totalità dei popoli”. Un’iscrizione su un cilindro di Sargon II riporta: “Popolazioni dei quattro angoli del mondo, con lingue strane e parole incomprensibili… che avevo conquistato come bottino al comando di Ashur mio signore con la forza del mio scettro, ho costretto ad accettare una sola voce”.
I neo-Assiri rivendicavano la loro supremazia pretendendo che la loro lingua fosse la sola che dovesse essere utilizzata dalle popolazioni che avevano sconfitto. In questo contesto, la storia di Babele è una critica all’imperialismo.
Babele, come l’Egitto, rappresenta un impero che sottomette intere popolazioni calpestando la loro identità e le loro libertà.
Se tutto ciò è corretto, dovremmo rileggere l’intero racconto di Babele in una maniera molto più convincente. L’ordine è dunque questo: Genesi 10 descrive la divisione dell’umanità in settanta nazioni e settanta lingue. Genesi 11 spiega in che modo un potere imperiale conquistò nazioni più piccole e impose il proprio linguaggio e la propria cultura, contrastando il volere Divino secondo cui ogni uomo dovrebbe rispettare l’integrità delle nazioni e degli individui.
Quando alla fine del racconto Dio “confonde le lingue” dei costruttori, Egli non sta creando una nuova condizione, ma sta ripristinando quella precedente.
Così interpretata, la storia di Babele è una critica al potere della collettività che schiaccia l’individuo.
Il miracolo del monoteismo è che l’Unità in Cielo crea diversità sulla terra, e Dio ci chiede (ad ovvie condizioni) di rispettare tale diversità.
Dopo i due grandi fallimenti del Diluvio e di Babele, Abramo fu chiamato a creare una nuova forma di ordine sociale che avrebbe dato lo stesso onore all’individuo e alla collettività, unendo la responsabilità personale e il bene comune. Questo rimane il dono straordinario che gli Ebrei e l’Ebraismo hanno fatto al mondo.
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